Nonna a Noleggio per un’Ora

Nonna per unora

Ingegnere Bruno, mi scusi tanto, ma oggi dovrei andare via un po prima, è possibile? Mio figlio non sta bene.

Martina lasciò sulla scrivania i documenti che aveva preparato e lelenco degli appuntamenti del giorno dopo. Mancava ancora unora alla fine dellorario dufficio, ma dalla scuola materna avevano già chiamato due volte e lei decise di rischiare e chiedere il permesso. In quella società di costruzioni lavorava da poco tempo, e il fatto di aver ottenuto il posto sembrava quasi un miracolo, considerando la sua scarsa esperienza come segretaria e il profilo estetico richiesto dallannuncio. Si era guardata allo specchio prima del colloquio, scuotendo il capo:

Eh sì, quel punto dellannuncio proprio non fa per me…

Il vecchio cardigan, che custodiva da anni, si presentava ancora bene, ma la gonna avrebbe dovuto essere sostituita da tempo. Era stata cucita dalla mamma, che aveva scelto con cura il tessuto, passando giorni e giorni sulla macchina da cucire, caricando ogni nuovo punto di coraggio.

Vedrai, non sarà peggio di quella comprata in negozio.

Mamma, ma questa è fatta a mano! Certo che non è peggio sorrideva Martina, sapendo quanto fosse importante per la madre sentirsi dire quelle parole.

Non avevano mai soldi in più per cambiarsi spesso. Martina ricordava quando il papà era ancora vivo e poteva scegliere cosa indossare. Ma dopo la sua scomparsa, tutto era cambiato. Con lo stipendio di infermiera della madre si poteva tirare avanti, ma la malattia della nonna aveva peggiorato le cose. I rapporti con la suocera della madre, Luciana, erano gelidi, a dir poco.

Lidia! Non hai un briciolo di senso della famiglia. Ma che ti vuoi aspettare, con la tua famiglia dorigine? Ora però appartieni a noi, quindi abituati al fatto che chi fa parte di questa famiglia si prende cura degli altri.

Allepoca Martina era troppo piccola per capire a fondo le parole della nonna. Suonavano solenni, ma col tempo aveva imparato che il discorso funzionava a senso unico. A Lidia toccava accudire la suocera e darle buona parte dello stipendio, mentre la donna accettava tutto con distacco e superiorità, mai sentendosi in dovere di restituire niente. Linfinita litania di rimproveri pioveva su Lidia di continuo.

Mamma, perché non rispondi? Perché non le dici niente? domandava Martina, ormai cresciuta, dopo aver ascoltato lennesimo sermone della nonna contro la madre. Lidia portava raramente con sé la figlia, ma a volte era impossibile evitarlo per le richieste della suocera.

Perché so che non ha ragione. E poi, so che è una donna sola e malata. Oltre a noi, non le resta davvero nessuno. Ha litigato con la sorella e i nipoti non vogliono averci niente a che fare. Lidia piegava con cura la biancheria stirata. E poi ho promesso a tuo padre che non lavrei mai lasciata. Come potrei non mantenere la parola data?

Martina si arrabbiava con la nonna, avrebbe voluto urlarle tutto quello che pensava, ma la madre la fermava, con uno sguardo dolce e fermo.

A che serve, Martina? Non ti devi far toccare da certe cose. Limportante è sapere che facciamo ciò che è giusto. Tua nonna non le manca nulla.

Non sarebbe mancato niente comunque! mormorava Martina, ormai cresciuta e consapevole della realtà.

Ora sapeva che la nonna non era una povera parente. Un grande appartamento tutto per lei, e un altro lasciatole dalla madre, affittato con regolare contratto, una buona pensione, il conto corrente del nonno ormai ben fornito… Insomma, poteva permettersi di vivere agiatamente senza gravare sulla mamma.

Ma perché prende ancora i soldi da te, mamma? Non le bastano? sbottava Martina, rivedendo i conti di famiglia su un vecchio quaderno.

Martina! Lidia si rabbuiava, appoggiando il canovaccio sul tavolo.

Che cè, mamma?

Non diventare come sospirava Non importa. Rimani te stessa. Non lasciarti accecare dallavidità. Ricorda: tutto quello che appartiene a tua nonna è suo, non nostro. Non lo sarà mai. Non appropriarti nemmeno col pensiero, o farai fatica a liberartene, poi.

Martina capì cosa intendesse la madre solo quando la nonna morì. Una busta sigillata con il testamento e una lettera daddio giaceva nel comò. Lidia scosse il capo dopo aver letto il contenuto, strinse i fogli tra le mani e li gettò via.

