Le circostanzeMentre la pioggia incessante avvolgeva la città, Elena capì che le circostanze che l’avevano portata lì stavano per cambiare per sempre.

12 aprile 2026 Diario di Giovanni

La vita scorrevano come il fiume del Valdarno: crescevo mio figlio, ristrutturavo la casa di pietra, e rimanevo al fianco della donna che avevo scelto. Ginevra, con la sua voce dolce, aveva messo gli occhi su Michele fin dal primo incontro; tra tutti i ragazzi, solo lui le era rimasto nel cuore. Quando Michele tornò dal servizio militare, i due si sposarono e presto venne al mondo il loro primogenito, Alessandro. Col tempo la piccola Ginevra cominciò a sognare una figlia.

«Michele, finiamo i muri della nostra dimora e poi avremo una bambina. Così avremo una vera oasi familiare», mi diceva spesso, con gli occhi pieni di speranza.

Io la accarezzavo sorridendo, pronto a diventare di nuovo padre, anche se fosse domani. Spesso, con Alessandro sulle spalle, attraversavo il paese salutando tutti gli abitanti.

Poi arrivò linverno più rigido di quegli anni. La neve coprì le strade, il vento fischiò tra i tetti. Ginevra guardava dalla finestra, sperando nel ritorno di Michele, ma lui non fece ritorno. Un tragico incidente al lavoro lo portò via.

«Il tempo guarisce», mi dicevano i vicini. «Non sei sola. Piangi se vuoi, ma gli anni passeranno e troverai un nuovo compagno». Ginevra ascoltava in silenzio, le lacrime smise di scorrere, e questo la ferì ancor più. Lanno trascorse, le difficoltà inghiottirono anche le famiglie più solide. Il villaggio di San Pancrazio non pagava gli stipendi da mesi; soltanto chi possedeva un piccolo podere e non temeva il lavoro fisico riusciva a tirare avanti.

Ginevra sentì il peso di quel periodo su di sé. Alessandro doveva andare a scuola; dovevo fornirgli vestiti, scarpe e cibo. Per farlo, dovevo coltivare il campo fino a che lautunno non ci regalasse dei prodotti da vendere al mercato.

Passavo le serate nei solchi, le mani si indurivano, il sorriso spariva, e il cuore sembrava indurirsi anchesso.

«Prendi il secchio, scemo!», sbraitava a Sergio, il nostro piccolo, quando cercava di scappare verso gli amici. «Hai finito i compiti?»

Sergio rispondeva in silenzio, ma nella sua mente rievocava i giorni spensierati con suo padre, quando la casa era piena di risate.

Di notte Ginevra piangeva, rimproverandosi per la durezza verso il figlio. Al mattino tornava a mostrarsi severa, quasi una statua di marmo.

Il sabato, vennero le amiche di Ginevra, Fabiola e Lidia, due donne che avevano lasciato i mariti e ora si fermavano «per un tè». Un tè che, a dire luna, serviva più a scambiare confessioni che a sorseggiare infusi.

La mattina cominciai come al solito: Ginevra si alzò senza guardarsi allo specchio, sapeva che il viso era stanco. Nutrì i maialini, sparpagliò il grano alle galline, impilò i piatti sporchi nel lavandino e ordinò a Sergio di lavarsi e di andare a scuola.

Nel pomeriggio non attendevo ospiti, ma sapevo che uno dei «visiti fissi» poteva capitare. A questi inviti rispondevo con indifferenza: se arrivavano, accoglievo; se no, non li richiamavo più. Gli uomini del villaggio, vedendo il nostro figlio, lanciavano qualche parola e se ne andavano, come se fossero «donne con rimorchio».

«Guarda, Ginevra, così scaccerai tutti gli uomini», rise Fabiola. «È dura accontentarti. Forse il letto è colpevole? Compra un divano nuovo».

«Corro subito a comprare un divano», sospirò Ginevra. «Con che soldi? Se è un danno, prendi tu».

«Va bene, non arrabbiarti. Metti la tavola, accogli lospite», concluse Fabiola, mentre Ginevra silenziosamente disponeva cetrioli sottaceto. Guardando una vecchia foto di nozze, lasciò uscire un sospiro.

«Scusa, Michele. Senza di te è più difficile», mormorò.

«Sono tutti uguali», rispose Fabiola, leggendo la sua mente. «Forza, Ginevra, bevi per noi! Siamo le migliori!»

Il giorno dopo Ginevra, stremata, pulì i piatti e si diresse al lavoro. A casa sua fece visita zia Nina, sorella del defunto Michele.

«Che cosa fai, Ginevra? Non ti riconosco più senza Michele», disse Nina. «E queste tue amiche non fanno altro che intralciare.»

«Che cosa, Nina, vuoi darmi una predica? Pensi che sia una fallita? Ho una casa, un podere, il figlio a scuola, correggo i compiti» Ginevra si interruppe, ricordando di non aver guardato il quaderno di Sergio da più di una settimana. Qualche giorno prima aveva incontrato la sua maestra, che laveva invitata a parlare a scuola.

