Alessia aveva sempre avuto la sensazione di essere una straniera nella propria casa. Sua madre, Mara, la mostrava con un calore riservato alle due sorelle maggiori, Vera e Lidia, che sembravano ricevere tutto laffetto del mondo. Quel favoritismo feriva profondamente la ragazza, ma lei custodiva il rancore dentro, cercando incessantemente di compiacere la madre nella speranza di avvicinarsi almeno un po al suo amore.
«Non osare neanche immaginare di vivere con me! Lappartamento andrà a tue sorelle. E da bambina mi guardavi come un cucciolo di lupo. Quindi fai dove vuoi!» con quelle parole, Mara cacciò Alessia fuori dal nido non appena compì diciotto anni.
Alessia provò a protestare, a far capire che era ingiusto. Vera ne aveva tre di più, Lidia cinque. Entrambe avevano finito luniversità grazie ai soldi di Mara; nessuna di loro era stata spinta a diventare indipendente. Alessia, invece, era sempre stata la diversa. Nonostante tutti i suoi sforzi per essere buona, nellintimità familiare veniva amata solo in superficie se quel sentimento poteva anche chiamarsi amore. Lunico che la trattava con gentilezza era il nonno Pietro, luomo che aveva accolto sua figlia incinta dopo che il marito laveva abbandonata senza una traccia.
«Forse la mamma è preoccupata per mia sorella? Dicono che mi somiglio molto a lei», pensava Alessia, cercando una spiegazione al gelo materno. Aveva tentato più volte un dialogo onesto con Mara, ma ogni tentativo si trasformava in scandalo o in crisi di pianto.
Il nonno Pietro era il suo vero sostegno. I ricordi più dolci dellinfanzia erano legati al borgo di Montelupo, dove le estati trascorrevano tra orti, lattonerie di latte e focacce appena sfornate tutto per ritardare il ritorno a casa, dove ogni giorno la attendeva il disprezzo e le rimproverate.
«Nonno, perché nessuno mi vuole? Che cosa cè di sbagliato in me?» chiedeva tra le lacrime.
«Ti voglio bene», rispondeva lui, senza mai menzionare la madre o le sorelle.
La piccola Alessia voleva credere a quelle parole, a un amore speciale ma a dieci anni il nonno morì, e da quel momento la famiglia la trattò ancora più male. Le sorelle la prendevano in giro, e Mara si schierava sempre dalla loro parte.
Da quel giorno non ricevette più nulla di nuovo: solo vestiti di seconda mano passati da Vera e Lidia. Le prendevano in giro:
«Che bel top alla moda! Spazzola il pavimento o, per Alessia, quello che serve!»
E quando la madre comprava dolci, le sorelle li mangiavano tutte, lasciando ad Alessia solo i sacchetti vuoti:
«Ecco, raccogli i sacchetti, sciocca!»
Mara sentiva tutto, ma non li rimproverava. Così Alessia crebbe come un cucciolo di lupo: inutile, sempre a implorare amore da chi la vedeva come un oggetto di derisione. Più cercava di essere buona, più veniva odiata.
Quando, al suo diciottesimo compleanno, Mara la cacciò di casa, Alessia trovò lavoro come ausiliaria in un ospedale di Pavia. Resistenza e lavoro duro divennero la sua abitudine, e ora almeno veniva pagata anche se a malapena. Qui, nessuno la odiava. Se non si incontrava ostilità dove si è gentile, già è un progresso, pensava.
Il responsabile le offrì persino una borsa di studio per diventare chirurga. In quel piccolo paesino, i specialisti erano rari, e Alessia aveva già dimostrato talento come infermiera.
La vita era dura. A ventisette anni non aveva più parenti vicini. Il lavoro era tutto, letteralmente. Viveva per i pazienti che salvava, ma la solitudine rimaneva: dormiva in un dormitorio, come prima.
Visitare madre e sorelle era una delusione costante. Alessia cercava di andare il più poco possibile. Quando tutti uscivano a fumare e a chiacchierare, lei rimaneva sul portico a piangere.
Una di quelle sere, lausiliario Giorgio si avvicinò:
«Perché piangi, bellissima?»
«Bellissima smettila di prendermi in giro», rispose Alessia a bassa voce.
Si vedeva solo come un topo grigio, senza accorgersi che ormai, quasi a trentanni, era diventata una bionda minuta con occhi azzurri e un naso ben disegnato. Limbarazzo giovanile era svanito, le spalle si erano raddrizzate, e i capelli legati in uno chignon rigido sembravano voler scappare.
«Sei davvero bellissima! Valorizzati e non abbassare la testa. Inoltre, sei una chirurga promettente, la tua vita sta prendendo una buona forma», la incoraggiò Giorgio.
Lui la conosceva da quasi due anni, talvolta le regalava cioccolatini, ma quella era la loro prima conversazione sincera. Alessia pianse e gli confidò tutto.
«Forse dovresti chiamare Domenico Bianchi, quello che hai salvato di recente. Tratta bene le persone. Dicono che abbia molti contatti», suggerì Giorgio.
