Sofia, voglio mangiare! Basta stare a letto! rispose, irritato, il marito di sopra, dalla soglia della camera.
La testa le pulsava, la gola bruciava, il naso era tappato. Quando provò a alzarsi, il corpo era come di cotone. Non a caso si era ammalata.
Per tutta la settimana il tempo era afoso, e ieri, verso sera, cadde neve mista a pioggia. Primavera Chiamare un taxi in quel tempo era impossibile, non cè da stupirsi. Dovette tornare a casa dal lavoro con il pullman urbano. Attese trenta minuti lautobus, che arrivò pieno. Con difficoltà si infilò nella carrozza, un piccolo sollievo. Poi dovette percorrere a piedi un bel tratto dalla fermata.
Aveva chiesto al marito di passare a prenderla lungo la via.
Sofia, io e Arturo siamo andati a trovare la mamma. Torneremo tardi le disse Vincenzo.
Come al solito
Così Sofia arrivò a casa bagnata e gelata. Guardò lorologio: erano le otto del mattino di sabato.
Vito, porta il termometro, per favore! chiese, affaticata.
Che succede? Sei malata? si stupì Vincenzo. E la colazione?
Vuoi farla da solo? propose la moglie.
Come? non capì il marito. E Arturo?
Il ragazzo ha dieci anni! E tu sei già un uomo adulto. Prepara le uova strapazzate. Che ti aiuti il figlio, lho già insegnato a cucinare, è grande ormai.
Lhai insegnato a cucinare? esclamò il marito.
Sì. E poi? Trascorre tutto il giorno col cellulare, non vuole fare nulla. scrollò le spalle Sofia.
Sei pazza? Lui è un uomo! Non è sua responsabilità cucinare, né imparare a farlo! È una cosa da donne! si infuriò Vincenzo. Va bene, andiamo dai miei genitori, visto che non ti interessi più di noi. Domani sera torniamo.
Così gli uomini, in fretta, si diressero verso la casa dei genitori di Vincenzo.
Sofia si alzò con difficoltà, trovò il termometro, accese il bollitore e iniziò a riflettere
«Perché è successo così? Quando ha perso il momento in cui il marito poteva tranquillamente preparare qualcosa per entrambi, quando, nella malattia, si prendevano cura luno dellaltro? Quando è cambiato tutto? Perché improvvisamente le faccende domestiche sono diventate solo suo compito?»
Il termometro segnò 39,2°C.
La giovane donna prese le medicine e si rimise a dormire.
Un po più tardi il telefono la svegliò. Era la madre:
Sofia, perché non rispondi? Sono abituata a sentirti al mattino, mi preoccupo per te. disse la signora Vittoria Alessandro.
Mamma, ho un po di febbre. Ho preso le medicine e ho rimesso a dormire rispose con voce rauca.
Ah, un po! E dove è Vito? Di nuovo da mamma sua? brontolò la madre.
Siamo andati via con Arturo, per non contagiarci rispose fiocamente la figlia.
E ci credi davvero? Per non contagiarci Dì che non vuoi più sprecare energie, altrimenti dovrai lavare i piatti da sola! si irritò la donna.
Mamma! voleva replicare Sofia, ma non le fu concessa la risposta. Sapeva già cosa le sarebbe capitato.
Non fare la figlia di papà! Ho il diritto di arrabbiarmi. Ti ho data in moglie, non in schiava! Hai misurato la temperatura? continuò la madre.
Sì, era alta stamattina. Ora è più leggera, ma non ho forze. lamentò la figlia.
Rimani a letto! Papa verrà a prenderti. Non è giusto ammalarsi da sola. Aspetta. e la signora Vittoria chiuse la chiamata.
Sofia si alzò piano, si lavò, raccolse il suo laptop e i suoi effetti, pronta per larrivo del padre.
Oh! il padre si bloccò al cuore vedendo la figlia.
Papà? Che cosa ti è successa? balbettò la giovane.
Ah, sei tu! disse luomo, prendendo la borsa di Sofia. Pensavo di aver trovato la mia fine! Sembro pallida!
Papà! Perché mi spaventi così? sorrise la figlia. Andiamo?
Andiamo. Tieniti forte, altrimenti il vento ti porta via! la aiutò a salire in macchina. Sei molto magra, stanca, quasi una prigione. La madre ti ha trattata come una schiava. Scusa, ma non ti fai vedere in forma!
Sofia non contrappose discussioni, era esausta.
