«Mia moglie è di legno, ho già trovato un acquirente per il suo appartamento», – ridacchiò il marito al telefonoIl proprietario dell’edificio, ignaro della macabra ironia, gli consegnò le chiavi con un sorriso forzato.

No, Sergio, e che farà? La mia moglie è di legno, le gira locchio a tutto. Non ti preoccupare, lacquirente per il suo appartamento lho già trovato.

Rimango immobile nel corridoio, due sacchetti pieni in entrambe le mani. Le chiavi tintinnano ancora nella serratura non ho ancora chiuso la porta alle spalle. Nei sacchi ci sono patate, cipolle, cosciotti di pollo, farro in offerta e tre yogurt per Costantinosolo alla frutta, senza zucchero. Già mi immagino se riuscirò a scongelare la carne o se la butto di nuovo in padella come un blocco di ghiaccio, finendo per cuocerla al vapore invece che al rosolato.

Vincenzo sta con le spalle alla porta, con il cellulare premuto allorecchio, mescolando qualcosa nella sua tazzinacaffè istantaneo con tre cucchiaini di zucchero. Non lava mai i piatti.

Non se ne accorgerà affatto, continua, facendo un sorso dalla tazzina. Ti dico documenti per il trasferimento, firmi. Lei mi crede. Di legno. Senza emozioni, senza carattere. La domestica la fornisco io, gratis.

Scoppia a ridere. Riconosco quella risatala stessa con cui scherzava con gli amici nel garage mentre io lavavo i piatti dopo le loro serate. Così rideva quando Costantino da bambino cadeva dalla bicicletta, io correvo con la crema verde e Vincenzo rimaneva lì a dire: E allora, che fai, come una gallina, alzati da solo.

Nel mio orecchio il rumore sale come una pressione dacqua. Le dita serrano le maniglie dei sacchi, il cellophane si incide nei palmi fino a formare strisce bianche. Posso a poco a poco appoggiare la spesa sul pavimento. Estraggo il cellulare e avvio il registratore.

Dalla cucina si sente il brusioVincenzo sta già discutendo con Sergio di ami da pesca e della gita al lago di Como per domani. È sempre così: prima sputacchia veleno, poi passa alle chiacchiere leggere, come se nulla fosse successo, come se io fossi davvero di legno.

Avvicino il telefono alla fessura della porta socchiusa e resto lì, in attesa che finiscano di salutare Sergio e di promettere concluderò laffare la prossima settimana.

Poi Vincenzo riaggancia, sbuffa e si dirige a passi sordi verso il frigorifero. Spengo la registrazione, ripongo il cellulare in tasca, afferro i sacchi e scivolo silenziosa oltre la cucina, entrando nella stanza. Chiudo la porta, mi appoggio con la schiena alla soglia.

Sotto la bocca sento un fuoco freddovorrei urlare o ululare come un cane. Ventiquattro anni di matrimonio. Costantino, la scuola, luniversità, i suoi mutui che ho pagato con il mio stipendio extra. Sua madre che portavo in ospedale tre volte a settimana fino alla sua morte. Le sue calze, le polpette, leterno Amore, dove è la mia camicia azzurra?. E ora sono di legno. E lacquirente è già pronto.

Mi siedo sul letto, fisso le mani. Su di esse è incrostata la polvere di farro. Guardo lanello nuzialesottile, consumato. Me lha regalato quando abitavamo in un dormitorio e mangiavamo spaghetti col ketchup. Vorrei strapparlo e lanciarlo fuori dalla finestra, ma non lo faccio. Respiro a fondo, come mi insegnava la mamma: Livia, se ti offendono conta fino a dieci e poi decidi cosa fare.

Conto fino a venti. Poi mi alzo, mi lavo il viso con acqua ghiacciata e tiro fuori dal cassetto un vecchio taccuino. Trovo il numero del Comunecercavo il modulo per bloccare le pratiche sullappartamento, lavevo compilato quando avevo richiesto la pensione di invalidità per mia madre.

Al cellulare suona una voce femminile che spiega che il blocco delle operazioni di registrazione si può fare online, ma è meglio presentarsi di persona. Dico che vengo subito, adesso.

Sono le tre. Vincenzo frulla in cucinaprobabilmente sta facendo una frittata. Esco nel corridoio, indosso il cappotto.

Dove vai? chiede, senza voltarsi, mentre la padella sfrigola.

A comprare il pane. Per cena non cè nemmeno una briciola.

Ah, e prendi anche le sigarette per me.

Scendo. Lascensore vibra. Non è per la paura, è la consapevolezza di quello che sto facendo. Ventiquattro anni non ho mai agito senza il suo consenso. Anche il colore delle pareti lo sceglievamo insieme, e poi lui diceva: Il beige è noioso, doveva essere verde. E io tacevo.

AllUfficio Anagrafe è deserto. Una impiegata alla finestra fissa i documenti.

È sicura di voler bloccare tutto? Senza la sua presenza personale nessuno, nemmeno con delega, potrà vendere, regalare o scambiare lappartamento.

Sicura.

Lei digita sulla tastiera. Quindici minuti dopo esco in strada con il foglio. Lo infilo nella tasca interna del cappotto, accanto al cellulare con la registrazione.

Ritorno a casa con una pagnotta e una bustina delle sue sigarette preferite. Vincenzo è sul divano, davanti a un film dazione. Passo in cucina, accendo il bollitore. Sulla padella restano i residui bruciati della frittata. Li lavo, per abitudine.

Verso le sette suona il campanello. Vincenzo si alza, strappando la maglietta.

Ah, è per me. Livia, metti il bollitore, sta per arrivare una brava persona.