Andiamo, disse alla figlia ormai non abbiamo più motivo di venire qui. Ho fatto tutto quel che dovevo.

Martina non fece domande. Solo più tardi scoprì che la nonna aveva lasciato tutti i beni ai nipoti della sorella. Quello che cera scritto in quella lettera non venne mai detto. Quando insistette domandando:

Li ha lasciati a loro perché sono parenti di sangue. Tutto qui, Martina. Non chiedere altro! Non hai bisogno di questa sporcizia. Chiudila nel passato.

Dubitava che fossi sua nipote? chiese ancora Martina una volta.

No. rispose Lidia sfinita. Diceva che assomigliavi troppo a me e niente a tuo padre. Come se fossi sangue estraneo.

Ma è vero? Sono tanto diversa dal papà?

Martina! la madre abbassò la testa esausta. Assomigli a tuo padre come due gocce dacqua. Specialmente nel carattere. Era la persona migliore che abbia conosciuto. Prendi il buono da questa famiglia e lascia perdere il resto. Non serve a niente.

Martina non replicò più. Forse non capiva fino in fondo la madre, ma sentiva quanto queste cose le pesassero.

Il tempo passava. Martina si diplomò e poi si iscrisse alluniversità. Fu allora che la madre cucì quella famosa gonna. Con quella sosteneva gli esami e poi tornò a lavorare come assistente in facoltà. Con quella conobbe il padre di suo figlio. Era la sua gonna porta fortuna. Perciò se la mise anche per quellultimo colloquio di lavoro. Le alternative non abbondavano: presentarsi in jeans? Non sia mai.

Appena arrivata in ufficio, sentì subito le battutine delle colleghe. Ricordandosi i consigli della mamma, si drizzò in silenzio.

Signorina, ma senza esperienza e con un bambino piccolo? Dove ha lavorato prima?

Insegno matematica alluniversità.

E perché vuole cambiare settore?

Voglio provare qualcosa di nuovo. Martina tentava di darsi un contegno, anche se le gambe tremavano per la preoccupazione. Temette di essere rifiutata come al solito.

Invece, non successe. La responsabile del personale, dopo qualche domanda, le offrì il posto da segretaria a tempo di prova. Martina non ascoltò più i commenti che si fecero dopo che uscì dallufficio.

Ma perché proprio questa qui allingegnere Bruno?

A lui piacciono le donne intelligenti. Vediamo se funziona, questa ragazza. Mettetela a posto e vedrete che vi supera tutte. Su, al lavoro!

Con lingegnere Bruno, Martina si trovò subito in armonia. Un giorno lui la sorprese mentre leggeva il manuale della macchina del caffè invece di schiacciare tutti i pulsanti a caso.

Prima volta che vedo una donna leggere le istruzioni! Andremo daccordo.

Alla fine, le mansioni si rivelarono meno complesse di quello che sembrava. Il capo era abituato a controllare tutto, ma si rese conto della memoria prodigiosa di Martina e del suo rigoroso senso del dovere. Ottimizzava appuntamenti, trovava soluzioni per tutti e si occupava di agende e orari con precisione svizzera. Solo una cosa le rimproverava: le continue assenze per il bambino.

Martina, capisco tutto, ma inizia a diventare una regola. Così resto senza segretaria! Bruno si toccava le tempie, sorridendole.

Mal di testa? Vuole una pastiglia?

Passerà, grazie. Ovviamente vada pure. I figli vengono prima di tutto. Però deve trovare una soluzione: allasilo ci va, no? Non cè una nonna, una babysitter, unamica?

No, purtroppo non ho più nessuno. Mia mamma non cè più e non ho altri parenti.

Mi dispiace molto. Allora pensi a una tata.

Non posso ancora permettermelo. Ma cercherò una soluzione. Ha ragione, mi scusi.

Martina annuì e uscì. Lumore era sotto zero: a scuola laspettava Francesco con la febbre, a casa le solite faccende. Si sentiva sfinita, schiacciata dallingiustizia e dalla solitudine. Perché era tutto così? Ma conosceva già la risposta. Come diceva sua madre:

Non sempre sulla strada si trovano solo brave persone. Forse nella vita le incontri due volte, e per questo sono preziose.

E se non mi capita mai?

Non esiste, Martina. Sei matematica: qual è la probabilità di non incontrare mai nessuno di buono? È bassissima, vedrai! Lidia rideva. Non esistono solo persone cattive. Sono solo persone egoiste, chi più chi meno. È più facile capire invece che condannare. Vorrei per te solo i secondi…

Ricordando le parole di Lidia, Martina si pentiva di non averla ascoltata col padre di Francesco. Lui, giovane scienziato pieno di prospettive, brillava di ambizioni che lei non conosceva, ma lui pensava solo al presente. Quando gli offrirono il dottorato allestero, accettò subito, proprio dopo averle fatto la proposta di matrimonio.

