La terra emanava un profumo di lutto e umidità. Ogni granello gettato sul coperchio di una bara rimbombava, un colpo sordo che pareva vibrare sotto le costole.
Cinquantanni. Unintera esistenza condivisa con Domenico. Una vita intrisa di silenziosa deferenza, di abitudini che si erano trasformate in tenerezza.
Non ho pianto. Le lacrime si erano prosciugate la notte precedente, quando ero accanto al suo letto a stringere la mano che si raffreddava, ascoltando il suo respiro allungarsi, rallentare, e infine fermarsi del tutto.
Attraverso una coltre nera intravedevo i volti compassionevoli di parenti e conoscenti. Parole vuote, abbracci di cortesia. I miei figli, Lorenzo e Maddalena, mi sorreggevano le braccia, ma quasi non sentivo il loro tocco.
Allora si avvicinò a me un uomo. Canuto, con profonde rughe agli occhi, ma con la stessa schiena dritta che ricordavo. Si chinò al mio orecchio e il suo sussurro, familiare fino al tremore, lacerò il velo del dolore.
Ginevra. Ora siamo liberi.
Per un attimo trattemi il respiro. Laroma del suo dopobarba sandalo e un tocco di bosco di pino colpì le tempie.
In quel profumo si mescolavano arroganza e dolore, passato e un presente fuori luogo. Alzai lo sguardo. Andrea. Il mio Andrea.
Il mondo si inclinò. Lincenso denso si tramutò in odore di fieno e pioggia estiva. Tornai a ventanni.
Correvamo mano nella mano. La sua mano, calda, forte. Il vento scompigliava i miei capelli, il suo riso si perdeva nel frinire dei grilli. Fuggivamo dalla mia casa, dal futuro scritto su una pergamena di anni.
Quel Sokolov non è per te! ruggiva la voce del padre, Costante Matvejevic. Non ha un soldo in tasca, né posizione nella società!
La madre, Sofia Andreevna, stringeva le mani, guardando con rimprovero.
Riconsiderati, Ginevra! Ti distruggerà.
Ricordo la risposta, calma e ferma come lacciaio.
Il mio vero disonore è vivere senza amore. E il vostro onore è una gabbia.
La trovammo per caso: una capanna abbandonata del guardaboschi, infilata nella terra fino alle finestre. Divenne il nostro mondo.
Sei mesi, centottantatré giorni di felicità assoluta e disperata. Tagliavamo legna, portavamo acqua dal pozzo, leggevamo alla luce di una lampada a petrolio un unico libro, due cuori su una pagina. Era difficile, affamati, freddi.
Ma respiravamo lo stesso aria.
Un inverno Andrea si ammalò gravemente.
Giaceva in delirio, rovente come una stufa. Lo curavo con erbe amare, sostituivo le compresse di ghiaccio sulla fronte e pregavo tutti gli dei che conoscevo.
Fu allora, fissando il suo volto pallido, che compresi di essere io stessa a scegliere la vita che avevo voluto.
Ci trovarono in primavera, quando i bucaneve sbocciavano tra la neve sciolta.
Nessun urlo. Nessuna lotta. Solo tre uomini in cappotti identici e mio padre.
Il gioco è finito, Ginevra disse, come se parlasse di una partita di scacchi persa.
Andrea veniva trattenuto da due uomini. Non lottava, non gridava. Guardava solo me, con un dolore che quasi mi strozzò. Uno sguardo che prometteva: «Ti troverò».
Mi portarono via. Il vivo mondo del bosco si trasformò in stanze polverose, piene di muffa, della casa dei genitori, impregnate di naftalina e speranze infrante.
Il silenzio divenne la punizione principale. Nessuno alzava la voce su di me. Divenni un oggetto, un mobile che presto avrebbero rimosso.
Un mese dopo, il padre entrò nella mia camera. Non mi guardò; i suoi occhi erano fissi su un punto fuori dalla finestra.
Sabato verrà qui Domenico Arseniev con il figlio. Metti in ordine te stessa.
Non risposi. Che senso aveva?
Domenico era lopposto di Andrea: calmo, taciturno, occhi gentili ma stanchi. Parlava di libri, del suo studio di ingegneria, di progetti futuri. Nei suoi piani non cera spazio per follie o fughe.
Il nostro matrimonio avvenne in autunno. Indossai un abito bianco come un sudario, risposi meccanicamente «sì». Il padre ne fu soddisfatto; aveva ottenuto lo genero giusto, la buona partita.
I primi anni con Domenico furono una nebbia densa. Vivevo, respiravo, facevo cose, ma sembrava che non mi svegliassi mai del tutto. Ero una moglie docile: cucinavo, pulivo, lo accoglievo al ritorno dal lavoro.
Non chiedeva nulla. Era paziente.
