«Tiziana, non offendersi con me, non vivrò più con te».
«Forse, proviamo, Sergio?», rispose Tiziana, quasi senza battere ciglio, mentre sul suo viso comparve un rossore tenue.
«Ti ho già detto tutto, Tatiana»
Ginevra Poderebelli venne al mondo quando Sergio andava alla prima elementare. Ricordava ancora la madre, la celebre bellezza del paese, la signora Lavinia, dal pancione imponente, e il fiero padre, Giovanni. La signora Lavinia spingeva fuori dal portone la carrozzina che tanto affascinava il piccolo Sergio: per lui era quasi un miracolo.
Sergio cresceva, e Ginevra si faceva più grande. Un giorno la vide scappare fuori dal cancello di casa dei genitori, indossava un vestitino colorato con un enorme fiocco sui riccioli biondi. Giocava con le amiche, costruendo una casetta accanto al giardino. Sergio osservava tutto dalla finestra della casa dei suoi genitori, situata dallaltra parte della via, proprio di fronte alla dimora dei Poderebelli.
«Sergio, accompagna Ginevra a scuola, per favore!», chiese un pomeriggio la signora Lavinia.
Sergio non rifiutò e, per quasi un anno, divenne il tutore della piccola alunniça.
Allinizio andavano silenziosi a scuola; Ginevra non sopportò più il silenzio e cominciò a raccontargli aneddoti e curiosità delle lezioni. I suoi compiti finivano prima, e lei aspettava pazientemente che Sergio fosse libero. A volte Sergio tornava a casa in compagnia dei compagni di classe, e Ginevra li seguiva. Con il tempo si abituò alla routine: al mattino lattendeva al cancello, la prendeva per mano e insieme si dirigevano verso la scuola.
Lanno successivo, a settembre, Ginevra gli chiese sottovoce di poter andare con le amiche. Da quel giorno le ragazze marciavano davanti, e Sergio le seguiva a una certa distanza, pronto a intervenire al bisogno. E così avvenne davvero.
Un giorno, sulla strada, comparve un’oca che sbuffava, agitando il collo e sbattendo le ali. Le bambine temevano di passare, ma Sergio si mise tra loro e luccello, e le ragazze proseguirono gridando di gioia.
Lanno dopo Sergio si trasferì a studiare in un paese vicino, dove cera una scuola media, e tornava a casa solo nei weekend e durante le vacanze. Ginevra, ormai più grande, sembrava averlo dimenticato, passava sorridendo senza salutare.
Più tardi, Sergio entrò nellAccademia dei Navigatori e iniziò a tornare a casa raramente. Un giorno, mentre cenava, la porta del portone dei Poderebelli si aprì: apparve una giovane donna alta e slanciata.
«Mamma, chi è quella, Ginevra?!» sbottò Sergio, interrompendo il pasto.
«È la nostra Ginevra», rispose la madre, voltandosi al finestrino con un sorriso.
«Come ha fatto a tornare?», chiese Sergio, sorpreso.
«Il tempo lha portata», rispose la madre con dolcezza. «Guardo sempre con gioia ciò che hanno i genitori da dare».
Qualche volta Sergio intravide Ginevra di sfuggita, nascosta dietro le tende di tulle alle finestre. Un giorno la vide al rubinetto, con due secchi appesi a una corda, mentre il vento agitava le tende come vele. Unaltra mattina Ginevra, vestita di un elegante completo pantalonato, si recò a sostenere gli esami. Sergio, di nuovo, provò a farle compagnia.
Il punto di rottura arrivò quando, aiutando il padre a riparare il recinto, sentì una voce: «Con una voce così potresti andare fino allestremità del mondo!». Un giorno, uscendo dal portone con i secchi dacqua, incontrò Ginevra vicino al rubinetto.
«Buongiorno!», la salutò per prima, colpendo Sergio dritto al cuore.
«Buongiorno, Gineva», rispose lui, con un filo di timidezza.
Il riempimento dei secchi durò a lungo, e Sergio non riuscì a trovare argomenti di cui parlare. Quella sera partì con unombra di malinconia: sembrava aver finalmente capito cosa fosse lamore.
Fu poi laddestramento e la assegnazione, e Sergio fu inviato nella fredda zona alpina di Cortina dAmpezzo.
***
Il prossimo ritorno a casa fu carico di speranza. Sognava di confessare i suoi sentimenti a Ginevra, ora adulta. Il primo giorno, dopo una faticosa traversata, cominciarono i lavori quotidiani. Il padre, come al solito, predisse il piano più efficiente per luso della forza lavoro aggiuntiva. Il secondo giorno si recarono nella foresta per tagliare legna; poi dovevano spezzarla e accumularla in una baita. Il padre, per ottimizzare la pausa di Sergio, ristrutturò lingresso della sauna, cambiò il pavimento, e infine rinnovò il pavimento della stalla. Due settimane volarono via.
Di tanto in tanto Sergio guardava le porte del vicinato, sempre chiuse. A volte uscivano Lavinia o Giovanni, ma Ginevra non si faceva più vedere.
«Mamma, perché Ginevra non appare più?», chiese un giorno Sergio.
«Ha iniziato gli studi in città, a Firenze», rispose la madre.
Così Sergio tornò a Cortina senza ulteriori novità. Un anno dopo, la vide una sola volta, ma non gli piacque. Continuò a osservarla da dietro le tende di tulle, insieme a un ragazzo alto e goffo del villaggio, che parlava e rideva di propria battuta, mentre Ginevra sorrideva con sufficienza e lanciava a Sergio uno sguardo di fastidio.
Alla fine Sergio scoprì che Ginevra si era sposata con quel giovane e vivevano ora in un centro di villeggiatura.
Sergio, quando tornava a casa dei genitori, talvolta la sentiva parlare
«Sergio, smettila di soffrire, non sei più un ragazzino», pareva dire sua madre, intuendo la sua tristezza.
E così, guardando il tramonto sulle Dolomiti, Sergio comprese che lamore non si può forzare né trattenere con la nostalgia. Lunica cosa che rimane è il rispetto per i percorsi altrui e la consapevolezza che, a volte, il vero valore di un ricordo è insegnarci a vivere il presente con gratitudine.
**Lezione di vita:** lamore vero non si possiede, si coltiva nella pazienza e nel rispetto dei sogni altrui.