Da parte dei genitori regnava calore, cibo e felicità. La signora Vittoria si occupò seriamente di sua figlia, e verso sera Sofia si sentì un po meglio.
Chiamò Vincenzo per dirgli che non sarebbe tornata a casa. Lui rispose con tono pigro:
Che vuoi dirmi? Non posso portarti le medicine. Ho bevuto una birra con papà. È sabato, guardiamo la partita. Oh, mamma voleva parlare con te. passò la cornetta a sua madre.
Sofia! Sei una donna! Non puoi rilassarti e lasciare i tuoi uomini affamati! Cosa è importante in una famiglia? Che gli uomini siano sazi, al caldo e non disturbino! E tu? Sei malata Prendi una pillola e basta! istruisce sarcastica la signora Chiara Antonietta.
Passante, la madre di Vincenzo sentì quelle parole e gli strappò il telefono dalle mani della figlia:
Cara suocera! Che uomo è? Debole? Malato? O come deve essere affinché sia al caldo, sazio e non tocchi? si lamentò Vittoria.
Perché debole? Il marito è familiare! E tutti gli uomini sono così. rispose la suocera, sorpresa. Vincenzo, come stai? chiese.
Come eh! Sono al lavoro a sollevare la figlia. Un vero uomo non può occuparsi della moglie! Non può neanche comprare le medicine ha preso una birra Eppure la moglie è malata, e lui è contento. la suocera non amava più Vincenzo.
Chiara, infine, guardò il telefono silenzioso.
Figlia, è davvero necessario? Sei ancora giovane! È un eccesso. sbottò la madre.
Nel frattempo arrivò un messaggio da Vincenzo:
«Sofia, mandami dei soldi? Non basta fino allo stipendio. Ho speso tutto per Arturo. Ho dovuto pagare i suoi corsi e comprare vestiti!»
«Io ho pagato laffitto e la spesa tutto il mese. Va bene?» rimase senza parole Sofia.
«Giusto. Lappartamento è tuo! Mandami subito, vado al negozio!» il marito, impaziente.
«Non ho soldi, li ho spesi per le medicine» mentì.
«Cosa intendi per niente? La tua malattia ci costa caro! Chiedi ai tuoi genitori.» arrivò la proposta.
«Chiedi a tua madre» sbalordì Sofia.
«Ah, non capirà dove ho speso lo stipendio» ribatté Vincenzo.
«Non lo capisco nemmeno io» rispose.
«Sono un uomo adulto. Ho le mie spese e i miei desideri. Non devo rendere conto a te o a tua madre! Sono al negozio, inviami il denaro, subito!» minacciò.
«Non lo mando!» breve risposta.
Leggendo che era stata definita avara, ingrata, cattiva madre e moglie, tra le altre cose, Sofia finalmente rispose alla madre:
Non serve, mamma! Non voglio più.
Tutta la sera e la notte il marito e la suocera si scambiarono messaggi arrabbiati. Lui infuriava, lei educava. Sofia disattivò il suono.
Domenica mattina, durante la colazione, il marito la chiamò:
Sofia, io e Arturo restiamo ancora da mamma. Lei ci ama e ci cura, a differenza tua. Quando ci ha convinto a non affrettare il matrimonio ha detto: «non sappiamo ancora che madre sarò». Lho ignorata. Non sei una madre! Uncoclea! concluse Vincenzo.
Ecco, benissimo! Che ne pensi, figlia? guardò Igor Semenovic.
Vedo solo il divorzio! Non lo voglio. Sofia fissò il soffice omelette con prezzemolo, decisa.
Ma era così difficile!
Perfetto! Mamma, vado via. Tornerò più tardi. Potrei non arrivare a pranzo gridò il padre, uscendo dallappartamento.
Sofia, prendi le medicine, spegni il telefono e vai a dormire. Devi guarire. le disse dolcemente la madre.
E lo fece. Era domenica. Domani sarebbe dovuta andare al lavoro. Poteva anche dormire ancora.
Al pomeriggio la giovane si svegliò. Il padre era arrivato.
Ecco, sono tuoi. Puoi buttare quello che vuoi! le porse un mazzo di chiavi nuovo.
Cosa? non capiva più.
Ho cambiato le serrature del tuo appartamento, ho raccolto le cose di Vito e Arturo e le ho portate alla suocera, così le restituirai loro spiegò il padre. Stai qui finché non trovi una sistemazione. Non rispondere al telefono. È più sicuro.
In cucina la madre era felice, sognando da tempo quel giorno. Non interferì: la figlia doveva arrivare da sola.
