La BruttaNonostante le sue brutte apparenze, la ragazza scopre un talento nascosto per la scultura che la farà brillare nella sua piccola città.

Scoppio improvviso rumore assordante buio totale buio

Alla fine il buio cominciò a diradarsi. Una voce si levò dalloscurità:

Signora Giulia Bianchi, è il soccorritore, qualcosa è esploso lì dentro.

Nel dolore avvertii una mano premere sul collo. Cercai di aprire gli occhi, con estrema difficoltà riuscii a sfilare le palpebre. Davanti a me apparve un pendente a forma di rettangolo, inciso con i segni zodiacali gli occhi di una donna in camice bianco

Allospedale! risuonò un grido vicino.

I genitori tornarono dal lavoro. La madre si precipitò in cucina, lanciandosi poi nella stanza dove il figlio stava facendo i compiti. Lorenzo, entrando, notò subito latteggiamento scarso del ragazzo.

Marco, che succede? lo chiamò, accarezzandogli la testa.

Nulla borbottò il ragazzino di quarta elementare.

Parla, dimmi!

Domani è l8 marzo. La professoressa ci ha trattenuti e ci ha detto che dobbiamo preparare dei regali per le ragazze.

E qual è il problema? sorrise il padre.

Siamo tutti maschi e femmine allo stesso modo, e lei ha distribuito a chi deve dare il dono sospirò Marco. Mi è toccata una brutta, Ginevra Verdi.

Tutte le ragazze vogliono un regalo per l8 marzo, anche le meno graziose tentò di parlare il padre con tono maturo. Come ha fatto a dividerle? In ordine alfabetico? No, in base ai segni zodiacali?

Come? Lorenzo non poté trattenere un sorriso.

Per compatibilità. Ginevra è Vergine, e il segno più adatto a una Vergine è il Toro. Io sono proprio un Toro.

È un vantaggio, allora! Forse potresti anche innamorartene.

Io? Con Ginevra Verdi?

Il padre scoppiò a ridere. Immediatamente la madre entrò in stanza:

Che succede qui?

Lina, vai in cucina il volto di Lorenzo divenne serio. Io e Marco dobbiamo parlare seriamente.

Uscita la madre, Marco chiese con voce triste:

Papà, che devo fare adesso?

Preparare il regalo!

Quale?

Domani al lavoro ne farò uno per la tua scelta.

Ma papà, che regalo puoi fare? Tu lavori in una fabbrica.

Sì, ma nella galvanica. Produciamo tutti i rivestimenti metallici.

Non ho capito.

Domani lo vedrai!

***

Il giorno seguente il padre portò un pendente al catenino, daspetto dorato. Su un lato cerano incisi i due segni, Toro e Vergine; sullaltro, in piccolo ma elegante, si leggeva:

«Alla compagna di classe Ginevra, per l8 marzo. Antonio».

Quel pendente era una meraviglia! Quando la madre lo infilò in un sacchetto di plastica, brillò ancora di più.

***

L8 marzo. La professoressa non intendeva più tenere le lezioni. Prima i bambini le consegnarono il dono; lei ringraziò a lungo. Poi annunciò che i ragazzi dovevano fare regali alle ragazze.

Scattò la frenesia! Tutti i maschi corsero verso le loro scelte. Marco si avvicinò a Ginevra Verdi e, come gli aveva insegnato il padre, disse:

Ginevra, ti auguro un felice 8 marzo! Chissà, forse il destino unirà Toro e Vergine.

Detto ciò, tornò al suo banco, ignaro di come il suo cuore avesse già cominciato a battere per quella brutta ragazza, ai suoi occhi.

Poco dopo, i genitori di Ginevra si trasferirono in un altro quartiere e lei, dalla quinta classe, cambiò scuola.

***

Antonio aprì gli occhi. Il soffitto bianco della stanza di degenza. Tentò di muovere braccia e gambe; solo il braccio sinistro rispondeva.

Dove sono? mormorò, confuso.

Un rumore di passi lo fece voltare. Uninfermiera, con le scarpe a tacco, gli si avvicinò e chiese:

Ti sei svegliato? Sei nel reparto di chirurgia durgenza.

Le mie braccia, le gambe sono intatte? domandò con voce fioca.

Sì, sembra tutto al suo posto, ma sei avvolto da bende dalla testa ai piedi.

È una buona notizia se tutto è integro.

