«Non andrò al trentennale della laurea, mi prenderà la depressione», urlò Ginevra Ferrara al telefono, la voce rotta dalla solitudine. «Che paura ti dà? chiese Margherita Bianchi, sorpresa. Ultimo anno al Politecnico di Milano, sembravi perfetta, niente di strano. Hai dimagrito o cosè?»
«Non è quello», sbuffò Ginevra. «È solo che non voglio, basta, non insisti, Rita!»
Rita Conti, la terza amica della cerchia, stava per chiudere la chiamata. Voleva passare alla prossima della lista, ma Ginevra la strinse con una presa di ferro.
«Rita, i nostri ranghi si stanno già riducendo.»
«Che, qualcuno ha dato lanima al Signore? reagì Ginevra, quasi a ridere, ma il cuore le sobbalzò. Non si sente più giovane, ma neanche così da vedere i coetanei spingersi in mondi diversi.»
«Non è così», rispose Rita. «Alcuni hanno abbandonato il Paese. E il defunto Andrea Cusi, venticinque anni fa ancora giovane, te lavevo già detto.»
«Allora non lamentarti, il nostro flusso è di quattro gruppi ma saranno solo trenta persone in realtà. Hai finalmente sposato tuo figlio? scherzò Margherita. Dai, concediti un po di tregua.»
Mentre Margherita proseguiva a chiacchierare, la mente di Ginevra tornò a Andrea Cusi. Occhi scuri, occhiaie profonde, sguardo pesante; i ragazzi lo consideravano il più debole.
In realtà Andrea aveva una cuore fragile. Studiava bene, sognava di costruire un ponte sospeso sul suo borgo, ma non riusciva a portare a termine nulla. E Ginevra?
Si era innamorata di Luca Valentini, caposquadra dei muratori, dove lei stessa aveva iniziato a lavorare dopo la laurea. Luca era guardia notturna in città, poi tornava a casa.
I due si frequentavano da tempo; Luca la presentava a tutti come sua moglie. «Il matrimonio civile è il segno di un vero amore», diceva. Non per certificati, ma per sentimento puro.
Quando Ginevra scoprì di aspettare un bambino, Luca non comparve più al turno di guardia. Si rivelò che aveva tre figli e una moglie malata. Luca si dimise per motivi personali senza nemmeno avvertirla.
Ginevra capì che non poteva pretendere nulla a un uomo con tre figli e una moglie in fin di vita. Lasciò la cantiere, nessuno la capì. Un operaio, ironico, lanciò:
«Allora, il certificato di matrimonio è più forte del vivere insieme?»
Ma a Ginevra non importava più. Si trasferì a lavorare nella drogheria del palazzo, grazie a una conoscente del suo condominio. Accettò di lavorare due giorni anche quando sarebbe diventata mamma.
Sua madre accettò di badare a Domenico, il piccolo, perché la figlia era una «sciocca» che aveva perso un lavoro così bello.
«Sei tu che mi hai cresciuta così! la strepitò Ginevra quando la madre la stancò a morte.
«Pensavo che almeno fossi rispettabile, ma tu, Ginevra, sei una scema! ribatté la madre.
«Qual è la radice, il seme, che vuoi? rispose Ginevra, poi si pentì subito dellattacco.
Si abbracciarono, piansero insieme, ma il senso di vuoto rimaneva. Dove andare ora?
Quando, a cinque anni dalla laurea, Rita la chiamò per lincontro, Ginevra non andò.
Le sue giornate erano piene: puliva i corridoi delledificio, le scale della scuola e il pavimento del nido. Cosa poteva raccontare a tutti loro?
Solo per Domenico era pronta a tutto; era la sua unica consolazione.
La madre, vedendo Domenico andare allasilo, pensò di aver finito il suo dovere. Partì verso la sorella in campagna, chiedendo aria fresca per sé stessa.
Pochi anni dopo, Ginevra fu sorpresa: la compagnia di costruzioni la chiamò a tempo parziale. Domenico iniziò la scuola, e ora Ginevra riusciva a gestire tutto, persino a prendere il figlio subito dopo pranzo; molti invidiavano la sua routine.
