Luca è stato cacciato. Ancora. La terza volta nella sua breve vita. Non è mai stato fortunato.

Vincenzino venne cacciato. Ancora. La terza volta nella sua breve esistenza. Il destino non gli sorrise mai.

A malapena un anno di vita e già tre famiglie lo allontanarono. Lo passarono di mano in mano, finché

Poi lo portarono fuori, un po più in là dalla casa, lo gettarono in un grande cassonetto e fuggirono, così che non potesse più ritrovare la via di casa. E lui non cercò affatto.

Capì subito, dal solo sguardo sul volto di quelluomo. La moglie di Marco, Giulia, si rattristò quando Vincenzino graffiò il nuovo divano di pelle, costoso come un tesoro. Lei diede il verdetto. E luomo? Luomo era sempre daccordo con tutto.

Sotto il braccio, prese il gattino di un anno, lo chiamò Micio, e si diresse verso il cassonetto del cortile vicino. Vincenzino non lo inseguì. Non corse. Nei suoi occhi cera il giudizio, e lui lo capì.

Era vano. Non poté salutare come farebbe un uomo, né accarezzarlo in addio, né chiedere scusa. Qualcosa di irreale avvenne, come se un secchio di spazzatura fosse stato rovesciato.

Vincenzino sospirò e provò a scovare nel immondizio qualcosa di commestibile, rosicchiando i vecchi pezzi di pollo. Si rialzò, si sedette accanto a un grande serbatoio verde, e guardò il sole.

Strizzò gli occhi, ma non distolse lo sguardo. Dal grande cerchio luminoso scaturiva un calore che lo avvolgeva, e gli piaceva moltissimo.

Furono gli ultimi raggi di sole, quelli dellestate, dellautunno, dellinverno; un breve riscaldamento. Un briciolo di ghiaccio si sciolse.

Ma dentro Vincenzino il freddo rimase.

La sera e la notte furono gelide, dopo il tramonto. Il vento e il gelo presero il loro posto.

Il gattino rosso gelava. Non sapeva dove nascondersi, così trovò una grande pila di foglie secche, rossastre, e vi si accoccolò formando una palla. Allinizio tremava dal freddo, poi

Quando il vento, con la sua brina gelata, indurì il suo mantello rossiccio, per qualche strano motivo sentì un calorino diffondersi e il tremore scomparve. Una voce sussurrò parole gentili dal profondo, cullandolo, invitandolo a chiudere gli occhi e dimenticare tutte le sventure.

Arrotolati ancora, e dormi. Dormi, dormi, dormi. Sentiva il calore espandersi lungo il suo corpo indurito.

Era semplice. Bastava arrendersi, e tutto sarebbe passato. Il riposo e leternità sarebbero arrivati, le offese e le pene svanirebbero.

Vincenzino fece lultimo sospiro e acconsentì. Perché lottare? Per che cosa?

Domani lo attendeva lo stesso freddo e la stessa fame, lo stesso desiderio di chiudere gli occhi per non aprirli più.

I lampioni della via si accenderono in lontananza. Vincenzino lanciò loro un ultimo sguardo. Spesso osservava quella luce dal suo finestrino. Il gattino rosso, per lultima volta, inghiottì quella luce e i suoi occhi scintillarono nella tenebra che si spegneva.

Quel piccolo fuoco attirò lattenzione di una bambina dai capelli rosso fuoco, nome Fiorenza, che tornava a casa con il papà. Lei strappò la manica di Marco.

Lì disse lì, tra le foglie, cè qualcosa.

Non cè nessuno ringhiò il papà, tremando per il freddo. Andiamo più in fretta, ho freddo.

Cercò di allontanare Fiorenza dalla grande massa scura di foglie. La bambina la tirò su per la spalla.

Lho vista. Ho visto la luce.

Luce tra la pila di foglie vecchie? sbuffò il papà. Non può essere. È impossibile.

Ma Fiorenza era già vicina; strappò lo strato superiore e scoprì il gattino rosso.

Papà! gridò.

Lho vista. È lui.

Chi è? si chiedé il papà, avvicinandosi.

Eccolo. disse la bambina, tentando di sollevare il corpo gelido.

Lascialo ordinò il papà.

È già morto. Non possiamo portare a casa un gatto morto.

Non è morto ribatté Fiorenza. Lo so, lo so. È vivo, lho vista la luce nei suoi occhi.

Luce negli occhi di un gatto? scrollò le spalle il papà.

Si avvicinò ancora, sollevò il corpo, cercò di sentire o toccare un battito.

E Vincenzino desiderava soltanto dormire. Il sonno gli avvolse le palpebre, il calore riempì il suo corpo, e una voce interiore sussurrò:

Dormi, dormi, dormi Non aprire gli occhi.

Quel sussurro, una voce bassa e infantile, continuava a ripetere, ostinata.

Luce nei suoi occhi.

Cosa vogliono da me? Perché mi tormentano ancora? Perché non mi lasciano addormentare in pace?

A malapena aprì gli occhi per vedere chi lo disturbava.

Ecco! esclamò la voce bambina. Ecco! Lho detto. Hai visto? Ancora. La luce!

Che luce?

Sorpreso, rimosse la giacca, avvolse il corpo rosso, e si diresse verso la casa.

La figlia corse al suo fianco, lo seguiva in fretta.

Papà, per favore, più veloce. Ha freddo.

Scomparvero nel cortile, poi al quinto piano le finestre si accesero di nuovo.

Vincenzino fu avvolto da acqua tiepida e da latte scaldato. La bambina lo implorò.

Non morire. Non morire, ti prego.

Il ghiaccio sul suo pelo si sciolse, e anche il gelo del suo cuore si dissolse.

Il grande gatto rosso osservava, stupito, mentre il papà e la figlia lo curavano. Ora era sveglio e sentiva davvero il calore.

Il calore pervadeva tutta la sua essenza, non era quello dei termosifoni, ma quello di un piccolo cuore infantile.

Fuori, una figura silenziosa, luomo che talvolta appare in soccorso, osservava le finestre illuminate al quinto piano.

Rimase lì, a parlare.

Tutto quello che posso. Tutto quello che posso.

Rifletté un attimo, poi aggiunse.

La luce non tutti la vedono. Non tutti. E non tutti chi la vede può conservarla.

Vincenzino, guardando Fiorenza, non pensava alla grandezza delluomo. Quei pensieri appartengono alle persone. Lui pensava al proprio desiderio.

Vedeva la luce. La luce nei suoi occhi.

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