Annuisco.

Nel corridoio entra un uomo di circa cinquanta anni, in cappotto elegante, con la valigetta. Vincenzo si agita, sorride.

Le presento Orazio Bianchi, agente immobiliare. Riguardo allappartamento, abbiamo una questione da risolvere.

Esco dalla cucina, asciugandomi le mani con lasciugamano. Guardo Vincenzoil suo viso compiaciuto.

Vincenzo, ricordi che stamattina parlavi con Sergio?

Si blocca. Il sorriso scivola via, come una carta da parati male incollata.

Cosa? Beh era una cosa, ma?

Mi hai chiamato moglie di legno e hai detto di aver trovato un acquirente per il mio appartamento, che non avrei saputo nulla.

Il silenzio cala. Lagente si sposta da un piede allaltro. Vincenzo prima impallidisce, poi le guance si colorano di macchie irregolari.

Che stai dicendo, Livia? comincia, ma alzo la mano.

Basta. Ho sentito tutto. Ecco.

Estraggo il cellulare e riproduco la registrazione. La sua voce riempie la stanza: «La moglie è di legno ho già trovato lacquirente lei mi crede la domestica è gratis»

Lagente fa un passo indietro verso la porta.

Signor Bianchi, non le avevo detto che ci sono delle complicazioni.

Vincenzo mi fissa come se fossi unestranea.

Hai registrato? Mi spiavi? ringhia.

Stavo fuori dalla porta con le spese che ho comprato con il mio stipendio, per far mangiare a te, a Costantino e alla sua ragazza. E tu, nel frattempo, compravi la mia casa. La mia, Vincenzo. Non la nostra. La casa di mia madre.

Fa un passo verso di me, ma io continuo con calma:

Inoltre, stamattina sono andata allUfficio Anagrafe e ho bloccato qualsiasi operazione sullappartamento senza la mia presenza. Quindi il tuo acquirente, indico Orazio, può cercare altrove. Questo appartamento non si vende più.

Lagente si ritira.

Credo che me ne andrò. Signor Bianchi, sentiamoci. Scusi.

Scappa dalla porta.

Rimaniamo soli. Vincenzo sta al centro della stanza, annega aria con la bocca, come un pesce sulla riva.

Che cosa hai combinato? Hai distrutto tutto! Avevamo dei piani!

Tu avevi dei piani. Io avevo fede. E tu lhai bruciata oggi. Mi hai chiamato di legno. Il legno brucia, Vincenzo, e io sono andata in fiamme.

Si siede sul divano, avvolge la testa con le braccia.

Livia, scusa. È andata male. Non volevo. È stato Sergio a spingermi

Sergio, sorrido amaramente. Sempre qualcun altro è la colpa. Non tu, che per ventiquattro anni hai vissuto a mie spese, bevuto il mio tè, dormito sui miei lenzuoli e mi considerato un elemento darredo.

Tolgo lanello, lo poso sul tavolino.

Domani avvio la procedura di divorzio. Lappartamento resterà mioè leredità di mia madre, non hai alcun diritto. Raccoglierai le cose entro una settimana. Spiegherò a Costantino, è già adulto.

Livia

Non serve. Non immagini quanto sia leggera ora. Per la prima volta da anni non penso a che cena preparare. So solo che ho una casa e che sono io stessa.

Entro nella camera da letto, chiudo la porta. Il cellulare vibraun messaggio di unamica: «Come è andata la giornata?»

Rispondo: «Perfetta. Non sono più di legno».

Al mattino mi sveglio alle sette. Invece di correre a mettere il bollitore per Vincenzo, mi stendo, prendo il vestito da casa e preparo il caffè per me stessa. Macinato, con una spolverata di cannella. Vincenzo beve solo caffè istantaneo. Io, invece, adoro il caffè in grani.

Vincenzo esce dalla stanza con la faccia stanca, osserva la caffettiera turca che tengo in mano.

E a me?

A te, Vincenzo, tocca trovare una nuova domestica. I legni a volte si animano.

Prendo un sorso. Il caffè è rovente, le mani ancora tremano e la tazza colpisce i denti. È il caffè più buono della mia vita, perché lho preparato solo per me.

Bussa alla porta. Metto giù la tazza e apro. Sulla soglia è di nuovo Orazio Bianchi, senza valigetta, con lo stesso cappotto, ma con unaria smarrita.

Mi scusi per lorario, è proprio per questo che sono qui. Suo marito ieri ha detto che lappartamento è suo, ma non lo sapevo Vorrei offrirle i miei servizi, come proprietaria. Se decide di vendere o comprare, la aiuterò. Sincero. Senza trucchi.

Resto immobile, lo guardo. Dalla cucina appare Vincenzo, il viso contorto.

Che fai qui? ringhia.

Lavoro, risponde Orazio con calma. Ho ora un nuovo cliente.

Mi porge il biglietto da visita. Lo giro tra le dita, poi guardo Vincenzo, la sua frustrazione, e Orazio con il sorriso da professionista.

Sa, signor Bianchi, ci penserò. Ma non oggi. Oggi ho in programma di prendere un gatto. E forse una nuova padella.

Lui annuisce, si congeda e se ne va. Vincenzo borbotta e scompare nella stanza. Io chiudo la porta, mi appoggio con la schiena e rido, a malapena udibile. Per la prima volta in anni rido al mattino nella mia stessa hall.

Finisco il caffè sorridendo, pensando al nome del gatto: Marta, in onore di quella che viveva con noi da bambina, prima che papà la regalasse ai vicinipelo dappertutto. Ora avrò la mia Marta, e nessuno potrà più dire che il pelo è un problema.

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