La tua mamma è qui, Ginevra, vieni a raccoglierti.
Si dice che ogni bimbo di un orfanotrofio attenda quelle parole con il cuore in gola. Però Ginevra scattò indietro come colpita da una sberla.
Dai, muoviti, che stai lì a stare?!
Elena Bianchi, la direttrice dellorfanotrofio, la fissava senza capire perché la bambina non mostrasse neanche un barlume di gioia. La vita in quella casa non era affatto una passeggiata di primavera, e molti fuggivano via solo per mettere i piedi sulla strada. Eppure ora la restituiscono a casa sua, e lei non è contenta.
Non voglio mormorò, voltandosi verso la finestra. La sua amica Lia la osservò, ma non disse nulla; anche a lei quella reazione pareva incomprensibile. Lia sarebbe volata a casa sua felice, se solo non fosse stato vero che nessuno lì la voleva.
Ginevra, ma perché? chiese Elena, avvicinandosi. La tua mamma ti aspetta.
Non voglio vederla. E non voglio tornare da lei.
Le altre ragazzine ascoltavano curiose, e Elena capì che quel discorso doveva restare tra loro.
Seguimi.
Lassistente la condusse in una piccola stanza, gli occhi pieni di compassione.
Tua madre ha commesso molti errori, è vero, ma ora cerca di rimediare. Non è per nulla casuale che le sia stato permesso di riprenderti.
Pensate sia la prima volta? sbuffò Ginevra, scuotendo la testa. È la seconda volta che passo per lorfanotrofio. La prima volta che mi portarono via, la mamma fece finta di voler cambiare vita: nascose le bottiglie, ripulì casa, comprò cibo, trovò lavoro. Quando vennero gli ispettori sembrava tutto a posto. Poi mi restituì e lei si rilassò di nuovo. Io non sono che un cartellino per le indennità.
Ginevra, non posso fare nulla, ma a casa forse è meglio, la incalzava Elena.
Meglio?! Conosci il gusto della fame? Oppure quello di andare a scuola con le scarpe strappate quando fuori ci sono venti gelidi? O nasconderti nella tua stanza pregando che i beoni della mamma non ti trovino? Perché non le togliamo i diritti genitoriali?
Le lacrime le rigarono il volto. Sì, lorfanotrofio non era il suo sogno, ma lì le davano cibo e vestiti, e almeno era relativamente al sicuro. A casa era tutto unaltra storia.
Non posso aiutarti sospirò lassistente, con vero rammarico.
Ginevra, vivace e intelligente, era quasi unanomalia per quel luogo. Forse sua madre era stata una donna interessante, finché lalcol non linghiottì. Elena, che lavorava lì da sette anni, non aveva mai incontrato un bambino che non volesse tornare a casa.
Posso vivere da sola? domandò Ginevra. Lavorerei, affitterei una stanza.
Solo quando sarai maggiorenne scosse la testa Elena.
Ho quasi sedici! Sono già una adulta!
Elena la guardò, ammettendo che Ginevra era già quasi una donna. Ma non poteva fare nulla.
Devi stare sotto la tutela di un adulto responsabile. Conosci qualcuno che possa accoglierti? E potremmo chiedere il sequestro dei diritti della tua mamma.
Non ho più nessuno Quando mia nonna era viva, le cose andavano più o meno, ma adesso è insopportabile.
E tuo padre?
Si è ubriacato è morto.
Ginevra parlò con una freddezza surreale, come se fosse una cosa normale.
Non ha parenti?
Rifletté un attimo.
Credo che avesse una madre viva, ma non la conosco. Non parlava con suo figlio. E io la capirei sbuffò. Non vorrei neanche parlarle.
Allora proviamo così intervenne Elena, avanzando un passo. Tu provi a restare con la mamma, io cerco informazioni sulla tua nonna. Daccordo?
Ginevra annuì. Che altro poteva fare?
