– Papà, hai davvero un gatto? – rimase senza parole la figlia Lucia, arrivata per il weekendIl felino, dal pelo lucido, si avvicinò silenzioso, facendo spuntare su Lucia un sorriso di sorpresa.

**31 ottobre Diario di Pietro Bianchi**

Papà, che ci fai, hai preso un gatto? si esclamò la mia figlia Loredana, appena arrivata per il weekend.
Io, Pietro Bianchi, la guardai irritato dalla finestra. Lì, di nuovo, il piccolo gatto rosso era accovacciato tra i miei pomodori. Era il terzo giorno di fila.

Allinizio ha rosicchiato i pomodori, ieri si è addormentato tra i cetrioli, e oggi ha deciso di sistemarsi sulla giovane cavolo.

Dovresti tornare dai tuoi padroni brontolai, picchiettando il vetro.

Il gatto alzò la testa, mi fissò con i suoi occhi gialli e rimase lì, impavido.

Indossai gli stivali di gomma e uscii verso lorto. Il felino non fuggì, ma si allontanò di pochi passi, per poi sedersi accanto al recinto. Era magro, sguainato, con unorecchia strappata e la coda piena di graffi.

E allora, ragazzino, ti sei perso? mi chinai verso il cavolo, osservando i danni. Hai forse capito che a casa non ti vogliono più?

Il gatto mi fece un miagolio flebile. Allora compresi: era affamato. Gli occhi scintillavano di fame.

Dove sono i tuoi padroni? chiesi, sedendomi a gambe incrociate.

Il felino si avvicinò, strofinandosi contro il mio stivale. Purrò piano, quasi a ringraziarmi di non averlo cacciato via.

Nonno, perché abbiamo un gatto in giardino? domandò il mio nipote Sergio, venuto per una vacanza al casale.

È di un vicino. Si è smarrito o è stato abbandonato, non lo so.

Di chi era?

Sospirai. Lo sapevo bene. Era di Anna Corsi, la signora della casa accanto. Era morta un mese fa; i parenti erano venuti solo per il funerale, poi hanno chiuso labitazione e portato via tutto. Il gatto è stato dimenticato.

Era di nonna Anita. È già passata.

E il gatto è rimasto solo?

Sì, è rimasto.

Sergio fissava il piccolo felino rosso con tristezza.

Nonno, lo portiamo a casa nostra?

Ma no! scoccai. Non mi serviva un altro gatto. Non ho nulla da mangiare, e ora mi chiedi anche questo

Tuttavia, quella sera, quando Sergio tornò in città, posai una ciotola di zuppa avanzata vicino al portico. Il gatto si avvicinò con cautela e iniziò a mangiare, affamato e veloce.

Va bene, una volta mormorai.

Quella “una volta” divenne una routine quotidiana. Ogni mattina trovavo il gatto ad aspettarmi alla porta dellorto, paziente, senza miagolare, solo attendendo. Iniziai a dargli gli avanzi, poi a preparargli una ciotola di farro e a comprare lattine economiche. Mi ripetevo: è solo temporaneo, finché non troverà nuovi padroni.

Rosso, vieni qui lo chiamavo. Come ti chiamava la signora Corsi?

Rispondeva a qualsiasi nome, purché lo chiamassero.

Pian piano il rosso si ambientò. Di giorno si scaldava al sole nellorto, la sera veniva al portico, dormiva nella vecchia casetta che un tempo apparteneva al cane di famiglia.

È temporaneo, davvero temporaneo continuavo a dirgli.

Ma le settimane passavano e il gatto non se ne andava più. Avevo capito che si era affezionato al mio volto, al suo miagolio silenzioso, al calore delle mie ginocchia quando mi sedevo sul portico.

Papà, che ci fai, hai preso un gatto? ripeté Loredana, sorpresa.

Non lho preso, è venuto da solo. Era di un vicino, la padrona è morta

Allora perché lo nutri? Mettilo da qualche parte.

A chi serve un gatto anziano? gli accarezzai lorecchio. Lasciamolo vivere.

Sono spese inutili mi rimproverò Loredana. Cibo, veterinario Hai già una pensione modesta.

Ce la faremo risposi brevemente.

Loredana scuoteva la testa. Negli ultimi anni ero cambiato: parlavo con le piante, ora mi prendevo cura di un gatto

Forse dovresti trasferirti in città, da noi suggerì ancora. Che fai qui da solo?

Non sono solo. Ho il rosso.

Davvero?

Parlo sul serio. Qui è tutto: lorto, il gatto.

Loredana sembrava dubbiosa. Da quando la mamma è morta, mi ero chiuso in me stesso.

Con lautunno, il rosso si ammalò. Smetteva di mangiare, giaceva nella casetta, respirava a fatica. Mi avvicinai.

Che ti succede, amico? mi sedetti accanto alla casetta. Sei malato?

Il gatto emise un debole miagolio. Lo portai al veterinario del centro di zona, spendendo quasi tutta la mia pensione. Il giovane dottore mi disse:

È un gatto buono, affettuoso. Letà avanza, il sistema immunitario è debole.

Vivrà?

Con cure adeguate può ancora godersi altri mesi.

A casa trasformai il portico in una piccola clinica: coperte vecchie, ciotole dacqua e cibo, pillole quotidiane, controlli di temperatura.