Allora un collega iniziò a corteggiarla, ma lei lo scacciò subito. Aveva già un figlio; non voleva un altro papà in casa. Un padre non può essere sostituito, ma i problemi non si evitano.
Al lavoro Ginevra si rivelò inaspettatamente valida: quando Domenico crebbe, guadagnò abbastanza da passare a tempo pieno come ingegnere.
Nonostante ciò, si sentiva incompleta, sempre un po spezzata. Vestiva modestamente, non si tingeva i capelli; a quarantanni spuntini dargento comparvero.
Le sembrava di non avere il diritto di essere felice, vivendo con un uomo sposato, quasi a rubare il posto al padre dei tre figli.
Non poteva vestirsi a colori, pettinarsi, altrimenti qualcun altro la invidierebbe.
Il felice epilogo di una relazione sembrava ormai irraggiungibile. Intorno a lei cerano solo coppie separate, e lei non era migliore, forse peggio.
Domenico, cresciuto forte, aiutava le nonne Ilda e sua sorella nel giardino di campagna. Zappava le aiuole, piantava patate, barbabietole e carote; in autunno scavava le patate e aiutava a riempire i barattoli di conserve.
Fin da piccolo, il bambino era robusto, radunava la legna per il camino con destrezza. Anche la madre, ora, gli diceva: «È una grande fortuna avere un figlio così, e noi, la tua zia Livia, ti adoriamo.»
Così, il trentennale della laurea si trasformò in un semplice caffè davanti al dormitorio, il prossimo venerdì alle tre del pomeriggio. Tutti questi pensieri dolorosi passarono nella mente di Ginevra in pochi attimi.
Margherita, con voce insistentemente dolce, la chiamò:
«Hai ricordato? Il caffè di fronte al dormitorio, venerdì prossimo alle tre. Vieni, così ho qualcuno con cui chiacchierare, altrimenti sono sola, capito?»
La voce di Rita tremò improvvisamente, e Ginevra, senza sapere perché, accettò:
«Sì, andrò»
Deposita il telefono sul tavolo, avverte subito il rimorso per quella promessa. Si avvicina allo specchio, prende nuovamente il telefono, decide di chiamare Rita per annullare. Il numero della segretaria è occupato, il disagio la assale.
È ormai sera; apre larmadio e tira fuori il vestito azzurro che suo figlio le aveva regalato per il suo matrimonio.
Domenico e Natalia, la cognata, la convincono a andare al centro commerciale, dove lei si stanca tra le prove. Alla fine il vestito piace a tutti, compresa lei; le trovano anche le scarpe, poi Natalia la porta in un salone dove le tingono i capelli e le fanno un nuovo taglio.
È passato un anno; Domenico e Natalia vivono separati e sono felici. I capelli grigi ricrescono, non cè più chi la curi, ma Ginevra si sente a disagio a decorarsi.
Allunga i capelli, indossa il vestito azzurro, si applica un po di rossetto, poi lo rimuove con un tovagliolo, perché è troppo audace.
Il caffè è rumoroso, affollato, quando Ginevra arriva allorario stabilito. Rita la nota subito e le corre incontro:
«Ginevra, sei splendida! Che gioia rivederti!»
Margherita la osserva, accarezzandosi leggermente il braccio, ma il suo aspetto le rende più giovane.
Parlano al tavolo, poi qualcuno distrae Rita; Ginevra beve un succo, osserva i volti, ascolta la musica.
Il DJ mette canzoni dei tempi delluniversità, quando erano ancora giovani e sognavano una vita migliore.
«Posso invitarti a ballare? sente Ginevra tra il frastuono una voce. Si gira e riconosce Lorenzo Ricci, del gruppo parallelo. Lui, al terzo anno, si era sposato; Ginevra lo aveva amato allora.
«Ginevra, sei così bella. È la prima volta che vengo a un incontro di excompagni e non riconosco nessuno, ma te lo riconosco subito! esclama Lorenzo, porgendole la mano.