La mamma mise in scena tutto un dramma: corse verso di lei piangendo a gran voce, implorò il perdono, la avvolse in un abbraccio. Ginevra rimase immobile, sapendo che se fossero tornati a casa la mamma sarebbe tornata comera.
Il primo giorno la mamma sembrò tenersi, ma il secondo tornò a casa con una bottiglia di vino.
Il circolo si chiuse di nuovo. La mamma bevve, fu licenziata, e Ginevra ricadde di nuovo nellinferno domestico.
Quando, qualche mese dopo, un uomo ubriaco irruppe nella sua stanza di notte e Ginevra, con enorme fatica, lo cacciò fuori, capì che era arrivato il limite.
Fortunatamente Elena le diede il suo numero di cellulare. Ginevra lo chiamò, chiedendo di essere lasciata fuori o di tornare allorfanotrofio.
Ho trovato tua nonna annunciò Elena. Proverò a parlare con lei. Ha ancora unetà decente; se accetta e le condizioni lo permettono, potrà ottenere la tutela.
Ginevra accettò di andare con Elena, sperando che la nonna, anche se sconosciuta, non la respingesse. Avrebbe dovuto attendere qualche anno, poi sarebbe stata libera.
La porta si aprì su una donna di circa sessanta anni, alta e dignitosa.
Cosa volete? chiese.
Antonia Mazzoni? confermò Elena.
Sì, sono io.
Sei la mia nonna balbettò la ragazza. Cosa cè di male?
Cosa?
Sono la figlia di tuo figlio.
Capisco. E come posso aiutarti? rispose Antonia, mantenendo un volto impassibile.
Possiamo parlare? intervenne Elena per non lasciare che la bambina restasse senza parole.
Va bene, ma non molto tempo. Devo prepararmi per il lavoro.
Antonia servì loro del tè. A tratti osservava Ginevra come se fosse unaliena, ma non le rivolse parole.
Nel frattempo Elena descriveva tutta la vicenda.
Sa, probabilmente la vostra nipote verrà di nuovo portata allorfanotrofio, ma voi potete assumerne la tutela.
Perché dovrei farlo? chiese Antonia.
Beh esitò Elena. È sua nipote.
Non la conosco. E, a dire il vero, non ho voglia di conoscerla. Mio figlio mi ha fatto impazzire per anni; preferirei dimenticare tutto ciò che lo riguarda.
Capisce, Ginevra vive in condizioni terribili, lei potrebbe
Ginevra la interruppe.
Antonia Mazzoni, non ci conosciamo, neanche io la conosco. E, a dire il vero, non ho voglia di conoscerla. Non crediate, ma anchio vorrei dimenticare i miei genitori, come un brutto sogno. Vorrei farlo subito, ma la legge mi trattiene; sono ancora minorenne. Posso assicurare che non vi chiederò nulla, tranne qualche firma e il permesso di stare con lei fino a quando sarò maggiorenne. Finirò la scuola, poi cercherò lavoro. Volevo continuare gli studi quando potrò sostenermi. Ma ho bisogno di soldi. Comprarò tutto da sola, persino il cibo. I soldi che vi saranno pagati per la mia tutela saranno un extra alla vostra pensione. Non li voglio per me. Ho solo bisogno di sbrogliare la burocrazia; se avessi altri parenti, non vi avrei chiesto aiuto.
Elena, di lato, strinse il pugno, quasi a chiedersi perché fosse finita lì. Antonia, però, sembrava colpita dalla determinazione della ragazza.
E dicono che i figli di alcolisti siano sempre ritardati, ma questo non è il caso. E allora, starai qui due anni e poi te ne andrai? incalzò.
Lo prometto rispose Ginevra.
Bene, accetto. Ma ci sono regole: non chiamarmi nonna, non toccare le mie cose, non portare amici in casa. Capito?
Perfetto.
Elena parlò con le autorità, e la madre di Ginevra fu nuovamente sottoposta a controllo. Questa volta avviarono una causa per il sequestro dei diritti genitoriali. Antonia, dopo aver compilato tutta la carta, divenne la tutrice legale di Ginevra.
