«Davvero questa donna cattiva, simile a una bestia incatenata – sua madre?». Le sue parole: «Sei il mio errore di giovinezza» – così risuonavano nelle sue orecchieMentre la notte avvolgeva la città, lui si addormentò con il cuore pesante, sapendo che il suo passato era una catena che non avrebbe mai potuto spezzare.

«Davvero questa donna, che sembra una bestia ferita, è sua madre?»
Le sue parole, «Tu sei il mio errore di gioventù», riecheggiarono nelle orecchie di Marco come un’eco sinistra.

Marco sapeva di sé solo una cosa: era stato trovato, urlante per fame e terrore, sulla soglia di una piccola casa di periferia a Napoli. La madre del bambino, forse ancora posseduta da qualche residuo di coscienza, avvolse il piccolo in una coperta calda, lo ricoprì con una morbida sciarpa di piume di capra e lo collocò, ancora piagnucolante, dentro una scatola di cartone. Non voleva, a tutti gli effetti, che Marco congelasse.

Nessun biglietto indicava il nome del neonato, né da dove provenisse. Ma nella sua piccola mano stringeva un grande pendente d’argento a forma di lettera «A», uneredità della madre. Non era un gioiello di produzione di massa, ma un pezzo unico, marchiato dal sigillo di un orafo.

Le autorità, aggrappandosi a quel dettaglio, cercarono la madre, una donna incosciente come una rondine, per arrestarla, ma la pista si arenò. L’orafo che aveva forgiato il pendente era morto da tempo, e nei suoi libri non vi era traccia di quell’opera.

Così il bambino fu registrato nell’orfanotrofio con il nome generico Alessandro Ignoto. Divenne così un altro figlio pubblico, una statua di cartapesta tra i tanti.

Lintera infanzia di Marco trascorse in un istituto protetto dallo Stato, sotto l’egida di unassistenza sociale totale. Gli mancava terribilmente lamore dei genitori e sognava, con occhi pieni di speranza, di trovare un giorno la sua madre e un padre.

«Qualcosa di orribile deve essere accaduto per farla comportare così con me. Lei deve tornare e portarmi via da qui», pensava, come tutti gli altri orfani sfortunati.

Quando, a ventanni, uscì dallorfanotrofio per affrontare la grande vita, la direttrice gli appese al collo il pendente, raccontandogli la sua storia.

«Allora, la mamma voleva che io la trovassi alla fine?!» sbuffò il giovane.

«Forse! O forse lhai semplicemente strappato per caso dal suo collo. I bambini amano afferrare. Il pendente era nella tua mano senza catena!», ipotizzò la direttrice.

Il governo gli assegnò una piccola casapiccola, ma sua. Entrò al tecnico industriale, si diplomò e trovò lavoro in unofficina meccanica.

***

Con Ginevra lo incontrò per caso: i due si scontrarono frontalmente in una via affollata di Roma. Allinizio, fu solo un urto, e i riviste di moda che Ginevra stringeva tra le mani volarono via; poi Marco, imbranato, si lanciò a raccogliere i fogli sparsi, finendo per sbattere di nuovo i loro fronti.

Il colpo fu così forte che entrambi sentirono scintille negli occhi e lacrime scorrere. Rimasero lì, immersi nella folla, mentre la gente li aggirava; i due sorridono tra i singhiozzi. In quel momento Marco capì di essersi innamorato per sempre.

«Devo riparare il mio torto! Ti invito a prendere un caffè con me», propose, estendendo la mano.

Ginevra accettò con una sorpresa che sembrava dolce grazia nella sua goffaggine.

«Senti, Marco! Ho la sensazione di conoscerti da tutta la vita», disse dopo soli cinque minuti.

«Non ci credo! Anche io provo lo stesso!»

Iniziarono a frequentarsi, la loro affezione era tale che non si lasciarono mai un minuto senza telefonarsi o scriversi; sentivano luno laltro come se fossero una sola voce.

Ogni volta che Marco si feriva o si tagliava al lavoro, Ginevra chiamava subito, chiedendo se tutto andava bene.

