Ricordo ancora, come se fosse accaduto pochi secoli fa, quella notte in cui Maria, una donna di quarantaquattro anni, trovò una vita in bilico tra le ombre del suo piccolo borgo di San Martino, sullAppennino.
Maria afferrò con un gesto secco la striscia di tessuto impigliata tra i rovi. Era una vecchia copertina colorata, ormai consunta dal tempo. Tirò più forte e, al suo stupore, scoprì che al suo angolo riposava un bambino, nudo comera appena nato.
Il piccolo era un maschietto, il suo ombelico ancora ben attaccato al cordone ombelicale. Non poteva nemmeno piangere; era bagnato, spossato e, a ben vedere, affamato. Quando Maria lo pose tra le braccia, il bambino emise un flebile gorgoglio.
Senza sapere bene cosa fare, lui si strinse al petto e corse verso la sua casa di pietra. Lì trovò un lenzuolo pulito, avvolse il neonato, lo coprì con una coperta di lana e, con le mani ancora tremanti, riscaldò il latte in una piccola pentola di rame. Pulì il biberon, trovò un ciuccio di quelle vecchie forme di legno che usava da quando allattava il suo capretto. Il piccolo succhiò con avidità, si saziò, si scaldò e, poco dopo, si addormentò.
Allalba, Maria si trovò a fissare quel volto di pace, mentre il villaggio si svegliava piano piano. Lei, che era già considerata zia dalla gioventù di San Martino, aveva perso il marito e il figlio in guerra, pochi anni prima, e viveva ora in una solitudine che le si stringeva attorno come una morsa.
Senza una presenza accanto, il ricordo del dolore era uneco costante, ma la vita laveva costretta a fare affidamento solo su sé stessa. Ora, però, si sentiva smarrita, ignara di quale via prendere. Guardò il bambino addormentato, che russava piano come tutti i piccoli di quel tempo.
Pensò di chiedere consiglio a sua vicina, la signora Ginevra, una donna sempre impeccabile, che non aveva mai conosciuto la guerra né la perdita. Ginevra, alta e robusta, passeggiava spesso sul suo portico avvolta in una scialle di seta, godendosi i raggi del sole. Quando Maria le raccontò laccaduto, Ginevra rispose con un tono secco:
E allora, perché ti serve questo? e tornò nella sua casa, mentre una leggera brezza faceva ondeggiare la tenda della sua finestra, segno che qualche corteggiatore notturno si aggirava ancora in paese.
Maria sussurrò a sé stessa: «Perché? Davvero, perché?»
Ritornata al suo focolare, avvolse il bambino in un panno asciutto, raccolse qualche provvisione e si diresse verso la stazione di autobus, sperando di trovare un mezzo per la città. Dopo pochi minuti, un camion che correva verso Firenze si fermò accanto a lei.
Verso lospedale? chiese il conducente, indicando la cesta che la donna stringeva.
Sì, allospedale, rispose Maria con voce contenuta.
Nel ricovero, mentre le pratiche per ladozione venivano compilate, un senso di colpa la assalì: temeva di aver commesso qualche errore, di non essere degna di prendersi cura di quel piccolo. Il vuoto dentro di lei era così grande come il ricordo del giorno in cui le fu portata la notizia della morte del marito e, poco dopo, del figlio.
Quando la responsabile dellorfanotrofio le chiese:
Come lo chiameremo? Che nome gli darete?
Maria esitò un attimo, poi, quasi per caso, rispose:
Lo chiameremo Lorenzo.
La donna sorrise, ma con una punta di ironia:
Un bel nome, signora. Qui ne abbiamo tanti Alessio, Marco, Giulia ma i bambini come Lorenzo, senza genitori, sono rarità. Ora, le ragazze del villaggio ti guarderanno con invidia, ma il tuo cuore deve restare forte.
