Ci siamo innamorati di lei dal primo passo dentro la nostra casa.
Capelli ricci, alta, magra.
La sua giacca non diceva nulla, ma le mani erano diverse da quelle di mia madre: le dita più corte e più grosse, serrate in pugno. Le gambe erano ancora più sottili, i piedi più lunghi.
Io, Marco, avevo nove anni, e con il fratellino Luca, sette, le lanciavamo sguardi gelidi.
«Mila è lunga un chilometro, non è mica una piccola!», bisbigliavamo.
Il papà notò il nostro disprezzo e ci rimproverò: «Comportatevi da bravi ragazzi! Che voi fate gli sgarbati?».
«E resterà con noi a lungo?», chiese Luca, con la sua innocenza da bambino.
«Per sempre», rispose papà.
Si sentiva già irritarsi. Se si infuriava, le cose si sarebbero complicate; meglio non farlo arrabbiare.
Unora dopo, Cinzia (così chiamavamo la nuova arrivata) si preparò a tornare a casa. Si mise le scarpe e, mentre usciva, Luca cercò di farle uno scherzetto al piede.
Quasi cadde sul marciapiede.
Papà si agitò: «Cosè successo?».
«Mi sono incastrata con unaltra scarpa», rispose Cinzia senza guardarlo.
«È tutta una confusione. La sistemerò io!», promise subito.
Allora capimmo che lui la voleva bene. Non riuscimmo a toglierla dalla nostra vita, per quanto provassimo.
Una volta, quando Cinzia era sola a casa nostra senza papà, fu a dirci con voce piatta:
«La vostra mamma è morta. Purtroppo succede. Ora è su un sogno di nuvole e vede tutto. Credo che non le piaccia il vostro modo di fare. Capisce che agite così per fastidio. State custodendo la sua memoria».
Ci fermammo a riflettere.
«Luca, Chiara, non siete dei bravi bambini! È davvero così che si onora la memoria di una madre? Un buon cuore si mostra con le azioni, non con le spine, come i ricci!».
Con parole così Cinzia smorzò in noi limpulso di comportarci male.
Una volta laiutai a scaricare la spesa dal mercato. «Che bravo!», mi elogiò Cinzia, accarezzandomi la schiena.
Sì, le dita non erano quelle di mia madre, ma era comunque piacevole.
Luca si ingelosì.
Anche io rimisi in ordine le tazze sullo scaffale; Cinzia e lui mi lodarono. Poi, più tardi, raccontò a papà con entusiasmo quanto eravamo daiuto. Lui ne fu contento.
La sua estraneità non ci lasciò mai rilassarci; volevamo aprirci a lei, ma non riuscivamo. Non era la madre, e basta!
Passato un anno, avevamo quasi dimenticato come fosse stata la vita senza di lei. Dopo un episodio, finimmo tutti innamorati di Cinzia, come era successo a papà.
Luca, al settimo anno di scuola, non aveva una vita facile. Un ragazzo della sua classe, VincenzoHramc, gli metteva i bastoni tra le ruote. Era della stessa altezza, ma più sfacciato.
La famiglia Hramc era numerosa, e il padre di Vincenzo lo proteggeva: «Sei un uomo, picchio tutti. Non aspettare che ti schiaccino». Così scelse Luca come bersaglio.
Vincenzo iniziò a picchiarlo apertamente, ogni volta che passava gli colpiva alle spalle. Riuscii a strappargli le informazioni da Luca, notando i lividi sulle spalle. Lui credeva che gli uomini non dovessero trasferire i propri problemi alle sorelle, anche se più grandi.
Non sapevamo che Cinzia stesse in piedi dietro la porta, ad ascoltare.
Luca mi pregò di non dire nulla a papà, altrimenti le cose sarebbero peggiorate. Anche mi implorò di non andare subito a difendere Vincenzo, perché voleva che la difendessi. Non volevo coinvolgere papà, perché avrebbe potuto scontrarsi con il padre di Vincenzo, e non era lontano dalla prigione
Il giorno dopo era venerdì. Cinzia, fingendosi in una corsa al mercato, ci portò a scuola e, di nascosto, mi chiese di mostrare a Vincenzo. Io lo feci. E che sappia che è un ciarlatano!
Quella mattina cominciò la lezione di italiano. Cinzia entrò nella classe, con i capelli sistemati e le unghie smaltate, e con una voce dolce chiese a Vincenzo di uscire perché doveva parlargli. Linsegnante, senza sospetti, acconsentì. Vincenzo uscì tranquillo, credendo di avere un nuovo alleato.
Cinzia lo afferrò per il petto, lo sollevò da terra e gli sibilò:
«Cosa vuoi dal mio figlio?».
«Dal del figlio?», balbettò lui.
«Da Valerio Rabicini!!».
«N nulla».
«Allora non voglio niente! Perché, se mi tocchi ancora, ti farò male, stronzo!».
«Zia, lasciami andare», urlò Vincenzo, disperato.
«Fuori da qui!», lo scacciò la professoressa, minacciando di mandare il padre di Vincenzo in prigione per aver aggredito un minorenne. «Dopo la lezione ti scuserai con Valerio!».
Vincenzo tornò in aula, sistemandosi la divisa, e non diede più fastidio a Valerio. Si scusò lo stesso giorno, con poche parole ma sincere.
«Non dite nulla a papà», ci chiese Cinzia, ma non resistemmo e raccontammo tutto. Luca rimase stupefatto.
In un certo momento, Cinzia mi guidò sulla retta via. Mi innamorai perdutamente a sedici anni, con quellamore che fa impazzire gli ormoni e desidera il proibito.
È imbarazzante raccontarlo, ma lo faccio lo stesso. Mi misi con un pianista disoccupato, sempre ubriaco, senza accorgermi della realtà. Lui mi diceva che ero la sua musa, e io mi scioglievo tra le sue braccia come cera. Fu il mio primo rapporto con un uomo.
Mia madre gli fece due domande: «Smette mai di bere? E come vivremo?». Con un piano di vita stabile, lei valutò la possibilità di far crescere il nostro amore, a patto che il pianista si prendesse cura di noi, perché una sola casa fumosa non bastava a confermare una serietà.
Lui era cinque anni più giovane di Cinzia, io invece più grande di venticinque. Lei non fece misteri. Non entrerò nei dettagli delle sue risposte, ma non ho mai provato vergogna davanti a mamma, soprattutto quando lei disse: «Pensavo fossi più sveglia».
La mia storia damore finì in modo brutto e sgradevole, ma non finì in prigione né per il pianista né per papà; Cinzia intervenne in tempo.
Sono passati molti anni. Luca e io abbiamo famiglie che condividono valori fondamentali: amore, rispetto, attenzione verso chi sbaglia o si è perso, tutti insegnati da Cinzia.
Non cè donna al mondo che abbia fatto di più per noi due fratelli. Papà è felice con lei, curato e amato.
Un tempo ha vissuto una tragedia familiare di cui non eravamo al corrente. Cinzia, dopo aver amato papà, ha lasciato suo marito. Aveva avuto un figlio, ma è morto per colpa del marito, e lei non gli ha mai perdonato.
Vorremmo credere di aver alleviato un po il dolore di Cinzia. Il suo ruolo nella nostra educazione non è mai stato sminuito. Intorno a lei si raduna sempre tutta la famiglia. Non sappiamo più come accontentarla, quali ciabatte farle indossare. La rispettiamo e la proteggiamo.
Perché le vere madri, anche di fronte a ostacoli come un piede crudele, non si fanno mai travolgere.