Aspettiamo qualche anno, che problema cè?

Ma io aspetto un bambino

Martina vide il volto cambiare a Ruggero, e capì che era finita.

Proprio ora? Non si può rimandare? Lui camminava avanti e indietro, evitando di fissarla negli occhi.

No. Ma non preoccuparti! Martina aprì la porta. Me la caverò. Buona fortuna!

Non lo vide mai più.

Francesco nacque un mese dopo che la madre era mancata. Linfarto la colse di sorpresa in ospedale. Cerano colleghi intorno, ma non poterono salvarla. Martina le organizzò il funerale imponendosi il silenzio.

Piangerò dopo, mamma, ti prego. Quando sarà nato Francesco.

Ma di tempo per piangere non ne ebbe mai. Francesco era fragile, spesso malato. Doveva pensare solo a lui, sacrificando ogni cosa. Lasciò luniversità, incapace di sopportare sguardi e mormorii dei colleghi.

Scusami, mamma. Mi sono lasciata abbattere. Ma non ce la faccio. Sussurrava alla foto di Lidia. Ma cosa ho fatto di male? Ho fatto nascere un figlio? Non ho trattenuto Ruggero? Forse avrei dovuto insistere? Ma tu mi avresti detto di guardare avanti, non indietro…

Appena fu possibile, iscrisse Francesco allasilo. Il primo anno fu difficilissimo: spesso ammalato, e Martina, con quei ritmi, smise di inviare curricola. Lavorava in nero come donna delle pulizie nel salone di bellezza vicino casa, sperando che prima o poi potesse tornare a una vita diversa.

Tutti questi pensieri si rincorrevano mentre andava a prendere Francesco. Dopo aver passato in farmacia, Martina salì e aprendo la porta, salutò la vicina.

Ciao, Silvia!

Di nuovo malato? chiese lei, guardando il bambino che si nascondeva dietro la madre.

Eh già. finalmente riuscì ad aprire la serratura. Tanto mi licenzieranno È la seconda volta in un mese!

Pensavi fosse finita? Mia figlia ha tenuto un anno senza una febbre, poi ogni mese! Perché non prendi una tata? Ora guadagni meglio, no?

Non abbastanza. sospirò Martina invitando Francesco a togliersi le scarpe.

È vero, le tate costano care. Solo lavorare per pagarle! Peccato che non hai una nonna

Già Andiamo, Silvia, vado, grazie.

Ma la presenza di Francesco bastava a ridarle la forza. Lo mise a letto, gli portò una tisana calda e si fermò a pensare. Qualcosa doveva cambiare.

Il suono discreto del campanello la riportò alla realtà. Francesco dormiva e lei, in cucina, cercava annunci di lavoro. Incuriosita, si avvicinò alla porta.

Buonasera, Martina.

Era la signora Giovanna, lanziana vicina del palazzo accanto. Martina la conosceva appena.

Buonasera, tutto bene?

Più o meno. Mi fai entrare, o devo spiegare tutto sul pianerottolo?

Prego, scusi! Martina fece accomodare lospite.

Giovanna si tolse il cappotto, guardò la porta e domandò:

La cucina è di là?

Sì…

Allora vieni, è meglio non svegliare il bambino. Il sonno guarisce più di ogni medicina.

Martina la seguì in silenzio. Giovanna si sedette composta, le mani incrociate, e la fissò con dolcezza:

Ti serve una nonna a tempo?

Come, scusi?

Una nonna per unora. Per stare col bambino, quando devi assentarti o lui sta male. ripeté la vicina. Lho saputo da Silvia. Se vuoi, posso aiutarti. Che dici?

Martina rimase spiazzata. Aveva bisogno di una mano, ma non sapeva quasi nulla di Giovanna. Esitava.

Ma… perché lo fa?

Oh, si vede tutto dal cortile! rise la donna. Ti racconto qualcosa di me, poi decidi tu, senza fretta.

Martina osservò la vicina, poi le mise una tazza di tè davanti e una ciotola di dolcetti.

Racconti pure.

La storia di Giovanna era semplice.