«Tu sei me, io sono te! Sento che sei il mio destino!», dichiarò Marco, e aggiunse: «Peccato che non possa presentarti ai miei genitori come la sposa, non ho nessuno».

«Ma ho me! E sono certa che piacerò ai tuoi genitori», replicò Ginevra.

***

«Cosa intendi per «il mio ragazzo dellorfanotrofio»? Sei impazzita? Lì sono tutti violenti, non civilizzati!», scoppiò Lidia Bianchi, madre di Ginevra, afferrandosi il petto e crollando nella sua poltrona di pelle.

«Mamma, ma Alessandro è un ragazzo buono, allegro! Non si può giudicare tutti allo stesso modo! Perché sei così?», provò a difendere il figlio la figlia.

«Giusto, cara! Prima di formare unopinione su una persona, bisogna guardarla e parlare con lei! Porta qui il tuo Marco, lo ascolteremo, capiremo cosa respiri di quel ragazzo dellorfanotrofio. Solo così sapremo se ci tocca il cuore o no», intervenne suo marito, il signor Giovanni Romano, ufficiale del personale.

«Giovanni! Non capisci! Non lo abbiamo cresciuto per farla sposare con un uomo senza famiglia, senza lignaggio! E se i suoi genitori fossero immorali?», urlò Lidia, isterica.

«Allora lo scopriremo quando lo avremo di fronte», replicò Giovanni, accigliato.

Lidia, senza più contrapporsi, si ritirò silenziosa nella sua camera, sbattendo la porta con violenza.

Giovanni le lanciò un occhiolino complice a Ginevra:

«Niente, figliola, ce la faremo!»

«Grazie, papà!», Ginevra baciò il padre sulla guancia, poi chiese: «Allora invito Marco a casa sabato?»

«Certo! Devo sapere di chi è innamorata la mia unica figlia».

***

Il giorno stabilito, Alessandro, elegante e nervoso, con due bouquet in mano (uno per Ginevra, laltro per la futura suocera) e una torta, si fermò davanti alla porta dellappartamento di Ginevra.

Luminosa, radiosa, Ginevra lo accompagnò in cucina.

«Mamma, papà, vi presento: è il mio Marco!»

Il padre strinse la mano al giovane, Lidia accettò i fiori e, improvvisamente, impallidì come se avesse perso la voce per un attimo.

Riprendendosi, invitò tutti a tavola.

«Scusate, mi sono lasciata trasportare dallemozione», spiegò.

Durante il pranzo, chiese:

«Alessandro, quel pendente è davvero particolare, non sembra prodotto in serie».

«È lunico ricordo di mia madre. Quando mi trovarono sulla soglia dellorfanotrofio, tenevo quel pendente stretto nel pugno», rispose.

Lidia non parlò più una parola per il resto della sera, non mangiò nulla, e continuò a spingere i piselli verdi sul piatto.

Giovanni, il futuro suocero, sembrava apprezzare il nuovo genero; trovavano argomenti comuni: calcio, sci, pesca.

«Che bravo ragazzo!», commentò quando Alessandro se ne andò.

«Che bravo? Nessuna educazione, nessuna buona famiglia. Non sa parlare, è spavaldo», ribatté Lidia, infuriata.

«Lidia, che ne pensi? Hai perso la ragione? Cosè che ti ha fatto?,» chiese Giovanni, sorpreso.

Ma Lidia rimase inflessibile. Si rivolse a Ginevra:

«Devi lasciarlo! Subito!»

E si chiuse nella sua stanza, indebolita dal pianto.

***

«Che fare, che fare!», rimbombava nella sua mente come uneco di panico. «Come è possibile che due persone si incontrino sotto questo immenso cielo, su questa terra sconfinata?» Sollevò gli occhi pieni di lacrime verso una vecchia fotografia nascosta tra le porte di vetro della libreria.

Sul bianconero della foto, il suo giovane sé la guardava con un sorriso beffardo; al collo portava lo stesso pendente che aveva visto su Alessandro quel giorno.

«Allora non lho perso allora! Deve essere stato questo bastardino a strapparlo!», pensò.