Quelle parole la ferirono come un colpo di vento gelido. Tornata a casa al tramonto, accese una lampada a olio nella sua dimora vuota e trovò la vecchia copertina di Lorenzo appoggiata su una sedia. Non laveva buttata via, laveva solo messa da parte. La prese fra le mani, la sfiorò con lentezza, finché le dita non si posarono su un piccolo nodo nascosto al margine.
Dentro quel nodo cera un foglietto di carta grigio e un semplice crocette di stagno su una corda. Srotolando il foglietto, lesse:
«Dolce donna, perdonami. Questo bambino non è più per me; sono persa nella vita, domani non sarò più qui. Non lasciarmi il figlio, dategli quello che non potrò dargli: amore, cura e protezione».
Sotto, cera la data di nascita di Lorenzo. Maria scoppiò in un pianto ininterrotto, le lacrime scivolavano come un fiume in piena. Pensò a quando si era sposata, ai giorni felici con il marito, a Lorenzo, al figlio che un tempo aveva riempito di gioia la sua casa. Le risa delle donne del villaggio, gelose, la avevano sempre ammirata: «Maria, sei sempre radiosa», le dicevano.
Il ricordo del marito amorevole, del figlio che si era appena diplomato come autista e aveva promesso di portarla in una nuova macchina del collettivo, la fece tremare. Ma poi arrivò lagonia dellagosto del 1942, quando le portarono la lettera di lutto del marito, e in ottobre la stessa brutta notizia per il figlio. Il loro mondo, un tempo luminoso, si spense.
Da allora la vita di Maria divenne simile a quella di molte altre donne del paese: di notte correva al portone, lo apriva, fissava il buio, aspettava un segno. E quella notte non riuscì a dormire; si aggirava nel cortile, ascoltava il silenzio, sperava in qualcosa. Allalba, ripartì per la città.
La responsabile dellorfanotrofio la riconobbe subito e, senza sorprese, le permise di riprendere Lorenzo, dicendo:
Prendilo, ti aiuteremo con i documenti.
Mentre avvolgeva Lorenzo in una coperta, Maria uscì dal reparto con il cuore più leggero; la pesantezza di anni di solitudine cominciava a svanire, sostituita da una nuova speranza. Se il destino voleva che una persona fosse felice, così sarebbe stato, e così avvenne.
Nella sua casa vuota, gli unici ritratti rimasti erano quelli del marito e del figlio appesi al muro. Stavolta i volti sembravano diversi: non più tristi, ma sereni, quasi illuminati da una luce interiore.
Maria strinse Lorenzo al petto, sentendosi improvvisamente forte, perché sapeva che quelluomo piccolo avrebbe avuto bisogno di lei per molto tempo.
Mi aiuterete, per favore? sussurrò ai ritratti.
Ventanni passarono. Lorenzo crebbe divenendo un giovane uomo onesto, ammirato da tutte le ragazze del paese. Egli scelse, però, il cuore di una ragazza di nome Luisa, la più dolce e premurosa, dopo la madre.
Una volta, Lorenzo portò Luisa a incontrare sua madre. Maria, vedendo il figlio ormai adulto, capì di aver compiuto il suo compito: il suo sangue continuava a scorrere, il suo amore non sarebbe mai svanito. Benedisse i due giovani.
Il loro matrimonio fu celebrato con una grande tavola imbandita, e presto la casa si riempì di risate di nipoti. Il più piccolo dei figli venne chiamato Lorenzo, in onore del nonno. Così la famiglia di Maria divenne numerosa e felice.
Una notte, svegliatasi per un rumore alla finestra, Maria si avvicinò alla porta, laprì e uscì nella brezza. Il temporale si avvicinava, i lampi disegnavano brevi sorrisi nel cielo.
Grazie, figlio mio sussurrò al buio . Ora ho tre Lorenzo, e tutti vi amo.
Un grande albero piantato dal marito in gioventù si mosse sotto il vento, e un fulmine, come un sorriso di sole, illuminò il volto di Lorenzo, rivelando la sua luce interiore.