Ginevra non rifiuta; si alza, prende la mano di Lorenzo e inizia a ballare, mentre Rita la osserva, sorpresa, tornando al loro tavolo.
Danzano diversi valzer, silenziosi, poi Lorenzo, improvvisamente, chiede:
«Posso accompagnarti a casa? Ti dirò subito che sono divorziato da tempo, ma se a casa ti aspetta un marito, ti lascio comunque, perché è tardi»
Lorenzo la riporta a casa; il giorno dopo si rivedono e non si separano più.
Natalia laveva aiutata a scegliere il vestito e le scarpe per il suo matrimonio; ora è un po più rotonda, presto Ginevra sarà nonna. È imbarazzante sentirsi sposa.
Ginevra finalmente si concede la felicità.
Natalia le sussurra:
«Ginevra, sei davvero splendida! Siamo felici per te e Domenico; la felicità non ha età, non è proibita!»
E Ginevra, seduta al tavolo del ricevimento, guarda luomo di fronte a lei, Alessio Marini, e pensa:
«Forse ora è il mio turno di essere felice.»
Accetta se stessa, si permette di essere feliceIl suo cuore, per la prima volta da anni, batteva senza esitazioni, come se avesse trovato il ritmo giusto dopo una lunga marcia silenziosa. Alessio le porse un bicchiere di spumante, i riflessi dorati danzavano nel suo sguardo come le luci di una pista da ballo che laveva aspettata tutta la vita. «Ti ho sempre ammirata da lontano», disse, la voce bassa ma carica di sincerità, «e ora, finalmente, posso essere parte del tuo futuro».
Mentre la serata si avvolgeva in una dolce melodia, i volti dei suoi amici, di Rita, Margherita e Lorenzo, comparvero nei ricordi, una costellazione di volti che lavevano accompagnata nei momenti più bui. Con un sorriso, Ginevra comprese che non erano più ombre ma punti di luce che avevano tracciato la rotta verso quel gesto di speranza.
Domenico, ormai adolescente, entrò nella sala con un mazzo di fiori selvatici, e con una risata innocente sussurrò: «Mamma, questo è per te, perché ogni volta che mi guardi, vedo il coraggio di una donna che non ha mai smesso di lottare». Le parole lo colpirono come un soffio di vento primaverile, e in quel momento la loro casa, il loro piccolo giardino di promesse, si trasformò in un luogo dove il passato si mescolava al presente senza più conflitti.
Lultima canzone del DJ, una ballata lenta che parlava di seconde opportunità, avvolse la stanza. Ginevra e Alessio si strettarono, i loro passi si muovevano in armonia, come se il tempo stesso avesse deciso di concedere loro un attimo di quiete. Quando la melodia svanì, gli occhi di Ginevra incontrarono quelli di Lorenzo, che le fece un cenno di approvazione, e poi quelli di Rita, che le regalò un sorriso complice, quasi a dire: «Sei tornata a credere».
Il giorno dopo, sotto un cielo limpido, Ginevra scrisse su un foglio il suo progetto più ambizioso: non più un ponte di ferro, ma un ponte di ricordi, un archivio digitale dove conservare le storie di tutti coloro che, come lei, avevano cercato di ricostruire la propria vita pezzo per pezzo. Con il sostegno di Alessio, del suo team e dei figli che aveva cresciuto, iniziò a realizzare quel sogno, sapendo che la vera forza non risiede nelle strutture che edifichiamo, ma nei legami che tessiamo.
E così, mentre il sole tramontava dietro le colline di Milano, Ginevra si voltò verso il futuro con gli occhi pieni di luce. Il suo nome, inciso nella pietra di una nuova biblioteca universitaria, sarebbe stato un promemoria per tutte le donne che, un giorno, avrebbero avuto il coraggio di chiedersi: «E se fosse il mio turno?». In quel momento, la risposta era chiara, e il suo cuore cantava: è arrivato il momento di vivere, di amare e di brillare.