Allora entrò linfermiera capo e, con tono gentile, chiese:

Come ti senti?

Che cosa mi succede! rispose Antonio, confuso.

Niente minaccia la tua vita. Le mani e le gambe torneranno a funzionare. Ci saranno dei piccoli cicatrici, ma ti chiamerò quando ti sveglierai, disse, mostrando il telefono. Mia madre ha chiesto di chiamarti appena aprirai gli occhi.

Figlio mio la voce della madre si levò tra le lacrime.

Mamma, sto bene cercò di parlare con il più gran vigore. Hanno detto che solo piccoli graffi rimarranno. Presto mi dimetteranno.

Non ti lascerò stare la notte, verrò subito. la donna, tremante, posò il telefono accanto al letto e sorrise per linfermiera: Grazie!

Tra tre settimane dovresti uscire rispose linfermiera. È certo.

Un compagno di reparto, il dottor Giovanni, si avvicinò:

Che è successo? chiese, mentre linfermiera usciva.

Sono un soccorritore. In fabbrica sono esplosi dei bombolotti di gas; ci hanno chiamato, siamo arrivati prima dei pompieri. Ledificio era enorme, tre feriti dentro. Siamo corsi, i bombolotti scoppiavano ovunque io sono uscito per ultimo. Quando ero quasi alla porta, un altro è esploso non ricordo più.

È stato il tuo destino, allora.

Goncharov Antonio annunciò linfermiera. Ti arriva una visita.

Entrò un amico, Marco, e corse al letto:

Ciao, Marco! Come stai?

Braccia e gambe integri! rispose Antonio, cercando di alzare la mano sinistra per salutare.

E allora, che è successo?

Stavamo uscendo quando è scoppiato. Siamo tornati indietro, ti hanno tirato fuori eri coperto di sangue, ma i medici erano già lì.

Grazie!

Marco, di cosa parli? il volto dellamico si rischiarò. Ci vogliono presentare alle medaglie.

Allora mi dimetteranno presto.

Bene, vado. Cè il giro dei medici, non tardare.

Appena lamico se ne andò, entrò un dottore di circa quaranta anni:

Come va, eroe? si avvicinò al suo lettino.

Bene.

Se parli, significa che continuerai a vivere. Vieni, ti controllerò!

Mi disturbate? chiese Antonio. No, signora Giulia Bianchi arriverà dopodomani.

***

Due giorni passarono. Antonio provava a stare in piedi, ma il dolore alle gambe era forte, il braccio destro ancora dolorante. Una decina di lividi copriva il corpo; due sul viso erano la prova dellesplosione. Guardò il suo riflesso: il volto era ancora gonfio.

Il dottore doveva fare il giro. Era lo stesso che, due giorni prima, lo aveva suturato per ore in sala operatoria. Antonio era un po nervoso.

Allora entrò la dottoressa, giovane, robusta, con gli occhiali che non le rovinavano laspetto. Il suo camice bianco le calzava a pennello. Antonio, ormai ventisette anni, era già sposato, ma dopo sei mesi il matrimonio era finito per divergenze di carattere; la moglie non sopportava più il salario modesto del suo lavoro.

Buongiorno disse la dottoressa avvicinandosi al letto.

Buongiorno, è lei che mi ha suturato? chiese Antonio.

Sì, qualcosa non va?

Al contrario, tutto ottimo! Grazie di cuore!

Allora esaminerò!

Si chinò sopra di lui; davanti ai suoi occhi riapparve il pendente con i segni zodiacali, avvolto al suo collo:

Ginevra Verdi!!! esclamò Antonio.

La dottoressa lo osservò attentamente, senza riconoscerlo.

Scusi, non lho vista! rispose.

Sono un Toro indicò il pendente.

Marco Goncharov? le labbra tremarono. Mi ricordo di te?

Certo, Ginevra! vide le lacrime negli occhi della dottoressa e posò delicatamente una mano sul suo braccio.

Mi scusi estrasse un fazzoletto, asciugandosi gli occhi. Non avrei mai immaginato di rincontrarti così.

***

Quella sera Ginevra non entrò più nella sua stanza. Antonio comprese che il suo orario lavorativo era simile al suo: giorno, notte e due giorni di riposo.