Piegò la foto, la infilò in tasca:

«Non devo farla vedere a Giovanni e Ginevra adesso! Devo inventare qualcosa!»

Lidia non dormì tutta la notte. Lunica idea sensata fu chiedere ad Alessandro di andarsene dalla città per sempre.

«Figlia, perdonami, ho sbagliato ieri! Vorrei chiedere scusa anche ad Alessandro! Mi dai il suo numero?», implorò.

Ginevra, ignara, scrisse il numero al telefono del suo amore e uscì di buon umore.

Lidia, rimasta sola, compose subito il numero di Alessandro.

«Alessandro, ciao! Potresti venire da noi oggi? Tra unora?»

«Certo, sarò lì».

Unora dopo, Alessandro bussò alla porta dellappartamento di Ginevra. Lidia aprì la porta, pallida e in lacrime.

«Dobbiamo parlare», disse brevemente, guidandolo verso la camera.

«Alessandro, devi rompere con Ginevra. È il mio segreto. Giurami che né mia figlia né mio marito lo sapranno».

«Va bene, lo giuro!», rispose Marco, sorprendentemente tremante, le gambe scosse da un cattivo presentimento.

«Alessandro, Ginevra è tua sorella!», proclamò Lidia, mostrando la foto con il pendente al suo collo.

«Mamma?», chiese Alessandro, gli occhi colmi di lacrime. «E il padre?».

Lidia scosse il capo:

«No, Giovanni Romano non è tuo padre. Io e Vanni ci siamo conosciuti, poi lui è andato allaccademia militare. Ero giovane e sciocca, e quando ho scoperto di aspettare un figlio, lui mi ha abbandonata. Ho mentito a Vanni, sono fuggita in unaltra città, ho detto alla nonna che il bambino era morto, e lho lasciato al bambinoorfanotrofio. Poi sono tornata, ci siamo sposati».

«E io?», implorò Alessandro, il volto ormai una maschera di dolore.

«Tu sei il mio errore di gioventù! Non hai diritto a distruggere tutto quello che ho faticosamente costruito! Sei nato senza invito, e ora arrivi quando nessuno ti attende! Sparisci! Lascia in pace la mia famiglia!»

Alessandro rimase immobile, senza parole.

«Davvero questa donna, che sembra una bestia ferita, è sua madre?», ribattezzò leco della sua voce.

«Tu sei il mio errore di gioventù», si ripeteva nella sua mente.

Con un sospiro gravoso, Alessandro si levò dal divano:

«Addio, Lidia Bianchi! Non rivelerò più il segreto».

«Io lo dirò al padre!», sentì una voce fuori dal nulla.

Il giovane e Lidia si irrigidirono per la sorpresa; alla porta, appoggiata al davanzale, stava Ginevra, gli occhi colmi di rabbia.

«Ti ho sempre creduta una buona persona, ma tu, madre, sei una frode! Una vera frode!», urlò.

«Scusa, sorellina!», sussurrò Alessandro, abbassando lo sguardo, le lacrime scorrevano.

Corse via, sentendo il cuore a pezzi, come una bolla daria che scoppia, desideroso di svanire.

Qualche giorno dopo, Alessandro si arruolò al caserma militare, accettando una missione in zona di conflitto. Giovanni e Ginevra lo accompagnarono al partenza. Giovanni lo abbracciò forte sulle spalle:

«Tieniti forte, ragazzo! Sappi che noi, io e Ginevra, siamo la tua famiglia. Torna da noi!»

Ginevra lo stringette a sé e sussurrò allorecchio:

«Torna, fratello, ti amiamo».

Il freddo della solitudine si sciolse nel cuore di Alessandro. Non aveva più una madre, ma non era più solo. Aveva un padre e una sorella. Purtroppo, aveva imparato a volere Ginevra più di quanto amasse la sua stessa sorella.

Lidia rimase sola. Giovanni la lasciò, dichiarando di non poter accettare un simile tradimento. Lei continuò a incolpare Alessandro per il suo arrivo sempre inopportuno.

—E così il vento di Napoli spazzò via le ombre del passato, lasciando solo il mormorio del mare a cantare una nuova speranza.

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