Nascondendosi nell’armadio, al ritorno del figlio, Vera rimane immobile ascoltando la sua conversazione telefonicaIl tono freddo della voce del ragazzo rivelò un segreto che avrebbe cambiato per sempre le loro vite.

Ciao, ti racconto un po quello che è successo a casa nostra, così come lho vissuto io, Veronica, in questi ultimi mesi. Ascoltami, è un po come una chiacchierata al telefono, ma più tranquilla.

Sono riuscita a infilarmi dietro la porta della dispensa in un batter docchio, proprio un attimo prima che la serratura si girasse. Mi sono appoggiata alla mensola con le conserve, ho afferrato la maniglia dallinterno e lho tirata su così da lasciare una fessura larga quanto il mio dito, non di più. Respiravo a fatica, con la voce rotta, e ho tappato la bocca con la mano, perché nel corridoio regnava un silenzio assordante: un singolo rumore sarebbe stato uneco nella casa.

La porta dingresso si è spalancata. Luca, il nostro nipote, è balzato dentro, ha tossito, ha fatto il primo passo nel vestibolo. Io, attraverso quella stretta fessura, ho visto le sue mani: due sacchetti di plastica pieni di generi alimentari, le impugnature di corda incastrate nelle dita.

Mamma! ha chiamato. Sei a casa?

Ho stretto la mano ancora più forte contro la parete.

***

Prima di tutti questi avvenimenti Veronica era sola da ormai cinque anni. Quando Koleslav è andato via allimprovviso come spesso succede a chi non riesce a parlare del proprio dolore il suo cuore ha ceduto, e tutto è finito in un colpo.

Il primo anno senza di lui è stato il più duro: non era il dolore a spezzarla, lei riusciva a reggersi, ma il silenzio nella casa la portava al limite. Koleslav rideva davanti alla TV così forte che, in cucina, si sentivano ogni sua parola. In bagno cantava senza pudore, strimpellava sia le parole che le melodie, e non si vergognava affatto. Ora, con la porta del bagno chiusa, lunico suono è il ruggito di una tubatura, e quel ruggito sembra un boato per Veronica.

La figlia Livia è arrivata da Bologna nei primi giorni. Ha vissuto due settimane qui: puliva, cucinava, la sera si accoccolava sul mio letto e stava semplicemente lì, senza chiedere parole. È stato un vero conforto.

Il figlio, invece, non è mai tornato, né allora né dopo. Marco non cè più da undici anni, e io da tempo ho smesso di spiegare a voce il perché, anche se dentro continuo a girare la storia come un disco graffiato.

La storia della sua scomparsa è stata dolorosa e contorta, come quando la verità resta sepolta sotto il tappeto per troppo tempo. Marco era fin da piccolo difficile: impulsivo, irascibile, con capricci per ogni cosa. A scuola andava a malapena, al sesto anno è rimasto indietro e lo ha tirato fuori con tre, quattro, cinque. Sua sorella Sofia era il suo opposto totale: tranquilla, modello, portava a casa solo cinque.

Marco odiava sua sorella, respingeva le critiche, e Koleslav a volte perdeva la pazienza, anche se cercava di trattenersi.

Quando Marco ha compiuto diciannove anni, Koleslav lo ha mandato a passare lestate da sua madre, la nonna Claudia, in un borgo vicino a Rieti, pensando: Che faccia un po di lavoro manuale, respiri laria di campagna, si liberi dalla pigrizia cittadina.

Claudia era una donna schietta, senza peli sulla lingua, e non credeva di dover trattenere le parole. Quando Marco ha combinato qualcosa in giardino, gli ha detto al volo:

E allora, che ti aspetti, giovanotto?

Marco è tornato a Roma lo stesso giorno. Ha posato la borsa nel corridoio, è andato in cucina, si è seduto e ha chiesto a bassa voce, quasi senza tono:

È vero?

Koleslav ha guardato Marco, e Marco ha guardato me.

Da tempo volevamo dirglielo, ma rimandavamo sempre, convinti che non fosse ancora il momento, che doveva ancora crescere un po.

È vero, ho detto io. Ti abbiamo preso da piccolo quando avevi otto mesi. Hai pianto così forte da far vibrare tutta la stanza, ma quando ci hai visto, ti sei zittito e mi hai guardato fisso.

Allora gli dicevo a Koleslav: È nostro, non cè più nulla da fare.

Marco si è alzato e è andato nella sua stanza. Io e Koleslav siamo rimasti in cucina fino a mezzanotte a chiacchierare di tutto, tranne di quello, perché parlare di quello non sapevamo come fare.

