— Mamma, e se lasciassimo che la nonna si perdesse? Così starebbe meglio tutti — disse con sfida Martina.

15 aprile 2026 Diario di Marco Bianchi

Mamma, fino a che punto vuoi andare? Vuoi che tutta la nostra vita sia un ricordo di lei? rispose, con tono ferito, la quindicenne Alessia.

Non per tutta la vita, ma finché la nonna Rosa vive con noi. Se esce per strada potrebbe perdersi e

morire dietro al cancello, e noi vivremo con il peso del senso di colpa. Mamma, e se lasciassimo che succeda? chiese ancora Alessia, provocando il padre.

Che intendi? chiese Maria, confusa.

Che la lasci vada e si perda. Tu stessa hai detto che ti sei stancata di farle la spesa.

Come puoi dirlo? È la suocera, non è una parente di sangue, ma per te è la nonna.

Nonna? Alessia strinse gli occhi, come faceva ogni volta che la rabbia la sopraffaceva. Dove era quando il suo figlio ci ha abbandonato? Quando si rifiutava di stare con me? Non ti ha risparmiato quando ho dovuto accettare qualsiasi lavoro per guadagnare qualche centesimo E ti ha rimproverata perché il marito è andato via

Basta! scoppiò Maria. Ti ho raccontato tutto per niente. sospirò, guardandomi. Ti ho cresciuta male; ti manca la pietà per il prossimo, per la famiglia. Ho paura che quando invecchierò mi tratterai allo stesso modo. Che fine farà? Sei sempre stata una ragazza buona, non potevi passare davanti a un gattino o a un cucciolo senza portarli a casa. Ma una nonna non è un cucciolo agitò la testa, esausta. È già punita abbastanza. Tuo padre non è solo stato via da noi, ha anche abbandonato lei.

Mamma, sto per uscire, arriverò tardi al lavoro. Prometto di chiudere a chiave la porta. Alessia mi guardò con occhi colpevoli.

Va bene, così evitiamo parole inutili ma non ti muovi.

Scusa, mamma, ma è doloroso guardarti così. La tua pelle è secca, le ossa scricchiolano. Hai quaranta anni e cammini tutta piegata, quasi non riesci a muovere le gambe. Sempre stanca. Che cosa ti fa guardare così su di me? Chi può dirti la verità se non tua figlia? alzò la voce, senza accorgersi di alzare il tono.

Grazie. Assicurati che non accenda il gas né lacqua nella stanza del bagno.

Vedi? Siamo legati a lei come una catena. Nessuna vita di proprio. Mamma, mettiamola in una casa di riposo per anziani; lì sarà sotto sorveglianza continua. Non capisce più nulla

Di nuovo? interruppe Maria Alessia.

Sarà meglio per tutti, soprattutto per lei, continuò Alessia, senza accorgersi dellirritazione che accresceva la madre.

Non voglio più sentirti. Non la porto via. Quanti anni le restano? Che resti a casa

Ce la farà, noi la supereremo. Vai al lavoro, io resto, chiudo la porta, lo prometto ripeté, con rabbia.

Scusa, ti ho attaccata Tutti escono, ma tu ti occupi della nonna.

Continuammo a parlare, ignari della porta della stanza di Rosa che rimaneva socchiusa. Lei sentiva tutto, ma non comprendeva e, poco dopo, dimenticava.

Maria uscì per il suo turno, mentre Alessia si diresse verso la vecchia camera che ora occupava Rosa.

Che vuoi? chiese la nonna, il suo sguardo vuoto.

Alessia la aiutò a alzarsi e la condusse in cucina.

Chi sei? la nonna fissò Alessia con occhi spenti.

Prendi il tè sospirò Alessia, posando una caramella sul tavolo.

Rosa amava i dolci. Da piccoli nascondevamo le caramelle, ne davi soltanto una con il tè. Alessia osservò la nonna scartare il colorato involucro. Attraverso i pochi capelli grigi brillava la pelle pallida del capo. Alessia si girò.

Un tempo Rosa si tingeva i capelli, li pettinava in una treccia elegante, usava rossetto acceso e tracciava le sopracciglia a forma di arco. Il profumo dolciastro dei suoi profumi riempiva la casa. Gli uomini la guardavano, finché la sua mente non iniziò a tradirla.

Alessia non sapeva se provava pietà, compassione o irritazione verso la nonna. Un rapido colpo di campanello la distolse dai pensieri.

