I genitori di mio marito sono arrivati in visita per tre giorni. Solo il figlio non vive più qui da tempo.

La porta, la Ginevra lha aperta con calma, quasi con le chiavi ancora in mano come se non avesse sentito il campanello. Il cappotto era ancora bagnato, lombrello colava gocce, e sul sacchetto del latte la maniglia era strapparsi. Il tramonto stava finendo, e dal palazzo si senteva già lodore di una cena a base di sugo e il miagolio di qualche gatto di corridoio.

Sulla soglia cè la signora Giulia Bianchi. Indossa una sciarpa fatta a maglia, scarpe lucide, una valigia con le ruote e nella mano un sacchetto con qualcosa di caldo. La voce le somiglia a quelle delle attrici dei film doro: allegra ma con una punta di dramma.

Luce dei miei occhi, sono qui per tre giorni, con una crostata al lampone. Paolo la adorerà! dice, già in corridoio, mentre la Ginevra espira lultimo respiro. Ehi, perché non mi avevi detto che il codice della porta era cambiato? Sono andata via, sono tornata con la valigia e ho quasi dovuto chiedere al portiere il nuovo codice.

La Ginevra resta in silenzio, annuendo verso il retro di un petto vuoto, come se ci fosse ancora qualcuno, anche se lappartamento è stranamente silenzioso.

E Paolo? chiede la signora Giulia, guardandosi intorno: nellatrio cè solo un gancio libero, nessuna giacca maschile, né stivali, né il suo profumo o il caos tipico suo. Lo vedremo più tardi, vero? A cena ci metteremo, ho portato del risotto. Marco, il papà di Paolo, arriverà. Lui era impegnato da un amico e doveva farcela in fretta. E il piccolino? Mattia è ancora allasilo, giusto?

La Ginevra sorride per un attimo, come se qualcuno le avesse tirato una corda.

Il suo meeting si è allungato.

Ah, capito. Lavoro, lavoro. La signora Giulia tace. Gli occhi gli corrono veloci. Nota che sullo scaffale cè solo una tazza. In bagno il flacone di shampoo è quasi vuoto, ma cè solo uno. Sul frigo ci sono disegni di bambini, ma le foto di Paolo sono sparite.

In cucina la Giulia posa la crostata sul tavolo, apre con cura il contenitore del risotto e prende la mano della Ginevra.

Non ti preoccupare, è tutto normale. Respira. Ci sediamo, mangiamo. Il papà arriverà, riderete tutti insieme. È un bravo uomo.

La Ginevra annuisce, si siede, prende il piatto ma non lo mangia. Il bollitore inizia a fischiare forte, quasi a protestare.

Un po dopo, le due vanno a prendere Mattia. Giulia porta dei guanti e un thermos di composta, Ginevra cammina muta tenendosi il braccio. Nellascensore, sulla via del ritorno, incrociano la vicina Lena. Lei sorride, poi scoppia in un tono veloce:

Ginevra, il tuo ex è di nuovo con quella ragazza dipinta del negozio? Con il passeggino? E non si occupa più del bambino, vero?

Giulia stringe le labbra, non guarda né Ginevra né Lena.

Lena è tutto ciò che riesce a dire la Ginevra, ansimando.

Che vuoi? Dico la verità, tutti lo sanno lo stesso.

La sera, mentre Giulia tira fuori una coperta dallarmadio e la stende sul divano, si ferma a lungo, tenendo un cuscino tra le mani. Senza guardare:

Se nè andato? Dovè mio figlio? Che è successo?

La Ginevra è alla soglia della cucina, schiena dritta, mani sul bollitore.

Tre mesi fa. Mi ha detto che doveva andare a un incontro e non è più tornato.

Con chi?

Ginevra non risponde, guarda altrove.

Giulia si siede, mette la coperta accanto, posa una borsa sulle ginocchia e tira fuori unaltra crostata, piccola, in una teglia di plastica.

Lho fatta apposta per voi. Lui diceva che tutto andava bene Che volevate andare al mare tutti e quattro questestate.

Allimprovviso perde il respiro, come se avesse scalato una scala infinita. Ginevra si avvicina, ma non la tocca, solo posa il bollitore accanto.

Silenzio nella stanza. Fuori, un vecchio tram sfreccia. Ginevra guarda fuori dalla finestra, Giulia resta immobile. Ognuna ha il suo silenzio.

Un colpo di porta con quel tipico schiocco Marco sempre chiudeva così, forte, come a ricordare la sua presenza. Entra, allegro, con una giacca dal collo di pelliccia, una busta di mandarini e il giornale sotto il braccio.

Buongiorno, bellissime! Ecco il bottino: mandarini abruzzesi, dolcissimi, come da quando eravamo bambini.