Qualche giorno dopo Marco è sparito. Ha preso i soldi che noi e Koleslav gli avevamo messo da parte per la stanza del dormitorio, volevamo fare una sorpresa per lautunno. Ha organizzato la sua sorpresa per primo.

Koleslav ne parlava poco ad alta voce. La sera rimaneva a fissare fuori dalla finestra. Io vedevo che soffriva, ma non osavo chiedere: il suo modo di gestire il dolore era il silenzio, e lo rispettavo. Dopo qualche anno il suo cuore ha smesso di battere.

Marco è ricomparso allinizio di aprile. Ha bussato delicatamente, non ha suonato, solo bussato, come se non fosse sicuro che gli aprissero.

Ho aperto la porta e, per qualche secondo, sono rimasta lì a fissarlo: un uomo di trentanni, con la barba incolta, leggermente curvo, con una busta di mandarini in mano.

Mamma, ha detto. Scusami. Ho agito da stupido.

Con un tono da ragazzo di periferia.

Io non sapevo cosa fare.

Voglio rimediare, ha aggiunto. Se mi dai una possibilità.

Lho abbracciato proprio sulla soglia. Lui ha ricambiato, goffamente, con quel tipo di abbraccio che hanno chi non si è abbracciato per tutti questi anni e ha quasi dimenticato come si fa.

A cena ha raccontato di aver lavorato come cuoco in tutta Italia, da Napoli a Torino, iniziando da piccole rosticcerie, poi crescendo fino ai ristoranti. Cucina davvero bene.

Io lo guardavo mentre affettava una gallina con destrezza, e pensavo che la vita fosse davvero strana: una persona sparisce per undici anni e poi torna a farti le polpette.

È rimasto a vivere qui. Ha ripreso la sua vecchia stanza, ha sistemato le cose sugli scaffali, al mattino preparava polenta o uova strapazzate.

Ogni sera chiamavo Livia.

È tornato, dico, ha risposto Livia, ancora assonnata. E come sta?

Bene. Educato.

Cucina bene.

Mamma, sei sicura che vada tutto bene? Undici anni sono passati, dopotutto.

Livia, è mio figlio. Non sei una straniera.

Ho telefonato a parenti in tutta Italia, raccontando a tutti che Marco era tornato, che era a casa. La cugina di Bari urlava al telefono, dicendo che non cè fumo senza fuoco, che la gente non torna mai da così tanto tempo.

Io rispondevo che non serve a nessuno fare scenate, che tutto era a posto.

Due settimane dopo ho cominciato a sentirmi più stanca del solito. Il pomeriggio mi sentivo con la testa piena di cotone, la mattina tutto era annebbiato. Ho pensato fosse solo la primavera: carenza di vitamine, cali di pressione, età. A sessantanni la salute è una cosa inaffidabile, non cè molto da lamentarsi. Limportante è che mio figlio è qui.

Livia mi chiedeva la sera come andava la salute. Le dicevo che stavo bene, che mi stancavo un po, ma che sarebbe passato.

Forse andiamo dal dottore? mi proponeva.

No, non è che vada a correre in clinica per ogni stanchezza, sai? Ci vogliono due settimane per un appuntamento, poi passa da sola.

Il malessere non se ne andava. La nausea aumentava, a pranzo la testa diventava pesante. Prendevo vitamine, facevo il tè al rosa canina e cercavo di non rimanere ferma su un pensiero.

Quella notte mi sono svegliata molto presto, prima delle sei. Fuori cera un cielo grigio di aprile, nessuno per strada. Ho avuto la gola così secca che ho quasi soffocato, ho indossato le pantofole e sono andata in cucina per un bicchiere dacqua. Il corridoio era buio, ma conoscevo la casa a memoria, ogni svolta.

Non sono arrivata alla cucina prima di fermarmi.

Marco stava davanti al fornello. Una sola fiamma ardeva sotto una pentola di farina. Teneva in mano un sacchetto di plastica con una polvere sconosciuta e la versava lentamente nella pentola, poi mescolava con il cucchiaio.

Io mi sono ritirata indietro, sono corsa in camera, mi sono sdraiata sul letto e ho tirato su la coperta. Ho fissato il soffitto con gli occhi aperti. Dopo qualche minuto la porta della camera ha cigolato quando Marco è passato. Ho chiuso gli occhi, respirando piano, fingevo di dormire, sentivo il suo sguardo dalla soglia.

Ha atteso. Ha chiuso la porta.

Il portone dingresso è sbattuto. Sono aprendo gli occhi. Fuori stava nascendo il giorno. Ho cominciato a ricontare le date nella mente: quando è iniziata la nausea, quando è arrivata la stanchezza da piombo, quando Marco si è sistemato qui e ha iniziato a cucinare.