Sono nata qui. Tutta la famiglia operaia. Lavoravo alla fabbrica dove ho conosciuto mio marito. Due figli, cresciuti tra mille sacrifici. Lui se nè andato troppo presto. I figli hanno trovato fortuna altrove. Ho quattro nipoti, ma me li lasciano vedere di rado. Lì le mamme ce lhanno le loro madri vicine E io, restata sola, guardo i bimbi del cortile. Ho sempre sperato di badare a qualcuno, ma non mi hanno dato occasione. È stata Silvia a suggerirmelo: provaci con Martina! Tanto male non fa chiedere, no? Tu pensaci, non ti chiedo molto. Mi dai una risposta domani?

Martina annuì, salutò la vicina e rimase a riflettere.

Che dici, mamma? Strano, ho appena pensato a una soluzione e lei si presenta alla porta Sarà destino?

Ma non era facile fidarsi, soprattutto con Francesco in gioco. Quella notte non dormì, pensando e ripensando. Al mattino, decise.

Signora Giovanna, buongiorno. Accetto.

Così iniziò la loro collaborazione. Come diceva Giovanna, entrambe lavoravano: Martina con la sua professione e Giovanna con esperienza e cuore.

I figli le danno aiuto?

Certo, se serve davvero mi danno una mano, ma preferisco farcela da sola. Hanno la loro famiglia e tanti pensieri.

Martina allinizio sorvegliava attenta, poi si rilassò vedendo come Francesco si affezionava subito a Nonna Giovanna.

Tesoro, non ti senti bene? le prime parole di Giovanna al bambino. Ora prendo un po di tè al limone e ti racconto una storia. Vedrai che le tue malattie passeranno.

Ma non ho limone balbettò Martina.

Lo porto io. Vai tranquilla a lavorare, qui siamo a posto.

In pochi mesi, Francesco imparò a leggere da solo e Martina restò stupefatta.

Ha solo cinque anni! È merito suo, Giovanna…

Ma no! È solo un bimbo sveglio. E poi è bravo anche a dama e scacchi. Portalo pure a un corso di scacchi, io laccompagno.

Presto Francesco praticava anche nuoto e scacchi settimanali.

Da sola non ce lavrei mai fatta! È tempo, dedizione raccontava Martina allamica Silvia. Non finirò mai di ringraziarvi!

Non ringraziare me! Prima o poi, la ruberò anchio, la nonna Giovanna per mia figlia, sallo!

Passavano gli anni, Francesco cresceva e iniziò la scuola. Laiuto di Giovanna serviva sempre meno, ma tra loro era nata una vera famiglia.

Martina, forse è ora che cambi strada, un giorno le disse lingegnere Bruno. Hai talento e la tua laurea potrebbe portarti molto più lontano. Se accetti, ti mandiamo a fare dei corsi di specializzazione e troviamo qualcosa di meglio.

Un nuovo incarico, nuove opportunità La vita di Martina cambiava rapidamente, e lei lasciò che il vento la spingesse avanti. Con nuove responsabilità, arrivarono anche più soldi e finalmente un po di respiro.

Sono felice per te, Martina! diceva la signora Giovanna, sinceramente orgogliosa.

Il rapporto era ormai affetto puro. Perciò, quando Giovanna scomparve per qualche giorno, Martina si allarmò molto.

Silvia, dove potrebbe essere finita? Non ha detto nulla…

Hai provato in ospedale?

Ho chiamato ovunque. Non sono una parente, si rifiutano di dirmi nulla.

E i figli?

Dicono di non sapere nulla e non hanno tempo. Non posso crederci. Lei è loro madre

Non restare a guardare Cerca, telefona ancora.

Martina si mise in macchina, girò per ospedali.

Chi è lei per la paziente? Non è parente? Allora perché sta qui? sentiva ripetersi spesso.

Passò una settimana finché riuscì finalmente a trovarla.

È arrivata senza documenti. Ha ripreso conoscenza dopo due giorni. Amnesia transitoria.

Martina la guardava, distesa e minuscola nel letto, e sentiva il cuore stringersi.

Perché non avete risposto prima? Sarei venuta subito! Come sta?

È stata investita, probabilmente una perdita di memoria. Lei, chi è?

Sono sua figlia. rispose con fermezza. Dovè il primario?

La signora Giovanna venne trasferita in unaltra stanza, Martina le stava sempre accanto.

Come si sente?

Chi sei?

Sono Martina. Non importa, intanto si cura e riposerà.

Telefonate ai figli di Giovanna non portarono nulla: presi dai loro impegni, non si mossero.

Faremo da sole, si trovò a pensare Martina, appoggiando piano il telefono. Come diceva la mamma, alla fine ognuno pensa a sé…

Dopo una settimana, Giovanna fu dimessa e Martina la portò a casa.

Francesco, ora la nonna Giovanna non ricorda nulla, chiamala sempre come prima e proviamo a starle vicini. Magari la memoria tornerà.

