Al funerale di mio marito, un uomo dal volto argentato si avvicinò e sussurrò: «Ora siamo liberi». Era l’uomo che amavo a vent’anni, ma il destino ci aveva separati.

La terra odora di lutto e umidità. Ogni granello gettato sul coperchio di una bara risuona con un colpo sordo sotto le costole.

Cinquantanni. Unintera vita trascorsa con Domenico. Una vita colma di rispetto silenzioso, di abitudini che si trasformano in tenerezza.

Non piango. Le lacrime si sono asciugate ieri notte, mentre ero al suo capezzale a stringere la sua mano fredda, ascoltando il suo respiro diventare sempre più raro, finché non si spegne del tutto.

Attraverso un velo scuro scorgo i volti compassionevoli di parenti e amici. Parole vuote, abbracci di circostanza. I miei figli, Alessandro e Francesca, mi tengono per le braccia, ma quasi non sento il loro contatto.

E allora appare lui. Canuto, con profonde rughe agli occhi, ma con la stessa schiena eretta che ricordo. Si avvicina al mio orecchio, e il suo sussurro, familiare fino al tremore, trafigge il velo del dolore.

Loredana. Ora siamo liberi.

Per un attimo smetto di respirare. Lodore del suo aftershave sandalo e qualcosa di conifero, boschivo colpisce le mie tempie.

In quel profumo si mescolano tutto: arroganza e dolore, passato e presente fuori luogo. Alzo gli occhi. Andrea. Il mio Andrea.

Il mondo ondeggia. Il denso odore di incenso si trasforma in fragranza di fieno e pioggia destate. Sento di nuovo ventanni.

Corriamo, mano nella mano. La sua mano è calda, forte. Il vento scompiglia i miei capelli, e la sua risata si perde nel canto dei grilli. Fugiamo da casa mia, dal futuro disegnato per i prossimi anni.

Quel Siciliano non è per te! ruggisce la voce di mio padre, Costante Mattei. Non ha un centesimo in tasca, né posizione nella società!

Mia madre, Sofia Antonietta, stringe le mani, guardandomi con rimprovero.

Riflettici, Loredana! Ti distruggerà.

Ricordo la mia risposta, quieta ma ferma come lacciaio.

Il mio disonore è vivere senza amore. La vostra onorevole gabbia è solo una prigione.

La troviamo per caso: una baita del guardaboschi abbandonata, incassata nella terra fino alle finestre. Diventa il nostro mondo.

Sei mesi. Centottantatré giorni di felicità assoluta e disperata. Tagliamo legna, portiamo acqua dal pozzo, leggiamo alla luce di una lampada a petrolio lo stesso libro, a due voci. È difficile, affamati, freddi.

Ma respiriamo lo stesso aria.

Una notte dinverno Alessandro si ammalò gravemente.

Giaceva in delirio, caldo come un forno. Lo do in infusioni di erbe amare, cambio le impacchiature ghiacciate sulla fronte e prego tutti gli dei che conosco.

In quel momento, fissando il suo volto spossato, capisco che è la vita che ho scelto.

Ci trovano in primavera, quando i bucaneve spuntano tra la neve sciolta.

Nessun urlo. Nessuna lotta. Solo tre uomini imbronciati in lunghi cappotti e mio padre.

Il gioco è finito, Loredana, dice, come se parlasse di una partita a scacchi persa.

Andrea è trattenuto da due uomini. Non si contorce, non grida. Mi guarda. Nei suoi occhi cè così tanto dolore che quasi mi soffoco. Uno sguardo che promette: «Ti troverò».

Mi portano via. Il vivace, verde foresta cede il passo a stanze polverose e sbiadite della casa di famiglia, impregnate di naftalina e speranze infrante.

Il silenzio diventa la punizione principale. Nessuno alza la voce su di me. Sembro un mobile, un oggetto che presto verrà spostato.

Un mese dopo, mio padre entra nella mia stanza. Non mi guarda, lo sguardo è fisso su una finestra.

Sabato arriverà il signor Marco Arsenio con il figlio. Preparati.

Non rispondo. Che senso ha?

Marco Arsenio è lopposto di Andrea. Calmo, taciturno, con occhi gentili ma stanchi.

Parla di libri, del suo studio di ingegneria, dei progetti per il futuro. In quei piani non cè spazio per follie o fughe.

Il nostro matrimonio avviene in autunno. Indosso un abito bianco come un sudario e dico sì meccanicamente. Mio padre è soddisfatto. Ha ottenuto lo suocero ideale, la coppia giusta.

I primi anni con Marco sono una nebbia densa. Vito, pulisco, preparo, lo aspetto al ritorno dal lavoro. Non chiede nulla. È paziente.