A volte, di notte, mentre lui credeva che dormissi, sentivo il suo sguardo. Non cera passione, solo una compassione infinita, profonda. Quella compassione mi faceva più male dellira del padre.
Un giorno mi porse un rametto di glicine, entrò nella stanza e lo porse.
Fuori è primavera sussurrò.
Presi i fiori e il loro profumo amaro riempì la stanza. Quella sera, per la prima volta dopo mesi, piansi.
Domenico si sedette accanto, senza abbracciarmi, senza consolarmi. Era semplicemente lì. Il suo silenzioso sostegno fu più forte di mille parole.
La vita scorreva. Nacque un figlio, Marco, poi una figlia, Giulia. I bambini riempivano la casa di senso. Guardavo le loro dita minuscole, i loro risi, e il ghiaccio nel mio cuore iniziò a sciogliersi.
Imparai ad apprezzare Domenico: la sua affidabilità, la sua forza serena, la sua bontà. Divenne mio amico, la mia roccia. Lo amai, ma non con la fiamma incendiaria del primo amore, bensì con una tenerezza matura, conquistata.
Andrea non se ne andò mai. Appariva nei sogni. Correvamo di nuovo nei campi, abitavamo ancora nella capanna del guardaboschi.
Mi svegliavo con le guance bagnate di lacrime, e Domenico, senza parole, stringeva più forte la mia mano. Sapeva tutto. Perdonava tutto.
Scrissi a lui centinaia di lettere mai spedite. Le bruciavo nel camino e guardavo le fiamme divorare parole destinate a un altro.
Lo cercai? Lo indagiai? No. Avevo paura di distruggere il fragile mondo che avevo costruito. Paura che lui avesse dimenticato, amato qualcun altro, sposato.
La paura superò la speranza.
Ora era qui, al funerale di mio marito. Il tempo aveva cancellato i lineamenti giovanili del suo volto, ma non gli occhi, ancora così penetranti.
Il rito si svolse in unombra onirica. Accettai i complimenti meccanicamente, annuendo, rispondendo a caso. Il mio corpo era una corda tesa; sentivo la sua presenza alle spalle.
Quando gli ospiti se ne andarono, lui rimase, fermo alla finestra, a guardare il giardino che si scuriva.
Ti cercavo, Ginevra.
La sua voce scese, rauca.
Ti scrivevo. Ogni mese, per cinque anni. Tuo padre respingeva le lettere, mai aperte.
Si voltò verso di me.
E poi ho scoperto che ti eri sposata.
Laria nella stanza divenne densa, pesante. Ogni sua parola si posava come polvere sul ritratto di Domenico sul camino. Cinque anni. Sessanta lettere, capaci di cambiare tutto.
Mio padre cominciai, ma la voce morì. Cosa avrei potuto dire? Che aveva spezzato non una, ma due vite, agendo con le migliori intenzioni?
È venuto da me una settimana dopo che ci avevano separati. Mi ha imposto una condizione: avrei dovuto lasciare la città per sempre e non cercarti più.
In cambio, non mi avrebbe denunciato per Andrea sorrise storto, rapire la figlia. Unidea folle, ma a ventanni mi spaventava. Non per me, ma per te.
Ascoltavo, e nella mia mente si dipingeva la scena: mio padre, Costante Matvejevic, con il mento appuntito e lo sguardo autoritario, e il giovane Andrea, confuso, umiliato, che cercava di mantenere la dignità.
Sono andato a Nord, nella geologia. Le comunicazioni erano scarse, le lettere arrivavano a mesi di distanza. Pensavo di scappare da tutto. Non si scappa da sé. Accarezzò i suoi capelli canuti. Scrivevo allindirizzo di tua zia.
Pensavo fosse più sicuro. Forse mio padre lo prevedeva. Le spedizioni duravano due o tre anni. Quando tornai, dopo cinque, era troppo tardi.
La stanza in cui avevo vissuto cinquantanni con Domenico divenne estranea. Le pareti, intrise della nostra vita, osservavano silenziose. Ecco la poltrona dove Dimo amava leggere la sera. Ecco il tavolino degli scacchi. Tutto era reale, caldo, mio. E poi un fantasma del passato irrompè, e il tutto vacillò.
E tu? chiesi, timorosa.
Io? Ho vissuto, Ginevra. Ho vagato per la taiga, cercando di dimenticare. Non ci è riuscito. Poi ho incontrato una donna, buona, semplice, una dottoressa nella spedizione. Ci siamo sposati. Abbiamo due figli, Pietro e Alex.
Lo disse senza fronzoli. La sua semplicità ferì più di ogni altra cosa. Il sogno in cui era sempre solo, ad attendermi, si frantumò in mille schegge.
Aveva una famiglia. Una vita in cui non avevo posto.
Provai uninusuale punta di gelosia, una gelosia per un passato che non era mai stato mio.