Starà a vivere qui adesso?

Sì.

Serio, Francesco annuì:

È giusto così.

Era ora lui a prendersi cura della nonna. Tornato da scuola, riscaldava il pranzo, la faceva mangiare e poi si mettevano a giocare insieme.

Ora studio, dopo giochiamo a dama, va bene?

Giovanna sorrideva e chiamava Francesco nipote e Martina figlia. E a Martina bastava così.

Dopo sei mesi, il figlio di Giovanna si fece finalmente vedere.

Quel giorno Martina tornava a casa per la festa di compleanno di Francesco. Torte in mano, venne fermata nel cortile da un uomo alto e dallaria familiare.

È lei Martina?

Sì.

Io sono Andrea, il figlio di Giovanna.

Buonasera! la voce di Martina tremò, stringendo meglio la scatola.

Posso vedere mia madre?

Certamente! Perché chiede? Era ora che venisse.

Sì, io incerto, Andrea si perse in silenzi.

Guardi che da sua madre non voglio nulla. Ha aiutato tanto me e mio figlio e adesso la aiuto io. Tutto qui.

Non mi giudichi male aveva la voce rotta.

Non giudico. Vedrà sua madre, certo. La casa e tutto il resto può sistemarlo come vuole, ma lei Non la lascio più andare via.

Perché? Volevo tenerla con me…

Se lavesse voluto veramente, sarebbe arrivato mesi fa. Ora, è tardi. Forse non vi riconoscerà. Andiamo.

Entrarono in casa. Francesco strabuzzò gli occhi.

Che scatola enorme!

Il dolce è ancora meglio! Buon compleanno, amore! sorrise Martina.

Mamma, il figlio della nonna Giovanna? Chi è?

Shhh! Promesso che non la agiti?

Sì!

Giovanna non riconobbe il figlio. Andrea faticava a capire che quella donna fragile era davvero sua madre. Salutando Martina, chiese:

Non ci riconoscerà mai più?

Non si sa, dicono i medici. Ma qui sta bene. Meglio lasciarla serena.

Posso venire a trovarla ogni tanto?

Certo. È sempre sua madre.

Quando se ne fu andato, Martina lo seguì con lo sguardo. Sapeva che non sarebbe tornato tanto presto, se mai lo avrebbe fatto. Sospirò, rabbrividendo ma poi sorrise.

Dai Francesco, metti su il bollitore! Festeggiamo!

Mamma, il dolce lo può mangiare anche la nonna?

Deve! Il pezzo più grande è per lei. Come diceva?

Dobbiamo goderci anche le piccole cose! rise Francesco.

Esatto! E anche noi, oggi.

Martina chiuse la porta, e insieme andarono in cucina, sapendo che spesso una famiglia vera si costruisce semplicemente scegliendo di esserci, anche quando non si nasce dalla stessa radice. Ed è sempre questa scelta a dare valore ai giorni, più di qualsiasi eredità.

©Quella sera la risata di Francesco, limpida e leggera, correva per tutta la casa. Giovanna tagliava la torta con gesti incerti ma felici, come se ogni briciola fosse promessa di un giorno nuovo. Martina li osservava, sentendo che non era più sola. Aveva donato e ricevuto senza calcolo, e forse proprio lì stava la ricchezza che la vita aveva sempre promesso; quando la voce della madre le sussurrava dalla memoria:

Chi dona senza aspettare niente in cambio, alla fine trova tutto.

Mentre le candele scioglievano la sera e la finestra lasciava entrare il profumo della primavera, Martina chiuse gli occhi un istante. Immaginò la madre e la nonna, le donne che lavevano cresciuta, stringersi in un abbraccio invisibile attorno a lei e ai suoi amori.

Prima di addormentarsi, Francesco prese la mano di Giovanna e con la serietà dei bambini chiese:

Nonna, sei felice qui?

Lei, confusa e grata come solo le anime che hanno perso qualcosa possono essere, sorrise al piccolo:

Felicissima, tesoro. Qui ho ritrovato una famiglia.

Martina spense la luce in cucina, coprì le spalle di Giovanna con una vecchia coperta e si sedette accanto a loro, ascoltando il battito quieto della casa.

Forse la felicità era proprio questo: qualche gesto gentile, una tazza di tè condivisa, mani intrecciate in silenzio mentre fuori la vita continuava a correre. Quella notte, mentre il piccolo mondo inventato da tre cuori imperfetti respirava piano, Martina seppe che non avrebbe mai più avuto paura del futuro.

Perché, da qualche parte, ogni famiglia si sceglie. E dove cè amore, in fondo, nessuno resta mai davvero solo.

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