Forse Maria ha dimenticato qualcosa pensò, andando ad aprire.

Ma alla porta c’era Lorenzo, un compagno di scuola. Maria non approvava la loro amicizia, così lui veniva quando lei non era a casa.

Ciao. Perché così presto? Maria è appena uscita sussurrò Alessia.

Lo so, non mi ha notata.

Milla! si udì dalla cucina la voce di Rosa.

Chi è Milla? chiese Lorenzo.

È il nome con cui la figlia mi chiama. Ora la porto nella sua camera. Vai nella doccia e resta zitto. Oggi ha un momento di lucidità spinse Alessia Lorenzo verso il bagno.

Nessuno era nella doccia. Alessia tornò in cucina e trovò una tazza vuota e un involucro sul tavolo.

Vorrei del tè disse Rosa.

Alessia capì che le spiegazioni erano inutili. Rosa dimenticava subito, tranne che per i ricordi lontani. Spesso confuse, non riconosceva più la gente, ma a volte aveva brevi lampi di chiarezza.

Alessia non sapeva se Rosa stesse ingannando per unaltra caramella o se avesse davvero dimenticato il tè appena sorseggiato. Decise di servirle di nuovo una tazza di tè e unaltra caramella. Rosa lacerò il pacchetto con dita incoerenti; quando la tazza si svuotò, Alessia la accompagnò nella sua stanza e la adagiò sul letto.

Ora dormi disse, chiudendo la porta.

Da fuori, Lorenzo apparve nella porta del bagno.

Posso uscire?

Sì, vai in cucina rispose Alessia, guardando le porte chiuse, e lo seguì.

Seduti uno accanto allaltro, ascoltavano la musica con le cuffie in un orecchio. Alessia chiuse gli occhi e annuì al ritmo, senza accorgersi che Rosa scivolava nel corridoio.

Quando Alessia andò a prendere Lorenzo, trovò la porta della stanza di Rosa aperta. Corse verso la camera, ma Rosa non cera.

Le porte non le ho chiuse. Maria penserà che lho fatto apposta singhiozzò Alessia.

Perché la penserebbe così? chiese Lorenzo.

Oggi ho detto che sarebbe meglio se se ne fosse persa. Maria crede che lho lasciata uscire di proposito.

Va bene, vestiamoci e andiamo a cercarla. Non può andare lontano propose Lorenzo.

Alessia guardò lappendiabiti: il cappotto di Rosa era ancora lì, così anche le ciabatte.

È uscita in pantofole e mantella? incrociò lo sguardo con Lorenzo.

Forse è andata dai vicini, non riconosce il suo appartamento Io vado in giardino, tu controlla le case vicine suggerì Lorenzo e scese le scale.

Nessuno rispose al campanello al piano di sopra. Alessia uscì in strada, Lorenzo corse nel cortile, dietro gli alberi, vicino al gioco per bambini.

Non cè traccia. Andiamo nei cortili vicini. Tu a destra, io a sinistra. Chi la trova prima chiama laltro. Incontriamoci qui ordinò Lorenzo.

Alessia corse fino alla fermata dellautobus. Nessuna traccia di Rosa. Quanto tempo era passato? Trenta minuti? Quaranta? Come può una donna in pantofole e mantella andare così lontano?

Dobbiamo chiamare la polizia disse.

Aspetta. Ricordi i luoghi dove Rosa amava andare? insistette Lorenzo.

Alessia non riuscì a ricordare nulla. Scuoteva le spalle.

Allargiamo il raggio di ricerca. Tu verso la scuola, io verso il mercato indicò Lorenzo.

I lampioni della via non erano tutti accesi; le zone buie sembravano infinite. Sentiva il brivido di qualcuno che si nascondesse tra i cespugli. Avvicinandosi alla scuola, ricordo improvvisamente la storia che Rosa raccontava: una volta aveva dimenticato il quaderno in aula, tornò a prenderlo, ma il custode chiuse la porta. Rosa si precipitò dalla finestra al primo piano e quasi si spezzò una gamba.

La scuola aveva una struttura a P. Alessia aggirò lala destra e vide un gruppo di ragazzi che ridevano.

Nonna! esclamò, correndo verso di loro.

Rosa stava al centro del cortile, avvolta nel suo mantello grigioazzurro. Uno dei ragazzi le porse un involucro vuoto; quando la nonna allungò la mano, pensando fosse una caramella, lui ritirò la mano e tutti scoppiarono a ridere.