«Non ho parole», continuò Nina. «Eri una donna bella, laboriosa, gentile smetti con queste uscite sciocche.»

«Non esco, solo mi faccio una chiacchierata con le amiche per staccare un po», si difese Ginevra. «Ho diritto a un po di riposo, no?»

«Certo, hai diritto», annuì Nina, sospirando.

«Allora non darmi più lezioni. E, per favore, non ficcare il naso nei miei affari. La porta è aperta», rispose Ginevra, voltandosi verso il tavolo della cucina.

Zia Nina, con il velo più stretto, uscì silenziosa. Ginevra rimase triste, ma uscì di corsa e la raggiunse sul portico.

«Nina, aspetti, ho delle carote da darti, ne ho un sacco questanno», implorò.

«Non serve, bambina», scartò Nina, già scendendo.

«Aspetta, lo dico con il cuore», insisteva Ginevra.

Nina, che conosceva bene la vita, comprese che era un silenzioso penitenziale. Ginevra non pronunciò parole, ma gli occhi chiedevano perdono. Nina si fermò.

«Ecco un sacchetto», disse Ginevra, riempiendolo di carote. «Te lo porto o ti serve?»

«Lo porto, Ginevra», rispose Nina, ringraziando, e si diresse a casa. Il suo cuore era pesante per la sofferenza di Ginevra.

Verso sera, venerdì, Ginevra raccolse cipolle e carote per il mercato.

«Spero di guadagnare qualche spicciolo, perché i miei soldi sono come le orecchie, non li vedo», pensò, caricando le borse.

«Dove vai con quelle sacche?», domandò la curiosa vicina Zaira, curiosa di spiare.

«Al mercato, porto verdure», rispose Ginevra.

Con fatica portò i sacchi fino alla fermata dellautobus. Lì già stavano il nonno Marco e la nonna Gloria, pronti a partire per la città. Lautobus tuttavia tardava ad arrivare.

«Che guaio è questo? Forse è di nuovo rotto», sospirò la nonna.

Il nonno, irritato, inveiva contro gli autisti e i bus. Quando fu chiaro che lautobus non sarebbe mai arrivato, decisero di tornare a casa e di provare un altro mezzo insieme.

Io, invece, mi fermai. Non volevo trascinare indietro i pesanti sacchi, così cercai un passaggio.

Passò prima un Fiat 500, poi un Lancia Delta, ma tutti i posti erano occupati. Alla fine comparve un vecchio Fiat Panda. Ginevra scrutò attentamente, cercando un posto libero, ma il conducente si fermò prima che alzassi la mano.

Luomo, più anziano di me, sembrava venire dal centro del paese, perché non lavevo mai visto. Guardò le mie borse, poi mi disse:

«Lautobus è rotto, vado in città, posso darti un passaggio».

«Se è così, portami», sospirai.

«Fatto», sorrise, scendendo dalla macchina. Nonostante la sua statura minuta, sollevò il sacco con facilità, quasi come se non fosse pesante.

«Puoi portarmi fino al mercato?»

«Certo, ti porto.»

«Pagherò», dissi.

Durante il tragitto, mi truccai il viso con un piccolo specchietto, rossi le labbra. Dal retro potevo osservare lautista.

«Mi chiamo Ginevra», rompei il silenzio.

«Io sono Alberto Ferri», rispose.

«Oh, giovane e già con il cognome? Sei un capo o cosa?»

«Beh, dico, direttore di fabbrica e proprietario di barche», scherzò, poi aggiunse: «In realtà sono capo cantiere».

Mi portò al mercato e mi aiutò a scaricare i sacchi, chiedendo solo metà del denaro. «Il resto lo ridarai stasera, torno con lo stesso percorso», promise.

«Che generoso», dissi, sorridendo. «Che fortuna ho avuto.»

Al ritorno, Alberto si fermò davanti a casa.

«Entra, prenditi un tè, Alberto Ferri», invitai.

«Puoi chiamarmi solo Alberto», rispose, sorridendo.

Mi misi a preparare la tavola. Sergio, il figlio, entrò.

«Non stare lì a sporgerti! Vai in camera, hai finito i compiti?»

«Quasi», borbottò.

«Allora finiscili!», ordinò Ginevra.

Alberto, seduto su una sedia accanto al focolare, incrociò le gambe e sorrise al bambino.

«Piacere, sono Alberto Ferri, e tu come ti chiami?»

«Sergio», rispose.

«Il vero nome è Alessandro?»

«Sì», annuì Sergio.

«Come vanno i compiti? Difficili?»

«La matematica è una rottura di scatole», confessò.

«Vediamo allora», disse Alberto, facendo vedere il quaderno a Sergio.

In mezzora, il bambino, soddisfatto dellaiuto, si ritirò a dormire.

