La vita scorreva con il suo consueto ritmo: allevavo il figlio, ristrutturavo la casa e rimanevo al fianco del mio amato marito. Ginevra aveva scelto Michele tra tutti i ragazzi, solo lui le era stato caro al cuore. Quando Michele tornò dallesercito, si sposarono. Poco dopo la coppia accolse un figlio, Alessandro. Quando il bambino crebbe, Ginevra cominciò a sognare una figlia.
«Michele, finiamo i lavori sulla casa e poi avremo una bambina. Avremo un vero nido, una felicità familiare», ripeteva spesso.
Michele si limitava a sorridere e ad annuire. Anche lui era pronto a diventare padre di nuovo, anche domani. Spesso, con Alessandro sulle spalle, attraversava il borgo salutando tutti gli abitanti.
Poi arrivò linverno. La neve offuscò le strade, il vento fischiava. Ginevra scrutava dalla finestra, attendendo il ritorno del marito, ma Michele non fece mai ritorno. Un grave incidente sul lavoro lo portò via.
«Il tempo guarisce», le dicevano i vicini. «Non sei sola. Piangi, ma gli anni passeranno e troverai qualcun altro». Ginevra li ascoltava in silenzio, le lacrime non scorrevano più, e questo la feriva ancora di più. Passò un anno. Le tensioni degli anni 90 spezzarono anche i nuclei più solidi. Nei paesi i salari tardavano mesi ad arrivare; solo chi possedeva un fondo rustico e non temeva il lavoro duro riusciva a tirare avanti.
Ginevra sentì presto il peso di quel periodo. Alessandro doveva andare a scuola, bisognava vestire, calzare, nutrire il bambino. Ciò significava coltivare il orto a pieno regime, così in autunno avremmo avuto qualcosa da vendere al mercato.
Trascorreva le serate nei campi fino a tardi; le mani divennero ruvide, il sorriso svanì, lanima pareva indurirsi.
«Prendi il secchio, furbetto!», sbraitava a Luca, il figlio, quando lui cercava di scappare verso gli amici. «Hai finito i compiti?»
Luca, in silenzio, sollevava il secchio, ma nella testa ricordava i giorni felici con il padre e la madre allegra.
Di notte Ginevra piangeva spesso, rimproverandosi per aver alzato il figlio. Al mattino tornava cupa e severa.
Un sabato le fecero visita le amiche Fabiola e Lidia. Un tempo Ginevra non aveva amiche, perché Michele colmava tutte le sue esigenze sociali. Ora le excompagne di separazione venivano spesso a far un tè, ma era chiaro che non si trattava di tè.
La mattina iniziò come al solito. Ginevra si alzò senza neppure guardarsi allo specchio, sapendo che il suo volto sarebbe stato segnato. Nutri i maialini, riempì i polli di grano, impilò i piatti sporchi nel lavandino e ordinò a Luca di lavarsi e correre a scuola.
Verso sera non aspettava nessuno, ma sapeva che uno dei soliti ospiti poteva capitare. Queste promesse le erano indifferenti: se veniva, bene; se non veniva, non si ripeteva linvito. Gli uomini di solito capivano subito, vedevano il figlio, scambiavano poche parole e se ne andavano, come se fossero «donne con il rimorchio».
«Guarda, Ginevra, così farai impazzire tutti gli uomini», rideva Fabiola. «È difficile accontentarti. Forse è il tuo letto a far difetto? Compra un nuovo divano.»
«Corro subito a comprare un divano», sospirò Ginevra. «Con che soldi? Se è un danno, lo prendi tu.»
«Va bene, non arrabbiarti. Meglio apparecchiare la tavola e accogliere lospite.»
Fabiola a volte la irritava, ma Ginevra le metteva comunque i cetrioli sotto sale. Guardando una foto di nozze, sospirò:
«Scusa, Michele. Senza di te è difficile.»
«Sono tutti uguali», disse Fabiola, leggendo nella sua mente. «Dai, Ginevra, brindiamo! Siamo le migliori!»
Il giorno seguente Ginevra, sospirando, pulì i resti della tavola e si diresse al lavoro.
Le fece visita Nina Bianchi, zia del defunto marito.
«Che fai, Ginevra, dopo Michele? E queste tue amiche ti fanno solo perdere tempo.»
«Che vuoi, Nina Bianchi, farmi la morale? Pensi che sia una fallita? Ho una casa, un fondo, il figlio studia, controllo i compiti» Ginevra rimase improvvisamente in silenzio, ricordando che da più di una settimana non aveva guardato i quaderni di Luca né il suo diario. Aveva appena incontrato la professoressa che laveva invitata a parlare a scuola.