Non voleva mostrarsi impotente davanti a lei. Il giorno successivo si aggirò per il corridoio, appoggiandosi alle letti, poi uscì per il corridoio. La notte il turno diurni se ne andò; arrivò il turno di notte, si sentiva nella voce dei colleghi. Il giro dei medici stava per cominciare

Allimprovviso un trambusto nel corridoio, passi frettolosi: era il trasporto di un nuovo ferito. Dopo dieci ore, linfermiera spegneva la luce nella stanza, ma qualcosa la teneva sveglia. A mezzanotte, nel silenzio, udì dei passi, poi un singhiozzo. Si alzò e, con cautela, uscì nel corridoio.

Al tavolo di guardia, una sua ex compagna di classe, Lina, piangeva con la testa tra le mani. Antonio si avvicinò e le pose una mano sulla spalla:

Ginevra!

Lei si gettò contro di lui:

Ho operato una donna, è caduta sotto un camion ho fatto tutto il possibile. È in rianimazione, ma non ce la farà. Ha due figli il marito è qui, al suo fianco

Calmati, Ginevra!

Da tre anni sono chirurgia e non riesco a venire a patti con la morte. Ho salvato tante vite, ma

Calmati! Queste sono le nostre professioni. In cinque anni ho visto tante morti, ma anche tante vite salvate sospirò Antonio. La mia moglie se nè andata perché pensava che non tornassi mai a casa e che il salario fosse poco. Io ho sempre avuto quarantanni di vita, ma si può vivere.

Anchio ho la stessa storia replicò lei, guardandolo negli occhi. Mi trattano come una pazza. Non mi sono più sposata, vivo ancora con i genitori.

Dai, siamo solo ventisette, tutta la vita davanti.

No, Marco, siamo già ventisette.

Ginevra Bianchi, il suo battito è irregolare gridò linfermiera.

Scusa! Ginevra corse in rianimazione.

Quella notte Antonio non riuscì a dormire. Allalba linfermiera tornò con la solita medicazione.

La donna operata stanotte, è viva? chiese, quasi a sé stesso.

Sì, ma le condizioni sono gravissime.

***

Tre settimane dopo le ferite di Antonio si erano rimarginate. Con Ginevra si vedeva quando i loro turni coincidivano; più il tempo passava, più la sua attrazione cresceva. Però il reparto di chirurgia durgenza non era il luogo adatto per confidenze così intime.

Durante uno dei giri mattutini, il dottore annuncio:

Oggi vi dimetterò sorrise. Intendo dire, vi darò dimissioni dallospedale. Poi entrerete nella vostra clinica, dove decideranno se rimanere ancora qualche giorno.

Possiamo prepararci!

Sì, non vi affrettate. Tra poco avranno la vostra dimissione.

Quando il medico se ne andò, Antonio si radunò. Guardandosi allo specchio, notò che le due cicatrici rimaste non rovinavano il volto, anzi, gli davano unaria più virile. Le altre cicatrici, invece, non meritavano attenzione.

Prese le sue cose e uscì per il corridoio. Incontrò una paziente che gli fece cenno: «Alla fine lhai fatta!»

Linfermiera gli porse il certificato di dimissione:

Addio, Antonio! Non tornare più da noi!

***

Antonio aveva un appartamento monolocale, ma tornò dai genitori. La mamma lo aspettava con ansia, persino prendendo un giorno di ferie.

Figlio mio! lo strinse nella sua accoglienza.

Tutto bene, mamma! Come vedi, sono vivo e sano.

Andiamo, ho preparato da mangiare. Che magro sei diventato!

Che nostalgia del cibo di casa!

Finché non ti riprenderai e non ti sposerai, rimarrai qui. La tua stanza è ancora vuota disse, quasi a un bambino. Vai, lava le mani!

***

Nel pomeriggio andò dal barbiere, riprese qualche capo dabito, e la madre lo aiutò a sistemarli. La sera arrivò il padre dal lavoro, si sedettero tutti insieme, come un tempo, e parlarono fino a notte fonda.

Si coricò nella sua stanza dinfanzia, con i ricordi delladolescenza, ma non si addormentò subito:

«Domani devo andare in ambulatorio, poi al lavoro, e la sera»

Con quel pensiero si lasciò andare al sonno, oltre la mezzanotte.

***

Il giorno dopo Antonio si recò in ambulatorio al mattino. Passò la mattina a girare per gli uffici, il pomeriggio tornò al suo reparto, dove aveva il turno. La sera iniziò a prepararsi.