Talvolta, di notte, mentre crede che io dorma, sento il suo sguardo. Non cè passione, ma una compassione infinita, profonda. Quel sentimento mi pesa più dellira di mio padre.

Un giorno mi porta un rametto di lillà. Entra nella stanza e me lo porge.

Fuori è primavera, sussurra.

Prendo i fiori e il loro profumo amarognolo riempie la stanza. Quella sera piango per la prima volta in mesi.

Marco si siede accanto, senza abbracciarmi, senza consolarmi. È semplicemente lì. Il suo sostegno silenzioso pesa più di mille parole.

La vita procede. Nasce un figlio, Alessandro, poi una figlia, Francesca. I bambini riempiono la casa di senso. Guardo le loro piccole dita, i loro sorrisi, e il ghiaccio nel mio cuore inizia a sciogliersi.

Imparo ad apprezzare Marco: la sua affidabilità, la sua forza tranquilla, la sua bontà. Diventa amico, sostegno, amore. Non lamore ardente di una prima fiamma, ma quello calmo, maturo, conquistato.

Ma Andrea non se ne va. Continua a comparire nei sogni. Corriamo ancora nei campi, viviamo ancora nella nostra baita.

Mi sveglio con le guance bagnate di lacrime; Marco, senza dire nulla, stringe più forte la mia mano. Sa tutto. Perde tutto.

Scrivo ad Andrea. Decine di lettere che non invio. Le brucio nel camino, guardando le fiamme divorare parole destinate a un altro.

Lo cerco? Cerco di conoscerlo? No. Ho paura di distruggere quel fragile mondo che ho costruito. Ho paura di scoprire che lui lha dimenticato, che si è sposato, che ha una vita.

La paura supera la speranza.

E ora è qui, alle esequie del mio marito. Il tempo ha cancellato i lineamenti giovanili del suo volto, ma non gli occhi, ancora penetranti.

Il rito funebre avviene in un torpore. Accetto i condoglianze meccanicamente, annuisco, rispondo a caso. Ogni fibra di me è tesa come una corda; sento la sua presenza alle mie spalle.

Quando tutti se ne vanno, lui resta. È fermo alla finestra, a guardare il giardino che si scurisce.

Ti cercavo, Loredana, dice, la voce più bassa, rauca.

Ti ho scritto. Ogni mese. Per cinque anni. Tuo padre ha restituito tutte le lettere non aperte.

Si gira verso di me.

Poi ho scoperto che ti sei sposata.

Laria nella stanza diventa densa, pesante. Ogni parola di Andrea si posa come polvere sul ritratto di Marco, appoggiato al camino. Cinque anni. Sessanta lettere che avrebbero potuto cambiare tutto.

Mio padre inizio, ma mi interrompo. Cosa posso dire? Che ha rovinato non una, ma due vite, agendo per i migliori motivi?

È venuto da me una settimana dopo che ci hanno separati. Ha imposto una condizione: io parto dal paese, per sempre, e non ti cerco più.

In cambio non mi ha denunciato per Andrea sorride storto, per rapimento della figlia. Una sciocchezza, ma a ventanni mi ha spaventato. Non per me. Per te.

Ascolto, e nella mia mente compare la scena: mio padre, Costante Mattei, con il mento marcato e lo sguardo autoritario, e il ventenne Andrea, confuso, umiliato, ma che cerca di mantenere la dignità.

Sono andato al Nord. Lavoro nella geologia. Le comunicazioni erano quasi inesistenti, le lettere arrivavano a mesi di distanza. Pensavo di fuggire da tutto. Non si fugge da sé. Si passa una mano fra i capelli grigi. Scrivevo allindirizzo di tua zia.

Pensavo fosse più sicuro. Il padre aveva previsto anche questo. Non potevo tornare le spedizioni durano due o tre anni. Quando torno, dopo cinque, è troppo tardi.

La casa dove ho vissuto cinquantanni con Marco diventa improvvisamente estranea. Le pareti impregnante della nostra vita osservano in silenzio. Ecco la poltrona dove Marco leggeva la sera. Ecco il tavolino dove giocavamo a scacchi. Tutto è reale, caldo, mio. E ora un fantasma del passato irrompe, scuote tutto.

E tu? chiedo, timorosa.

Io? Ho vissuto, Loredana. Ho lavorato, vagato nella taiga. Cercavo di dimenticare. Non ci riuscivo. Poi ho incontrato una donna. Buona, semplice. Medico alla nostra spedizione. Ci siamo sposati. Abbiamo due figli, Pietro e Alessio.

Lo dice senza fronzoli. Quella semplicità mi trafigge più di tutto. Il sogno in cui era sempre solo, ad aspettarmi, si frantuma in mille schegge.

Vive. Ha una famiglia. Una vita in cui non ho posto.

Prova una strana, inopportuna gelosia. Gelosia per un passato che non ho mai avuto.