Si slaccia le scarpe, appende la giacca, si avvicina alla cucina. Lì cè silenzio e tre sguardi: uno stanco, quello di Ginevra; uno preoccupato, quello di Giulia; e uno felice, quasi infantile: Mattia, sentito la voce del nonno, lancia il biscotto e corre verso di lui, aggrappandosi ai pantaloni come a un albero, gli occhi che brillano.

Perché state così zitte? Marco non capisce. Sono arrivato tardi?

Paolo inizia Giulia, ma la voce le si inceppa. Guarda Ginevra, come se chiedesse il permesso.

Paolo se nè andato, dice Ginevra, calma, come se lavesse detto cento volte. Tre mesi fa.

Il sacchetto di mandarini sbatte sul tavolo, il giornale segue. Marco si siede, tace, fissa la finestra come se cercasse una risposta lì fuori.

Che cosa avete combinato qui? esclama allimprovviso. Lo hai portato via, Ginevra. Lhai spremuto, lo hai picchiato come un chiodo nel legno. Non lo riconosco più, sembrava tornare a casa come in condanna!

Marco, sussurra Giulia.

E cosa, Marco? Tutto è coperto, ma ora salve! Lhai semplicemente, gesticola. rovinata.

Ginevra non risponde, prende una tazza e la porta al lavandino, ma non esce dalla stanza. Rimane in piedi, come a chiedersi se andare o restare.

Giulia resta muta, il viso pallido. Si alza, si avvicina a Marco, stringe la sua spalla. Lui reagisce con lentezza.

Mi ha detto che tutto stava bene. Mattia è sano, Ginevra è una bomba, stavate per le vacanze. Capisci che ha mentito? La sua voce vacilla. A me. Alla madre.

Marco alza gli occhi, per la prima volta senza sapere cosa dire.

Io pensavo balbetta, poi: Non è più un bambino. Decide da solo. Forse aveva qualcuno

Lui ha già qualcuno, interviene Ginevra, senza voltarsi. Vive con lei. Quella dellufficio. Con cui scambiava messaggi in bagno.

Marco si alza, va al balcone, chiude la porta. Accende una sigaretta al crepuscolo, come un faro. Non fuma davanti al nipote, ma ora sì.

Lo chiamerò, dice Ginevra. Che venga a spiegare di persona.

Giulia non risponde, chiude gli occhi.

Sul cellulare appare il numero Paolo. Suona. Squilla. Poi una voce stanca:

Pronto?

Vieni subito. Papà e mamma sono qui. Mattia. Dobbiamo parlare.

Pausa lunga. Poi: Va bene. E squilla ancora.

Ginevra guarda fuori. Sul vetro qualcuno spazza la neve dal marciapiede. Notte bianca, inverno silenzioso.

Vent minuti dopo il lucchetto scatta. Paolo entra, come se fosse in un appartamento altrui. Indossa quel piumino da cui Ginevra una volta tirava caramelle e scontrini. I capelli un po spettinati, un profumo di fragranze strani appena percettibili. Si ferma sulla soglia.

Ciao a tutti dice, rauco.

Mattia corre, ma si ferma a mezzaria. Paolo si siede goffamente, lo stringe vicino.

Ciao, piccolo. Come stai?

Non vivi con noi, dice Mattia, senza rimprovero, solo fatti.

Paolo lo avvicina, ma non alza lo sguardo.

Il silenzio riempie la cucina. Marco scende dal balcone, lodore di fumo lo segue. Giulia lo guarda come se lo vedesse per la prima volta.

Mi avevi detto comincia. Che tutto andava bene. Che Ginevra è una bomba. Che Mattia è felice. Mi hai mentito, Paolo?

Non volevo farvi del male.

E lei? punta Giulia verso Ginevra. Non volevi farle del male? O era più comodo sparire?

Marco, improvvisamente, parla piano:

Che cosa hai fatto alla tua madre?

Paolo si siede, posa le mani sul tavolo, come se si arrendesse.

Non devo nulla a nessuno. Né a voi, né a lei. Me ne sono andato perché non volevo mentire. Non potevo più stare con Ginevra. E neanche con voi.

Te ne sei andato perché era più facile che restare e parlare da uomo, ribatte Giulia. Hai tradito non solo lei, ma tutti noi, te stesso.

Ginevra rimane in un angolo, in silenzio, come se avesse già capito tutto.

Giulia si avvicina al figlio, tocca la sua spalla. La mano trema.

Eri migliore, Paolo. Ti ricordo diverso.

Lui non risponde, chiude gli occhi.

Mattia spunta di nuovo dalla cucina, stavolta non corre, ma resta nella porta a guardare.