Guarisci, gli dicevo. Senza di te mi annoio.

In quei mesi il rosso divenne più di un animale domestico: era un amico, lunica creatura viva che mi aspettava ogni giorno.

Nonno, il rosso sta meglio? chiese Sergio, tornato per le vacanze invernali.

Sì, guarda, dorme sul cuscino.

Il gatto era infatti sdraiato su un cuscino caldo, avvolto a palla, il pelo lucido, gli occhi chiari.

Rimarrà sempre qui?

Dove potrebbe andare? lo accarezzai. Siamo una squadra: io gli do casa, lui mi dà compagnia.

Non ti sei sentito solo?

Pensai a quanto la casa fosse vuota dopo la perdita della moglie. Preparavo la zuppa per uno, guardavo la televisione in silenzio, andavo a letto in una stanza spenta.

Sì, era molto solo, nipote.

E ora?

Ora non lo sono più. Quando torno dallorto, il rosso mi accoglie, mi fa le fusa mentre preparo la cena, si accoccola sulle mie ginocchia davanti alla TV. È diventato il mio conforto.

Sergio annuì, capendo che gli animali possono riempire il vuoto.

E tua madre, cosa ne pensa?

La madre era contraria. Diceva che erano spese inutili, un peso in più.

E tu?

Io credo che non lo siano. Il rosso mi regala gioia, e la gioia non è mai superflua.

Con la primavera arrivò una sorpresa. La nipote di Anna Corsi, la signorina Silvana, venne con la sua bambina.

Nonno, scusi il disturbo disse. Sono Silvana, nipote di Anna. Ho sentito che il suo gatto è qui.

Il mio cuore sobbalzò. Avrei dovuto restituirlo?

È qui, risposi cautamente. E allora?

Volevamo prenderlo, non lavevamo considerato al funerale, ma ora ci vergogna il pensiero di lasciarlo.

Capisco, mormorai, sentendo il peso nella gola.

Silvana guardò il rosso sdraiato al sole vicino ai letti dellorto.

Che trasformazione! Prima era magro e malato, ora è splendido!

Lho curato, lo nutrivo bene.

Grazie di cuore! Lo prenderemo, copriremo tutte le spese

Rimasi in silenzio. La legge diceva che il gatto non era più mio, ma in quei mesi era diventato parte della mia vita.

Possiamo vederlo? chiese Silvana.

Ci avvicinammo al felino. Il rosso alzò la testa, mi guardò con diffidenza, poi si avvicinò a me, strofinandosi contro le gambe.

Strano, commentò Silvana. Non mi riconosce.

Il tempo è passato, spiegai. Forse ha dimenticato.

Ma capii subito: non era una questione di dimenticanza. Il gatto aveva scelto un nuovo custode, colui che lo nutriva, lo curava e lo amava.

Allora forse può restare qui? propose Silvana. È abituato a vivere allaperto, non lo sposteremmo in un appartamento con un bambino piccolo.

Come? non capivo.

È semplice. Lo abbiamo salvato due volte: dalla fame e dalla malattia. È anche il nostro.

Non potevo credere alla fortuna.

Davvero? Possiamo tenerlo?

Certo, purché, se servirà qualcosa, cibo o medicine, ci chiediate.

Dopo la partenza di Silvana, rimasi a lungo sul portico a carezzare il rosso.

Rimani con me, amico? sussurrai. Per sempre.

Il gatto mi fece le fusa, chiudendo gli occhi per il piacere.

Più tardi, Loredana chiamò:

Papà, come sta il gatto?

Sta bene, è ufficialmente mio. I padroni sono venuti, ma hanno accettato che rimanga qui.

E allora?

Ho capito una cosa: una persona sola e un gatto solitario si salvano a vicenda. Lho salvato dalla fame, lui mi ha salvato dalla solitudine.

Papà, non fare il filosofo

Non è filosofia, è verità. Ora ho uno scopo: alzarmi al mattino, preparare il cibo, dare le medicine, e sentire il suo ronronare quando arrivo dal lavoro.

Loredana rimase in silenzio. Forse, per la prima volta, ha compreso che quel gatto era davvero necessario a me.

Papà, non ti trasferirai più da noi?

No, non lo farò. Ho casa, orto e il rosso. Che senso ha il trambusto della città?

Allora resti?

Resto. Restiamo.

Un anno è passato. Io e il rosso viviamo una routine tranquilla: colazione e passeggiata nellorto al mattino, faccende domestiche di giorno, il gatto che dorme allombra, cena e televisione la sera, lui sulle mie ginocchia.

I vicini ormai lo conoscono:

Pietro, il tuo gatto è ormai un cittadino modello!

Non è solo nostro, siamo una cosa sola.

È vero. Ci siamo salvati a vicenda, luomo anziano e il gatto dimenticato. Abbiamo trovato luno nellaltro ciò che cercavamo: comprensione, calore, un motivo per vivere.

Che cosa manca più di tutto per la felicità?

Il rosso ronfa sulle mie ginocchia e io penso: che buona scelta abbia fatto a non scacciarlo quel giorno. Il cuore sa scegliere più della mente.

**Lezione personale:** la solitudine si spezza quando apriamo il cuore a chi non ha voce; a volte il più piccolo gesto di compassione può trasformare una vita, anche la nostra.

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