Si chiamava Katia. È morta sette anni fa, malattia. Non guarda me, ma il muro. I figli sono adulti, sparsi. Sono tornato in città un anno fa.

Un intero anno? ributto. Perché

Che dovevo fare, Loredana? mi fissa. Venire qui, nella tua casa?

Lho visto più volte. Al parco, al teatro. Tu cammini mano nella mano con il marito, parlate sottovoce. Sembri serena, tranquilla. Non ho diritto a distruggere questo.

Perché sei venuto oggi, Andrea? interrompo. Devo sapere. Perché infrangere il mio mondo, appena si sta ricostruendo?

Ho visto l necrologio. Il cognome di tuo marito mi ha colpito. Ho capito che dovevo venire. Non per chiedere nulla, ma per chiudere quella porta. O aprirla. Non lo so.

Fa un passo verso di me.

Loredana, non ti chiedo di dimenticare la tua vita. Vedo da questa casa, dalle foto, che sei felice.

E tuo marito ha il volto di un uomo buono. Voglio solo sapere se in te rimane ancora una brace del fuoco che ardeva nella baita.

Lo guardo, quelluomo canuto, stanco, quasi non più il giovanotto spericolato. Guardo il ritratto di Marco, il suo volto sereno, familiare.

Uno mi ha dato sei mesi di fuoco, per cui ho pagato tutta la vita. Laltro mi ha dato cinquantanni di calore, che ho imparato ad apprezzare troppo tardi.

Non lo so, rispondo onestamente. Non lo so, Andrea. So solo che oggi ho seppellito mio marito. E lho amato.

Lui annuisce, e nei suoi occhi cè comprensione. Non rabbia, ma vero capire.

Lo so. Scusa. Tornerò tra quaranta giorni, se me lo permetti.

Se ne va. Il suono della porta che si chiude non porta sollievo. Al contrario, la casa, vuota dopo i funerali, si riempie di domande rimbombanti.

Quarant giorni. Nella tradizione ortodossa quel periodo serve allanima per congedarsi dal mondo terreno. Per me quei giorni servono a fare i conti con i mondi dentro di me.

La prima settimana smonto le cose di Marco. È una tortura e una cura insieme.

Ecco il suo maglione, ancora intriso di quel lieve odore di tabacco. Ecco gli occhiali sul tavolo da lavoro, accanto al libro mai finito. Ogni oggetto grida di lui, della nostra vita lenta e ordinata.

Nel cassetto della sua scrivania trovo una vecchia scrignola. Dentro non ci sono documenti né premi. Ci sono i miei fiori secchi, il biglietto del cinema del nostro primo appuntamento e una fotografia sbiadita, con me a ventun anni.

Fisso lobiettivo, serio, quasi ostile. Nessun accenno di sorriso. Ha custodito quella foto per cinquantanni. Mi ha tenuta, quella che ha ottenuto, non quella che aveva sognato. In quelladorazione silenziosa cè più amore di quanto contengano le più appassionate promesse.

I giorni passano. I figli chiamano, visitano, portano provviste. Mi circondano con affetto, ma la loro presenza accentua il senso di colpa.

Un pomeriggio Francesca mi abbraccia e dice:

Mamma, sappiamo quanto è difficile per te. Papà ti amava tanto. Diceva sempre che sei il tesoro più prezioso della sua vita.

Le sue parole mi stringono il cuore. Continuo a tradire la memoria di Marco con ogni ricordo di Andrea.

Non dormo più. Di notte mi siedo sulla sedia a guardare il giardino buio. Due immagini si stagliano davanti a me: la passione ardente della gioventù, e il fiume calmo della maturità. È possibile confrontarli? Scegliere? È come scegliere tra sole e aria. Entrambi sono vita.

Capisco che Andrea sbagliava il punto cruciale. Mi chiedeva un tizzone dal fuoco. Sì, ne resta ancora uno.

Ma in cinquantanni Marco ha costruito attorno a quel tizzone una casa calda, sicura. Quella casa è parte di me. Distruggerla significherebbe distruggere me stessa.

Il quarantesimo giorno mi sveglio con la certezza di aver fatto la cosa giusta. Preparo le frittelle per i defunti, come mi ha insegnato la madre. Piazza la foto di Marco sul tavolo. Non so se Andrea verrà, non so cosa dirò.

Dopo pranzo esMentre il tramonto dipingeva il giardino doro, chiusi gli occhi, respirai a fondo e, per la prima volta da tanto, sentii il cuore battere in perfetta armonia con il silenzio della mia casa.

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Al funerale di mio marito, un uomo dal volto argentato si avvicinò e sussurrò: «Ora siamo liberi». Era l’uomo che amavo a vent’anni, ma il destino ci aveva separati.