Non capisce nulla. Da dove vieni? Vuoi una caramella? ripeté il ragazzo.

Lasciala stare! gridò Alessia.

I ragazzi si girarono, incuriositi.

Guarda, unaltra!

Chi sei? Una nipote? incalzò il ragazzo.

Siamo scappati dalla casa di cura? rispose un altro.

Alessia indietreggiò; i ragazzi formarono una barriera intorno a Rosa, bloccandola. Alessia si appoggiò al cancello, mentre loro la spingevano verso il muro. Allimprovviso Lorenzo intervenne, urlando:

Via da lì!

Due ragazzi si staccarono, ma il terzo tenne ancora le braccia di Alessia. Iniziò una rissa; Alessia colpì con il piede ladolescente che la teneva, lui urlò e la lasciò andare. Sul pavimento trovò un pezzo di tavola, lo afferrò e, nel bel mezzo della lotta, cercò di colpire laltro ragazzo, ma colpì il suo stesso corpo.

Il ragazzo si lanciò su Alessia, che corse verso il cancello.

Ragazze, venite qui! Abbiamo chiamato la polizia gridò un uomo e una donna dallaltra parte del cancello. Questi mocciosi non hanno vita!

Le forze dellordine arrivarono; i ragazzi fuggirono. Alessia tornò da Lorenzo, ansimante.

Ora aiutami a sistemare tutto. Non ho visto alcuna gratitudine sbuffò luomo che li aveva osservati.

Limportante è che sia tutto finito rispose la donna.

Alessia aiutò Lorenzo a rialzarsi, poi si avvicinò alla nonna spaventata, che credeva fossero di nuovo i mocciosi.

Ciao, sono Alessia. Torniamo a casa. la abbracciò.

Chi è Alessia? Aspetto Boria. Sta per finire la lezione

Boria è finita da tempo. Andiamo.

Allimprovviso Rosa sussurrò:

Ho sentito tutto.

Che cosa? chiese Alessia, già intuendo la risposta.

Forse la nonna capiva più di quanto credessimo.

Milla vuole mettermi in una casa di riposo. Non lasciatemi andare singhiozzò Rosa.

Va bene, torniamo, fa freddo e sei ancora in mantello. Ti ammalerai e finirai in ospedale

Non voglio lospedale sbuffò Rosa.

Alessia e Lorenzo la portarono a casa, le cambiarono il vestito, le diedero una tazza di tè caldo con una caramella e la sistemarono nel letto.

Come torneremo a casa? Sporchi, con il sangue dissero Alessia e Lorenzo, fermandosi sulla soglia.

Niente, limportante è che labbiamo trovata. Hai fatto bene, non ti sei spaventata sorrise Lorenzo.

Mi sono spaventata, ma ho agito. Se non lo avessi fatto, avrei dovuto convivere con il senso di colpa per tutta la vita, come diceva Maria. Per fortuna è andata bene.

Mi vergogna ancora la lite con Maria. È più dura di quanto pensassi. Ho curato non solo questa nonna, ma anche la mia stessa madre, che ha avuto il cancro per due anni. Ora il padre della madre chiede aiuto Ho solo quindici anni, il futuro è davanti a me. Quanti anni le rimangono a Rosa? Che viva felice nel suo piccolo mondo, nella sua infanzia dimenticata.

Ho capito che, col tempo, anche le madri possono cambiare, smettere di riconoscere i propri figli. Mi sono chiesto se sia meglio perdere la salute fisica che perdere la mente. Preferirei non avere malattie incurabili, ma accettare la vecchiaia con dignità.

Riflettendo sulla vita ingiusta, ho pensato che forse le sofferenze servono a insegnarci compassione e rispetto. Questa notte mi ha fatto crescere più di unintera vita.

Quando è tornata Maria, non mi ero ancora messo a letto.

Sei alzata? Tutto ok? chiese, sedendosi stanca sulla sedia accanto a me.

Sì, ti porto del tè? risposi.

Lo voglio.

Posai due tazze e due caramelle sul tavolo. Ci guardammo, scoppiammo a ridere, e il silenzio si spezzò.

«Forse la follia degli anziani è una benedizione per chi non ha il coraggio di guardare nel proprio passato».

**Lezione personale:** ho imparato che la vera forza non sta nel reprimere la rabbia, ma nellaprire il cuore alla comprensione e alla compassione, anche quando tutto sembra perduto.

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