«Grazie, Giorgio. Proverò», rispose Alessia.
«E se non funziona, possiamo sposarci. Ho un appartamento, non ti maltratterò», scherzò, ma poi il suo sguardo si fece serio.
Alessia arrossì, improvvisamente capendo che era serio. Non vedeva più una orfana pietosa, ma una donna che meritava amore.
«Va bene, valuterò anche quella opzione», sorrise, sentendo per la prima volta da tanto tempo di non essere più una bestia da soma, ma una giovane donna bella con un futuro davanti.
Quella stessa sera, Alessia compose il numero di Domenico:
«Sono Alessia, la chirurga. Mi hai dato il numero e avevi detto di chiamarti se ci fossero problemi» esitò.
«Alessia! Che piacere che tu abbia finalmente chiamato! Come stai? Meglio incontrarci di persona. Vieni a casa mia, prendiamo un tè e parliamo. Noi anziani adoriamo chiacchierare», rispose il uomo con voce calorosa.
Il giorno dopo, il suo riposo, Alessia andò subito a trovarlo. Gli raccontò onestamente la sua situazione e gli chiese se conoscesse qualcuno che avesse bisogno di una badante.
«Capisci, Domenico, sono abituata al lavoro duro, ma ora sento di non reggere più»
«Non ti preoccupare, Annetta! Posso trovarti un posto in una clinica privata e accoglierti a casa. Senza di te non sarei qui», rispose lui.
«Certo, Domenico, accetto! Ma i tuoi parenti non si opporranno?»
«I miei parenti appaiono solo quando non ci sono. Si preoccupano solo dellappartamento», disse con tristezza.
Così iniziarono a vivere insieme. Passarono due anni e un sentimento sboccò tra Alessia e Giorgio, spesso accompagnato da tazze di tè. Ma Domenico non sopportava Giorgio e non perdeva occasione per avvertire Alessia:
«Scusa, cara, ma Giorgio è un bravo ragazzo, solo troppo debole e impressionabile. Non puoi affidarti a lui. Non legarti troppo.»
«Oh, Domenico è troppo tardi. Abbiamo già deciso di sposarci. Tra laltro, due anni fa ti ha proposto scherzando. E ora sono incinta» annunciò Alessia, quasi raggiante. Aveva appena scoperto la notizia e subito aggiunse: «Ma sei ancora importante per me! Ti farò visita ogni giorno. Sei come una famiglia.»
«Bene, Anyuta non mi sento bene. Domani andremo dal notaio e registrerò una casa in paese a tuo nome. Hai sempre amato la vita rurale, magari sarà la tua dacha o potrai venderla se vuoi», propose Domenico, fermandosi a metà frase e corrugando la fronte.
Alessia protestò: era troppo, lui avrebbe vissuto ancora a lungo, meglio lasciare la casa ai figli. Nonostante fossero stati insieme solo una volta in due anni, Domenico rimaneva fermo.
Alessia scoprì, con stupefazione, che la casa era proprio nel piccolo villaggio dove il nonno Pietro aveva vissuto. Quella dimora era stata demolita, il terreno venduto, e ora vi abitavano estranei. Ma il pensiero di avere un angolino proprio lì le riscaldava il cuore e le risvegliava i ricordi.
«Non lo merito, ma grazie di cuore, Domenico!» esclamò gratamente.
«Solo una cosa: non dire a Giorgio che la casa è a tuo nome. E non chiedermi perché. Posso chiedertelo?», disse serio. Alessia annuì, promettendo di mantenere il segreto. Come spiegare lorigine della casa a Giorgio rimaneva un mistero, ma avrebbe potuto fingere di essersi riconciliata con la madre.
Scoprì poi che Domenico, oltre a convivere con le conseguenze di un ictus, lottava contro un cancro. Rifiutava lintervento. Alla fine, Alessia organizzò il suo funerale e si trasferì con il futuro marito.
I problemi iniziarono quando la gravidanza era al settimo mese dopo sei mesi di convivenza.
«Forse dovresti lavorare un po? Prima che nasca il bambino», suggerì Giorgio.
Alessia, nel frattempo, aveva lasciato temporaneamente la clinica che Domenico le aveva assicurato. Pensava di vivere con i risparmi, contando sul sostegno di Giorgio. Le sue parole la ferirono.
«Beh magari» rispose incerta. Era impaziente di comprare la spesa, ma Giorgio si rivelò tirchio. Il bambino cresceva, ma lei non voleva rinunciare al matrimonio.
Una settimana prima della festa, mentre Giorgio non era a casa, una donna sconosciuta entrò nellappartamento con la propria chiave.
«Ciao, sono Lara. Giorgio ed io ci amiamo, ma lui ha paura di dirtelo. Quindi ti dico io: non ti serviamo più», disse alta, alta e bionda, con sicurezza.
«Cosa?! Il nostro matrimonio è tra pochi giorni! Abbiamo già speso tutto!» balbettò Alessia, confusa. Aveva pagato la maggior parte delle spese per una cerimonia modesta in un caffè.