Contavo indietro e arrivavo proprio al giorno in cui lui si era trasferito. Mi sono alzata, ho preso il cappotto e sono corsa da Tamara al terzo piano, una vicina di casa pratica, che non perde tempo a parlare e sa risolvere le cose senza drammi. Stavo per indossare il cappotto nella hall, quando la serratura è girata. Non ho avuto il tempo di capire come sono finita di nuovo nella dispensa.

Attraverso la fessura ho visto Marco prendere il telefono e metterlo allorecchio.

Pronto. Sì, sono a casa. Pausa. No, la nonna è sparita, non cè traccia. Ha camminato per il corridoio. Non ti muovere, ti dico.

Mi rimaneva poco tempo, pensavo fosse solo carenza di vitamine o pressione. Sì, sì, capito. Ha sospirato. Se finisce così, svuotiamo lappartamento in fretta, è facile, e vengo da te.

Sopravviveremo!

Marco è rimasto fermo, senza muoversi, con la mano sul naso, guardando fuori dalla fessura.

Accidenti, ho dimenticato di andare in farmacia ha detto, irritato. Devo di nuovo fare un giro. Ha sbottato. Va bene, tornerò presto, aspetta.

La porta si è chiusa. I passi sono scomparsi sul pianerottolo.

Sono uscita dalla dispensa e mi sono fermata al centro dellingresso. Ho guardato il suo cappotto sullappendiabiti, le sue scarpe ai piedi, le chiavi del primo piano sullo scaffale. Il lucchetto inferiore era solo sulla mia chiave, non ne avevo fatti di riserva.

Ho impacchettato tutto in venti minuti: documenti, la tessera pensionistica, una piccola foto di Koleslav in una cornice.

Ho chiamato Livia.

Mamma, perché ti alzi così presto? ha sbadigliato al telefono.

Sto pensando, Livia. Prendo il treno e vengo da te. Mi manchi.

Vieni, certo. Quando?

Oggi.

Oggi?! Livia si è svegliata del tutto. E Marco? Che ne dice? Portalo, voglio rivedere il fratello.

Marco è via per lavoro, non è qui. Vado da sola.

Scrivi il numero del treno, ti aspetto.

Ho chiuso il telefono, ho preso le cose di Marco accumulate in un mese: qualche maglietta, il rasoio, un libro consumato, li ho messi nella sua valigia e ho chiuso la cerniera. Lho posata sul pianerottolo allingresso.

Ho preso un foglio e una penna, e ho scritto lentamente, in modo leggibile:

«Marco, ti amo, ti ho sempre amata e, a quanto pare, ti amerò ancora, anche se non lo meriti.
Per questo non andrò alla polizia. Ma non voglio più vederti.
Mai più. Mamma.»

Ho piegato il foglio e lho messo sopra la valigia, ho chiuso la porta con il lucchetto inferiore usando la mia chiave, lho riposta nella tasca del cappotto.

Sono salita al pullman per la stazione di Termini, poi ho preso la metropolitana e il treno per Bologna. Ho sceso in metropolitana, sono salita sul vagone e, invece di guardare le pubblicità sopra le porte, mi guardavo nello specchio scuro del finestrino.

Il treno è partito, ha iniziato a muoversi. Ho cambiato a Roma Termini, poi a Roma Tiburtina, il viaggio verso il centro di Bologna è stato breve. Alla stazione cera silenzio, solo il ronzio dei binari.

Ho comprato un biglietto per Firenze, per il treno diurnale, ho trovato un tavolino nella sala dattesa e mi sono seduta. Un uomo vicino stava gettando briciole di pane ai piccioni, che beccavano e si spostavano in giro.

Io pensavo a quanto dovrò raccontare a Livia. Non oggi, non appena arriverò, ma prima o poi. Livia è sveglia, capirà e non farà drammi inutili.

Pensare a Marco è difficile, non riesco a fermarmi. È un pensiero che mi tormenta.

Livia mi ha incontrata al binario di Firenze, è corsa da me, mi ha abbracciato forte, prima ancora di dire una parola. Io mi sono appoggiata al suo braccio e ho chiuso gli occhi.

Mamma, cosè successo? ha sussurrato.

Te lo dirò più tardi, le ho risposto. Prima torniamo a casa.

Abbiamo camminato insieme verso luscita, Livia portava la mia valigia. Il sole del mattino filtrava dolcemente.

Camminavo pensando alle scorte nella dispensa di Roma, dove sopra al ripiano più alto cè ancora un barattolo di marmellata di ciliegie, messo da unestate passata, mai aperto. Lo lascio lì. Il conforto non è nella marmellata,E così, con il cuore più leggero, ho chiuso la porta della vecchia casa, sapendo che il futuro mi attendeva, pieno di nuove speranze.

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