Sofia chiese il divorzio.
Tante critiche la colpirono: stupida, ha rovinato la famiglia, coclea, madre, né più né meno, ingrata erano le più innocue.
Nonostante tutto, la giovane era felice per la prima volta da molto.
Il divorzio fu rapido. Non avevano figli né beni comuni. Un anno dopo il matrimonio Vincenzo decise che fosse più comodo prendere il figlio da sé anziché pagare gli alimenti. La sua ex era daccordo.
Solo che non aveva chiesto a Sofia unopinione, né laveva avvisata. Non gli importava che Sofia e Arturo non si capissero, che il ragazzo le rovinasse la vita. Vito aveva dimenticato che il figlio aveva bisogno di vestiti, di pagamenti, che lappartamento dove laveva portato era quello di Sofia. Aveva dimenticato persino la moglie. Perché? Gli era più comodo Era solo un uomo! Un padre!
E Sofia? Non è grata! tutti la chiamavano.
Ma il tribunale mise ordine. Il giudice, a cui era stato chiesto di decidere, pose fine al caos.
Vincenzo vive ora con la madre, che controlla le sue spese e lo insegna alle faccende di casa. Tre uomini non sono mai una cosa sola! È pesante.
Sofia, invece, è felice. Ha comprato unauto per non rimanere più a piedi nelle cattive stagioni. Cosa farà a ventisette anni, dopo un divorzio difficile? La risposta è semplice: amarsi.
**La lezione è chiara: la vera forza sta nellamare se stessi, riconoscere il proprio valore e non accettare il peso ingiusto degli altri.**Mentre il sole di primavera dipingeva la città di giallo, Sofia attraversò il ponte con lo sguardo sereno, il volante della sua nuova auto caldo sotto le mani. Nessun rumore di lamenti, solo il ronzio tranquillo del motore e il canto dei passeri che laccompagnavano verso il quartiere dove aveva affittato un piccolo studio sopra una caffetteria. Lì, tra scaffali di libri e piante in vaso, decise di aprire una piccola libreriacaffè, un luogo dove chiunque potesse rifugiarsi con una tazza di tè e una pagina da sfogliare.
Il primo giorno, la porta si aprì al chiave di legno che aveva comprato in un mercatino, e una giovane donna, appena uscita dalluniversità, entrò timidamente chiedendo un consiglio su un romanzo da leggere. Sofia le sorrise, le porse un libro di poesie e, mentre la donna si sedeva, una voce familiare la salutò dallaltra parte della stanza: era Luca, un vecchio compagno di classe, ora insegnante di lingua straniera, che aveva deciso di trasferirsi in città per aprire una scuola di lingue. I due si scambiarono parole, risate e promesse di collaborare per organizzare serate di lettura bilingue.
Le settimane divennero mesi; il caffè si riempì di volti noti e sconosciuti, di chi cercava conforto, di chi desiderava una pausa dal frastuono della vita. Sofia imparò a gestire le bollette, a scegliere le forniture, a fare scelte difficili senza dover chiedere il permesso a nessuno. Ogni volta che il telefono suonava con messaggi di chi la giudicava, lei spostava la mano sul tavolo, chiudeva gli occhi e ricordava la sensazione di libertà che aveva provato quella mattina, quando il padre le aveva consegnato le chiavi.
Un giorno, mentre sistemava gli scaffali, una lettera divenne parte del conto: era il giudice che aveva chiuso il caso, ma accompagnata da una nota speciale. La decisione è stata presa, ma la vera vittoria è la sua capacità di ricostruire. Quelle parole la fecero sorridere senza forzature; non era più una vittima di una storia scritta da altri, ma lautrice del suo futuro.
Quando la prima neve dellinverno si posò leggera sulla città, Sofia guardò fuori dalla finestra il bianco silenzioso e sentì, dentro di sé, una melodia diversa da quella di un tempo: il ritmo di passi sicuri, il suono di risate condivise e il profumo di caffè appena fatto. Non cerano più catene, non cerano più parole taglienti. Cera solo la consapevolezza che, scegliendo di amarsi, aveva aperto la porta a un mondo dove anche gli altri potevano amarsi, se solo avessero avuto il coraggio di guardare dentro di sé.
E così, nel silenzio della sera, mentre le luci della libreria si spegnevano una ad una, Sofia chiuse lultimo libro della giornata e, con un respiro profondo, sussurrò a se stessa: È qui, tra queste pagine e questi sogni, che ho trovato la vera casa.