«Lo so. Non importa. Giorgio si sposerà con me. Ho contatti al comune, organizzerò tutto subito», affermò Lara, come se fosse già deciso.
Lara non intendeva andarsene. Quando Giorgio comparve, mormorò:
«Alessia, scusa è vero. Aiuterò con il bambino, ma non posso sposarti.»
«Faremo un test di paternità», aggiunse Lara, appoggiando la mano sulla spalla di Giorgio.
«Test di paternità?! Sei la prima e lunica per me!» urlò Alessia, lanciandosi contro di lui.
«Ti grafferebbe, sciocca! Ha quasi trentanni ma si comporta da bambina!», sghignazzò Lara.
Giorgio rimase in silenzio, senza difendere Alessia, guardando in basso. Divenne chiaro: tutto dipendeva da Lara; lui era solo un osservatore passivo.
Alessia iniziò a fare le valigie. Non aveva senso lottare per un uomo che la abbandonava così facilmente. Lara raccontò di aver frequentato Giorgio in passato era stata sposata, poi libera. Alessia non era altro che una sostituzione temporanea finché la donna dei sogni non fosse tornata disponibile.
Poteva chiedere spiegazioni a Giorgio, ma a che serviva quando lui lasciava entrare Lara e la sostituiva?
«Quindi la casa è stata davvero utile», pensò Alessia.
La casa era buona, anche se senza acqua corrente. Il camino, però, era eccellente il nonno le aveva insegnato tutto sul fuoco di campagna. Era vivibile. Come far nascere da sola? Cera ancora tempo, avrebbe trovato una soluzione.
Il legnaio era pieno, il capanno robusto, la neve davanti alla porta pronta a essere spalata. I mucchi di legna erano abbondanti un vero tesoro in quel freddo!
Era una fortuna che Domenico lavesse presentata in anticipo ai vicini come la nuova padrona di casa e moglie del figlio. Nessuna domanda inutile.
Alessia chiamò, come al solito, madre e sorelle. Come previsto, le risposte furono le stesse: consigliarono di dare il bambino in adozione e di non fidarsi di nessuno prima del matrimonio. Sospettarono anche che Giorgio non le avesse restituito i soldi per le nozze, metà dei quali lei aveva pagato.
Ma nessuno sapeva della casa. Ora Alessia poteva nascondersi e riorganizzarsi.
Faceva un freddo glaciale; non si tolse nemmeno il piumino. Quando iniziò a spazzolare le braci del camino, il piccone colpì qualcosa di duro.
Tolse i guanti e tirò fuori una cassa di legno che bloccava il legname. Sulla coperchiata cerano grandi lettere: «Alessia, questo è per te». Riconobbe subito la calligrafia era quella di Domenico.
Dentro cerano foto, una lettera e una piccola scatola. Le mani tremavano mentre apriva la busta e leggeva:
«Cara Annetta! Sappi che io sono il fratello del tuo nonno Pietro. Egli mi ha chiesto di prendermi cura di te.»
La missiva rivelava che molti anni prima era sorta una spaccatura tra Pietro e Domenico. Prima di morire, il fratello maggiore aveva chiesto a Domenico di trovare Alessia quando avesse compiuto diciotto anni. Aveva anche lasciato uneredità che la figlia di Domenico non avrebbe mai voluto dare alla nipote.
Domenico non riuscì a rintracciare Alessia subito madre e sorelle avevano nascosto il suo indirizzo. Il destino li mise insieme in ospedale, quando lui era paziente e lei sua dottoressa. Voleva dirglielo prima, ma il tempo non gli concedeva. Così decise di regalarle la casa che il nonno aveva comprato da lui in vita, sapendo che la figlia non avrebbe mai lasciato nulla alla nipote.
Un altro shock nella lettera: la madre di Alessia non era la sua madre biologica. Alessia era figlia della sorella defunta di cui invidiava il ricordo. Nella foto giovane madre e padre, felici, che abbracciano una bambina. Alessia era sopravvissuta perché era con il nonno il giorno dellincidente.
Nel cofanetto cerano banconote da cinquemila euro lasciate dal nonno. Toccarle riscaldò il cuore. Le lacrime scivolarono copiose. Ora lei e il bambino erano al sicuro!
Quando accese il fuoco, sembrò che tutte le paure, i tradimenti e i rancori svanissero tra le fiamme. Avrebbe ricominciato per il bambino e per sé stessa.
Col tempo perdonerà chi lha ferita, ma non ha più bisogno di loro. Quella casa sarebbe il suo rifugio.
Domenico diceva sempre che una buona casa doveva appartenere a chi la valorizza. Laveva costruita da giovane con le proprie mani, con i migliori materiali.
«Non è una casa, è una meraviglia! Resisterà per duecento anni!» ripeteva spesso. Il villaggio era raggiungibile in autobus due fermate di distanza.
Sì, lo stipendio era basso, laiuto per il bambino incerto. Ma la cosa principale era avere un tetto sopra la testa, risparmiAlessia finalmente trovò la pace che aveva cercato per tutta la vita.