Si chiamava Katia. È morta sette anni fa, malattia. Guardò oltre il muro. I figli sono cresciuti, sparsi. Sono tornato in città un anno fa.
Un intero anno? ribottii. Perché
Che avrei dovuto fare, Ginevra? Venire qui, nella tua casa?
Lavevo visto più volte: al parco, al teatro. Camminavi mano nella mano con il marito, chiacchieravate sottovoce. Sei apparsa serena, placida. Non avevo il diritto di distruggere quella quiete.
Perché sei qui oggi? fissai. Dovevo sapere. Perché sfondare il mio mondo, appena rimarginato?
Ho letto lobituario del tuo marito. Il cognome mi ha colpito. Ho capito che dovevo venire. Non per chiedere nulla, ma per per chiudere quella porta, o forse aprirla. Non lo sapevo nemmeno io.
Fece un passo verso di me.
Ginevra, non ti chiedo di dimenticare la tua vita. Vedo dalle foto, dal tuo casa, che sei felice.
E tuo marito il suo volto è quello di un uomo buono. Voglio solo sapere se nel tuo cuore resta ancora una brace del fuoco che ardeva nella capanna del guardaboschi.
Lo guardai, quelluomo canuto, stanco, in cui a malapena spuntava il giovane spavaldo. E lo sguardo sul ritratto di Domenico, sereno, familiare.
Uno mi diede sei mesi di fuoco, per i quali pagai tutta la vita. Laltro mi regalò cinquantanni di calore, che ho imparato a valutare troppo tardi.
Non lo so risposi sinceramente. Non lo so, Andrea. So solo che oggi ho seppellito mio marito. E lho amato.
Lui annuì, e nei suoi occhi comparve comprensione, non rabbia.
Lo so. Scusa. Tornerò tra quaranta giorni, se mi permetterai.
Se ne andò. Il rumore della porta che si chiudeva non portò sollievo, anzi, la casa vuota dopo i commi apparve piena di domande.
Quarantanni nella tradizione ortodossa sono il tempo concesso allanima per dirigersi verso lultimo riposo. Per me erano quaranta giorni per fare i conti con i mondi interiori.
La prima settimana smontai le cose di Domenico. Era una tortura e una cura insieme.
Ecco il suo maglione, ancora intriso del leggero odore di tabacco. Le sue occhiali sul tavolo, accanto al libro non finito. Ogni oggetto gridava il suo nome, la nostra vita tranquilla e scandita.
Nel cassetto trovai una vecchia scatola. Non conteneva documenti né premi, ma i miei fiori appassiti, il biglietto del cinema del nostro primo appuntamento e una foto sbiadita. Su di essa, a ventuno anni, guardo dritta nella lente, senza un sorriso. Lha custodita per cinquantanni. È unadorazione muta, più amore di tante promesse ardenti.
I giorni passavano. I figli chiamavano, venivano, portavano provviste. Il loro affetto aumentava il senso di colpa.
Un giorno Giulia mi abbracciò e disse:
Mamma, sappiamo che è difficile per te. Papà ti amava tanto. Diceva sempre che tu eri la cosa migliore della sua vita.
Quelle parole la trafissero ancora più a fondo. Continuavo a tradire la sua memoria con ogni ricordo di Andrea.
Non riuscivo più a dormire. Di notte sedevo sulla poltrona, fissando il giardino buio. Due figure mi fronteggiavano: la passione selvaggia e bruciante della giovinezza, e il fiume profondo e placido della maturità. Si poteva confrontare? Si poteva scegliere? Era come scegliere tra sole e aria. Entrambi erano vita.
Capii che Andrea aveva sbagliato il punto cruciale. Chiese se fosse rimasta una brace. Sì, ce nera ancora.
Ma in cinquantanni Domenico aveva costruito intorno a quella brace una casa calda, sicura. Distruggerla significava cancellare se stessa.
Il quarantesimo giorno mi svegliai con la certezza della scelta giusta. Preparai i pancake per i morti, li dissi in tavola come mi aveva insegnato la madre, e posai la foto di Domenico sul tavolo.
Non sapevo se Andrea sarebbe venuto, né cosa avrei detto.
Dopo pranzo uscii in giardino per potare le rose che Dimo amava. Laria fresca dautunno mi svegliava.
Udii il cigolio del cancellone. Lì, sul sentiero, lui stava, indeciso, a pochi passi. Nelle mani un piccolo mazzo di margherite di campo, quelle che mi aveva regalato nella capanna.
Fece un passo, poi un altro. Io rimasi immobile, stringendo più forte le cesoie.
Buongiorno, Ginevra.
Buongiorno, Andrea.
Mi porse i fiori. Non li presi.
Con un ultimo sussurro di vento, chiusi gli occhi, accettai il silenzio che mi avvolgeva, e il giardino si popolò di luci incantate, segnando la fine del mio sogno.