Paolo si alza, fa un passo indietro, fissa tutti. Il volto si indurisce, come una maschera che si è fissata. Si gira di scatto ed esce, sbattendo la porta non forte, ma udibile, come un punto alla fine di un capitolo.

Lalba arriva. Fuori la luce è fredda, la neve è fresca sul davanzale. Marco legge ancora il giornale, Mattia mangia la sua colazione, Giulia sistema qualcosa in cucina, e Ginevra sta alla finestra.

Ginevra si raddrizza, la voce diventa più ferma:

Posso raccogliere tutti gli elettrodomestici che mi avete regalato: microonde, pentola a pressione, bollitore. Prendeteli se volete. Stavo già pensando a fare dei lavori. Il cambiamento non ostacola. Mi sembra giusto ripulire tutto fino al fondo.

Giulia si volta di scatto.

Sei impazzita? È solo mattina e già parli di cose materiali. Non abbiamo niente da dividere. Non siamo dei ladri. Dobbiamo scusarci, non prendere le cose.

Mattia, seduto sul tappeto, gioca con le macchinine. Poi guarda su:

Nonna, papà verrà?

Giulia lo fissa, inspira profondamente, si siede accanto a lui e gli accarezza la testa.

Verrà, tesoro. Ma più tardi. Vuoi un cartone?

Mattia annuisce.

Ginevra resta sullo stipite della porta, senza lacrime, senza rabbia. Solo una certa insonnia interiore, come dopo un lungo rumore che svanisce e lascia solo silenzio nelle orecchie.

Mettere il bollitore sul fuoco fa rumore, come colonna sonora al loro silenzio. Davanti cè solo un giorno nuovo, ordinario, ma con la sensazione che tutto ricominci da capo.

Odore di sapone e aria secca. Giulia è in bagno, lava il lavandino lentamente, quasi in meditazione. Ginevra entra, vuole prendere lasciugamano, ma si ferma.

Lascialo, dice Giulia senza girarsi. Lo faccio io.

Ginevra non risposta. Prende lasciugamano, lo posa lì accanto, si ferma un attimo.

Non mi arrabbio con voi, dice infine. Solo sono stanca di dover spiegare che non è colpa solo mia.

Giulia appoggia la testa sul bordo del lavandino, scuote la testa.

Io invece mi arrabbio con me stessa. Per non aver visto, per non aver voluto vedere. Pensavo che aveste tutto: amore, famiglia, felicità. Lo dicevo a tutti.

Ginevra annuisce. Le due sono nella piccola stanza, due donne legate da un figlio, una casa, un passato.

Scusa, dice Giulia. Per tutto. Credevo davvero che non potevi fermarlo. Ora ti guardo e capisco che ti sei aggrappata a tutti noi, anche quando non dovevi.

Ginevra si siede sul bordo della vasca, in voce bassa:

Io terrò solo me stessa. Niente più.

Dalla cucina si sente la voce di Mattia: Mamma, dove sono i calzini con gli squali? e qualcosa cade.

E lui, aggiunge Ginevra. Lo terrò ancora un po.

Sorridono, non per confusione, ma con quella tenerezza che solo le donne sanno avere, stanche ma sincere.

Più tardi, alla porta, si abbracciano a lungo. Marco sta lì, a dondolarsi nervosamente.

Anchio ho sbagliato, mormora. A noi uomini non insegnano a parlare, né da piccoli né da adulti.

Imparate, dice Ginevra. Finché cè qualcuno con cui parlare.

Marco annuisce.

Mattia corre, si mette le scarpe non proprio quelle giuste e scende le scale di corsa.

Ti chiameremo, dice Giulia. O tu chiamaci. Siamo ormai parenti, non cè via duscita.

Ginevra annuisce, ti abbraccia.

Lappartamento è quasi vuoto. I mobili sono sobri, scatole lungo il muro, sul davanzale solo una tazza. Ginevra mette un cucchiaino, lo riempie dacqua bollente, apre la finestra. Una brezza fresca entra, qualcosa di nuovo.

Mattia è sdraiato sul pavimento, disegna un cielo con un pennarello verde.

Perché non è azzurro? chiede.

Perché la primavera sarà verde, risponde. E la primavera è verde.

Ginevra lo osserva mentre muove la mano sul foglio, poi gli aggiusta il colletto.

Andiamo a comprare del pane più tardi?

Sì! E dei mandarini, ma con le foglioline!

Sorride.

Fuori passa il tram, qualcuno ride nella piazza. La luce cade sul pavimento. In quella luce cè tutto: dolore, perdono, e la promessa di un nuovo inizio.

Ginevra si siede accanto a lei. Solo sedersi. Per la prima volta, senza paura.

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