«Rimuovi tutto», chiese Alberto, indicando il tavolo. «Io bevo solo il tè.»

«Se sei al comando, allora solo tè», acconsentì Ginevra.

«Anche se non fossi al comando, rimarrebbe tè, più una granita, una marmellata, un succo di frutta», aggiunse.

Il mio sguardo si fece sospettoso, ma riempiai il bicchiere dacqua calda, aggiunsi la bustina di tè e posai accanto una ciotola di patate.

«Devo andare», disse Alberto, alzandosi. Dopo un attimo di esitazione, aggiunse: «Mi sei piaciuta molto, Ginevra. Posso passare venerdì?»

Ginevra sorrise timidamente, come se avesse previsto quellesito.

«Certo, vieni.»

«Non sono sposato», affermò, anche se non lavevo chiesto.

«Vedremo tra una settimana», pensai, senza sperare troppo.

Quel pomeriggio, quando Lidia e Fabiola furono a casa, le cacciammo fuori prima dellora. Nella mia mente girava: «E se davvero venisse?»

«Non è giusto, Ginevra», sbottò Fabiola. «Andiamo al club con noi!»

«Ho già una vita da sistemare, non vado al club», replicai.

«Andiamo al cinema!», insistevano.

«No, ragazze, andatevene da sole. Ho delle pulizie da fare», risposi.

Non finii le pulizie in tempo. Alberto arrivò prima di quanto immaginassi, entrò nel cortile e lo accompagnai dentro. Sul tavolo rimanevano i segni del pranzo serale, ma lui fingeva di non notarli.

«Scaldo il brodo, altrimenti si è raffreddato», spiegai.

Alberto parlò un po con Sergio, lo aiutò a fare i conti e gli spiegò i cavalli di potenza di unauto. Quando il ragazzo andò a letto, Ginevra si sentì più leggera, quasi pronta a scherzare.

Alberto si alzò, si avvicinò, pose le mani sulle mie spalle e mi fece alzare in piedi. Poi mi abbracciò forte alla vita. Il mio cuore balzò, quasi mi mancò il respiro.

«Rimarrò fino a domani», disse semplicemente.

«Chi ti spinge?», chiesi, recuperando il fiato. Sapevo già la risposta, ma le parole mi sembravano superflue.

Al mattino, mentre preparavo le uova, Alberto prese dei secchi e andò a pompare acqua.

«Vuoi che la porti in sauna?», chiese.

«Portala», risposi, quasi senza entusiasmo, non avendo mai chiesto aiuto a nessuno, convinto che non ci fosse futuro.

Dopo colazione, finii il tè quando Alberto, quasi a voce bassa, disse:

«Ginevra, se vuoi stare con me, quei liquori che hai messo sul tavolo ieri devono sparire».

Rimasi immobile, il cucchiaino ancora in mano.

«È una condizione?», chiesi, più curiosa che offesa.

«Consideralo così. Non sopporto quellodore. Io sono normale, lo sai già», sorrise, poi aggiunse: «Allora vieni in sauna la sera?»

Volevo protestare, mandarlo fuori, ma qualcosa mi trattenne. Allimprovviso, mi venne voglia di dire di sì.

«Va bene, vieni», risposi brevemente.

A quel punto Fabiola si fece avanti.

«Hai speso tutto, Ginevra? È vero?»

«Sì, non resta più nulla», risposi.

«Sei impazzita? Come puoi dare così tanto!»

«È solo una sfortuna, non è un bene», replicai, senza esitazione.

Pulii il pavimento, cambiai le lenzuola profumate di fresco, e mentre il brodo bolliva, mi venne voglia di fare qualcosa di diverso. Invece di preparare i classici gnocchi, impastai dei pancakes, che Sergio afferrò silenzioso, inzuppandoli nel succo di frutta.

Il tempo passava. Raggiunsi persino la sauna, ma Alberto non si fece vedere.

«Tre anni di attesa per una promessa», sospirai amareggiata. «Mi sono illusa, sciocca. So che tutti sono uguali, tranne il mio Michele. Forse è stato vano tutto quel gesto».

Un sorriso sfiorò le mie labbra. Guardai la cucina illuminata dal profumo dei piatti e sentii una calma inaspettata.

«Non è stato vano», dichiarai a me stessa. «Basta così, basta per me».

Mi voltai verso Sergio:

«Non aspettare, amico. Zio Ugo non arriverà. Andiamo a vedere i tuoi quaderni, hai trascurato lo studio».

Allimprovviso, il rombo di un motore fuori dalla finestra. Alberto entrò con una piccola valigia, tirò fuori prosciutto, conserve, biscotti e burro.

«Un amico della base miRingraziai Alberto per il cibo e, guardando Sergio, capii che la vera ricchezza era la famiglia che avevo ricostruito.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

two + nineteen =

Le circostanzeMentre la pioggia incessante avvolgeva la città, Elena capì che le circostanze che l’avevano portata lì stavano per cambiare per sempre.