Non sapendo cosa dire, cominciò a impilare i piatti sporchi nel lavandino.
«Eri diversa», continuò Nina. «Bella, laboriosa, buona Lascia queste uscite sciocche.»
«Non esco», rispose Ginevra. «Solo a volte chiacchiero con le amiche per distrarmi. Ho diritto a riposarmi un po dopo il lavoro, non è vero?»
«Certo, hai diritto», annuì Nina, sospirando.
«Allora non farmi più la morale. E per favore, non ficcare il naso negli affari altrui. La porta è aperta», disse Ginevra, voltandosi verso la cucina.
Nina, stringendo più forte il fazzoletto, uscì silenziosa.
Ginevra sospirò, il viso contratto dal dolore. Sentiva il peso della situazione e corse sul portico dove la trovò la zia.
«Nina Bianchi, aspetti, ti do delle carote, ne ho tantissime questanno.»
«Non servono, cara», sbatté la mano Nina, scendendo dal portico.
«Aspetta, è dal cuore», insisté Ginevra.
Nina conosceva bene la vita; il suo vissuto le permetteva di percepire la sofferenza altrui. Capì che era il silenzioso scuso di Ginevra. Anche se non pronunciò parole, il suo sguardo chiedeva perdono e Nina si fermò.
«Ecco il sacchetto», disse Ginevra, versando generosamente le carote. «Le porto o le porto?»
«Le porto, Ginevra», rispose Nina, ringraziando, e si diresse a casa, il cuore stretto per le preoccupazioni di Ginevra.
Verso sera, di venerdì, Ginevra radunò cipolle e carote per portarli al mercato.
«Anche una piccola moneta, perché i soldi miei li vedo come le orecchie, non li trovo», pensò, sistemando le cose.
«Dove vai con quelle borse?», chiese la curiosa vicina Zaira, sbirciando nella borsa.
«Al mercato, porto le verdure», rispose Ginevra.
Trascinò a stento i sacchi pesanti fino alla fermata dellautobus. Già lì cerano il nonno Marco e la nonna Gloria, anchessi diretti alla città, ma lautobus non arrivava.
«Che sventura, deve essere ancora guasto», sospirò la nonna.
Il nonno, irritato, inveiva contro lautobus e lintera flotta dei mezzi. Quando capì che non ci sarebbe stato, decise di tornare a casa, cercando unalternativa.
Ginevra aspettava. Non voleva riportare a mano i sacchi, così cercò di prendere un passaggero.
Passò una Lancia, poi un Fiat Panda, ma tutti i posti erano occupati. Alla fine apparvero delle vecchie Fiat 500. Ginevra scrutò il vano, cercando un posto libero, ma il conducente fermò lauto prima che alzasse la mano.
Luomo, un po più anziano, le sembrava sconosciuto. Notò che veniva dal centro del paese, perché non lo aveva mai visto. Guardò Ginevra e poi i sacchi.
«Lautobus non verrà, è rotto. Vado in città, ti porto.»
«Se è così, allora portami», sospirò Ginevra.
«Daccordo», sorrise luomo. Scese dallauto e, nonostante la corporatura snella e laltezza ridotta, sollevò il sacco pesante come se non pesasse nulla.
«Puoi portarmi fino al mercato?»
«Posso, sì.»
«Pago», disse Ginevra.
Durante il tragitto, tirò fuori uno specchietto e si truccò le labbra. Dal sedile posteriore osservava il guidatore.
«Mi chiamo Ginevra», interruppe il silenzio.
«Io sono Giorgio Ferri».
«Ah, giovane e già con il cognome? Capo, o cosa?»
«Beh, direttore di stabilimenti e proprietario di navi», scherzò Giorgio. «In realtà sono caposquadra in un cantiere.»
Giorgio la portò al mercato e laiutò a scaricare i sacchi, accettando solo metà del denaro.
«Il resto lo darai stasera. Tornerò sulla stessa strada», disse.
«Che generoso», rise Ginevra. «Che fortuna!»
Di sera Giorgio la riportò a casa.
«Entra, prendi un tè, signor Giorgio Ferri.»
«Senza formalità, chiamami Giò», rispose lui, sorridendo.
Ginevra cominciò a apparecchiare. Luca entrò in cucina.
«Non stare lì a spiccare! Vai nella tua stanza. Hai finito i compiti?»