Anche se Ginevra sorrideva, il timore rimaneva. Aveva ancora due mesi di scuola, nessun soldo, e se la nonna non lavesse davvero nutrita?
Il primo pomeriggio Antonia la chiamò a tavola. Ginevra non provava un pasto così gustoso da tempo: vero, casalingo. La sua mamma non cucinava mai, era troppo occupata, e Ginevra non sapeva neanche come fare.
Il giorno dopo, osservando le scarpe stracciate di Ginevra, Antonia sospirò.
Stasera ti vengo a prendere dopo la scuola. Ti comprerò scarpe decenti e vestiti nuovi disse con tono definitivo.
Non ho soldi sbuffò Ginevra.
Li pago io. È più facile spendere che vergognarsi.
Ginevra annuì. Accettò.
Antonia le comprò una montagna di vestiti. Ginevra si sentì a disagio, ma la donna le chiedeva anche opinioni, come se volesse davvero includerla.
Una settimana dopo Antonia convocò Ginevra.
Come vanno gli studi?
Va bene, rispose la ragazza con spalle alzate.
Mostrami il tuo diario.
È digitale disse Ginevra, trattenendo un sorriso.
Madonna qui in Italia non manca la carta, ma va bene, mostrami il digitale.
Ginevra non provò vergogna a mostrare i voti. Stava andando bene a scuola, e presto capì che nessuno avrebbe pagato per i suoi studi o trovato un lavoro per lei. Avrebbe dovuto contare solo sul suo intelletto e sul suo impegno.
Brava, elogiò Antonia. Ginevra arrossì. Con questi voti devi andare in decimo e poi puntare alluniversità.
Solo se ci sono genitori a sostenermi ribatté Ginevra. Io ho unaltra storia.
Allora, tossì Antonia, preparandosi a una confessione, andrò in decimo, vivrai con me fino alluniversità. Capito?
Capito
Ginevra non poteva credere alla sua fortuna. Desiderava continuare a studiare, ma non aveva mezzi. Ora aveva una via.
Col tempo il muro tra Antonia e Ginevra si indebolì. La nonna si interessava sempre più alla vita della nipote, a volte chiedendo anche del figlio. Forse, per un attimo, provava vergogna nel riconoscere che voleva sapere qualcosa su di lui.
Ginevra finì le superiori e, grazie ai tutor che Antonia le aveva messo a disposizione, riuscì a entrare alluniversità. Lestate prima dellingresso trovò lavoro; le fu assegnata una stanza nel dormitorio, ma sapeva che doveva guadagnarsi da vivere, come avevano concordato.
A fine agosto, Antonia fu ricoverata in ospedale per un infarto. Ginevra tornò a casa e trovò la nonna a terra, incosciente, e temette il peggio.
Fortunatamente la situazione si risolse. Quando le fu permesso di visitare Antonia, Ginevra corse nella stanza.
Nonna, come ti senti? balzò nella stanza.
Scusi Antonia Mazzoni, come sta?
La donna sorrise, accarezzandole i capelli.
Chiamami nonna, è un piacere. Sto bene, ma la convalescenza sarà lunga. Ma ce la farò.
Ti starò accanto, finché non guarirai del tutto!
Non voglio essere un peso, mormorò Antonia.
Io sono stata il tuo peso per due anni. Una nipote che è scivolata sul tuo tetto e ti ha dato più di quanto mia madre abbia mai fatto per me. Ti prenderò cura di te, vuoi o no.
Antonia inspirò profondamente, trattenendo le lacrime.
Va bene, ma una condizione.
Quale? sorrise Ginevra.
Non andare in nessun dormitorio. Lì succedono cose orribili. Resta con me.
Affare fatto, accettò Ginevra, abbracciando la nonna per la prima volta con vero affetto.
Il loro futuro era incerto, ma per la prima volta entrambi avevano trovato una ragione per lottare.