Dove vai? chiese il padre.

Papà, ti ricordi, tanto tempo fa, quando ero in quarta elementare? Mi avevi fatto un pendente per la compagna di classe?

Per la brutta Ginevra Verdi? Sì, ricordo.

Mi avevi anche detto: Forse finirai per innamorartene. E lo ricordo ancora.

Papà, Ginevra è ora chirurga. È stata lei a operarmi. Porta ancora quel pendente al collo.

Allora le tue parole si sono avverate!

Papà, ora vado da lei!

Ventisette anni non sono poi così tanti per cominciare una vita con la persona amataAntonio uscì dallappartamento con il cuore che batteva più forte del passo dei suoi scarponi. Il cielo di dicembre era pallido, ma un lampo di luce azzurra filtrava tra le nuvole, quasi a ricordargli il colore del pendente che ancora pendeva dal collo. Camminò lungo la strada che portava allospedale, dove il suono dei ventilatori sembrava uneco di tutti i battiti che aveva sentito nei corridoi di quel luogo.

Quando varcò la soglia del reparto di chirurgia, lodore di disinfettante lo accolse come un abbraccio familiare. Una infermiera lo osservò, sorrise e gli fece cenno di seguirla. Si fermarono davanti a una porta semiaperta: dentro, la luce dei faretti illuminava una stanza di osservazione. Ginevra, con il camice ancora lucido, stava controllando una cartella clinica. Al suo collo, il pendente scintillava come una stella appena scoperta.

Antonio disse Ginevra, senza voltarsi, ma con la voce che già sapeva di casa.

Il suo sguardo si alzò e incrociò quello di lui. In quel momento il tempo sembrò fermarsi; le cicatrici sul viso di Antonio non erano più segni di dolore, ma mappe di un percorso percorso insieme.

Non credevo di rivederti mai qui ammise Ginevra, avvicinandosi. Il destino ha un senso dellumorismo, ma a volte è anche generoso.

Antonio allungò la mano, sfiorando delicatamente il ciondolo. Un leggero calore attraversò le sue dita, come se il metallo avesse assorbito tutti gli anni di speranza e di paura, trasformandoli in una promessa.

Ho portato con me il ricordo di quel giorno di scuola, del pendente che mi avevi fatto, del segno del Toro che mi ha guidato disse Antonio, la voce tremante per lemozione. E ora, con i nostri segni intrecciati, mi chiedo se non sia il momento di creare qualcosa di nuovo, insieme.

Ginevra sorrise, gli occhi lucidi, e pose la mano sul suo stesso collo.

Il tuo pendente è rimasto con me, ma è tempo di farlo diventare qualcosa di più grande. Costruiamo una clinica dove il ferro e il cuore si incontrano, dove ogni ferita trovi una cura e ogni sogno una possibilità.

Senza parole, i due si avvicinarono e, quasi senza accorgersene, le loro dita si intrecciarono. Il pendente emise un tenue suono, come il rintocco di una campana lontana. Fu allora che la porta della stanza si aprì e entrarono gli altri medici, gli infermieri e persino il padre di Antonio, che aveva seguito il figlio fino al reparto per vedere con gli occhi la sua ultima decisione.

Vi stavo cercando disse il padre, la voce rotta dallorgoglio. Se questo è il vostro futuro, allora io vi sosterrò come ho sempre fatto.

Il gruppo si riunì intorno al tavolo di legno, dove si stese un progetto: una piccola clinica di pronto soccorso e di riabilitazione, con laboratori di galvanica per sviluppare protesi innovative. Il nome, deciso in un momento di complicità, sarebbe stato Stella di ToroVergine, un simbolo di equilibrio tra forza e cura.

Mentre la notte cadeva fuori, la luce dei faretti dellospedale si rifletteva sui vetri della nuova clinica, disegnando ombre che sembravano costellazioni. Antonio e Ginevra, mano nella mano, guardarono quel bagliore e sentirono il peso del passato svanire, sostituito da una certezza luminosa: il loro amore, nato dal caso di un pendente, era diventato la base di un futuro condiviso.

E così, con il primo battito del nuovo cuore della clinica, i loro sguardi si incrociarono ancora una volta, più intensi di prima, e una voce fuori campo sembrò sussurrare:

A volte il destino non è scritto nelle stelle, ma nei piccoli gesti che trasformano il ferro in speranza.

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