«Quasi», mormorò il ragazzo.
«Finiscili!», ordinò Ginevra.
Giorgio, seduto su una sedia vicino al camino, incrociò le gambe e, sorridendo, si rivolse al giovane:
«Allora, facciamo conoscenza. Io sono Giorgio Ferri, e tu?»
«Luca», rispose il ragazzo.
«Alessandro vero?»
«Sì», annuì Luca.
«Come vanno i compiti? Difficili?»
«La matematica è un incubo, non ci riesco», confessò.
«Vediamo allora», fece Giorgio, facendo avvicinare Luca con il quaderno.
Dopo mezzora di aiuto, Luca, contento, corse a letto.
«Metti via tutto», chiese calmo Giorgio, indicando la tavola. «Io solo berò il tè.»
«Allora, se sei al comando, solo tè», concordò Ginevra.
«Anche se non fossi al comando, rimarrebbe tè, più un compote, un budino, un succo di frutta tutto.»
Ginevra, sospettosa, versò dellacqua bollente, aggiunse la bustina di tè e mise accanto una patata.
«È ora», disse Giorgio alzandosi. Fece una pausa, poi aggiunse: «Mi sei piaciuta molto, Ginevra. Posso venire di nuovo venerdì?»
Ginevra sorrise leggermente, sapendo che era la conclusione che si aspettava.
«Vieni pure.»
«Sono celibe», disse, senza che Ginevra chiedesse.
«Ti scorderai di me tra una settimana», pensò, ma non contava su un proseguimento.
Tuttavia, quando le amiche Lidia e Fabiola vennero a trovarla, Ginevra le congedò presto. Nella testa tornava il dubbio: «E se davvero arrivasse?»
«No, Ginevra, è ingiusto», sbuffò Fabiola. «Andiamo al club con noi!»
«Devo correre al club?»
«Perché no? Andiamo al cinema!»
«No, ragazze, andatevene. Ho da pulire.»
Ginevra non finì di pulire. Giorgio arrivò prima del previsto, entrò nel cortile e Ginevra lo condusse dentro. Sul tavolo rimanevano i segni della cena, ma lospite finse di non notare nulla.
«Riscaldo la zuppa, altrimenti è fredda», spiegò Ginevra.
Giorgio chiacchierò un po con Luca, lo aiutò con la matematica e parlò di cavalli e di cavalli di potenza dei motori. Quando il ragazzo andò a dormire, Ginevra si sentì più leggera, con la voglia di scherzare.
Giorgio si alzò, le pose le mani sulle spalle e la fece alzare. Poi la avvolse forte attorno alla vita; Ginevra rimase senza parole, il respiro si fece corto.
«Rimarrò fino al mattino», disse semplicemente.
«Chi ti spinge?», chiese Ginevra, riprendendosi, ma capì che Giorgio sarebbe rimasto, così le parole erano superflue.
Al mattino, mentre Ginevra preparava le uova, Giorgio prese dei secchi e andò a pompare acqua.
«Ti porto in sauna?», chiese.
«Porta», rispose Ginevra con indifferenza, non abituata a chiedere aiuto a nessuno, temendo che non ci fosse futuro.
Dopo colazione, finendo il tè, Giorgio sussurrò:
«Sai, Ginevra, se vuoi stare con me, quelle bevande che cerano ieri sul tavolo non dovrebbero più comparire.»
Ginevra rimase immobile, il cucchiaino ancora in mano.
«È una condizione?», chiese, più sorpresa che offesa.
«Considerala tale. Non sopporto quellodore. E poi, sono una persona normale, lo capisci.»
Sorrise e aggiunse:
«Allora ti aspetto in sauna la sera?»
Ginevra voleva protestare, scacciarlo fuori, ma qualcosa la trattenne. Allimprovviso le venne voglia di accettare.
«Vieni», disse brevemente.
Nel pomeriggio, Fabiola fece capolino.
«Dicono che hai rovinato tutto, vero? È vero?»
«Sì, Fabiola, non resta più nulla.»
«Sei impazzita? Come hai potuto tradire così tanta bontà!»
«Che bontà? È solo sventura. Vai via, non ho tempo per te», la interruppe Ginevra.
Ginevra lavò il pavimento, cambiò le lenzuola profumate di freschezza, perché le aveva appena stese e asciugate allesterno. Sull fornE così, Ginevra trovò la serenità che da tempo desiderava, con il cuore finalmente leggero.





