Dio, per favore, non facciamo tardi!
Ginevra controllò lorologio per la terza volta negli ultimi cinque minuti. «Sarà che siamo puntuali, Luca», sussurrò al conducente della limousine nuziale, che le sorrise soddisfatto nello specchietto retrovisore.
«Tranquilla, Ginevra, andiamo secondo i piani».
Quel piano era unintera agenda stampata su carta lucida: orario della cerimonia, programma dei fotografi, menù del ricevimento, perfino i minuti in cui stendere la torta. Alessandro, lo sposo, era lincarnazione del programmatore. Un matrimonio è come un bilancio: senza scadenze non cè nulla da controllare, diceva, con laria da direttore finanziario che non sopporta improvvisi sbandamenti di cassa.
Ginevra gli lanciò uno sguardo di pietra. Si era accasciata al suo fianco, con il cellulare incollato alla mano, a ricontrollare che ogni voce fosse ancora in linea con il cronoprogramma. Luomo che aveva conosciuto tre anni prima le pareva ora più da agenda che da cuore.
Il loro primo incontro, ironia della sorte, era stato lesatto opposto di un piano ben definito. Alessandro era arrivato in ritardo al bar dove Ginevra lavorava e, nel tentativo di chiedere il conto, le rovesciò il caffè sulla camicia bianca come la neve. Invece di infuriarsi, lui rise, le offrì un altro caffè e, con una battuta su una macchia damore, la invitò a sedersi al tavolo. Ginevra, ricordandolo, non poté fare a meno di sorridere.
Un suono stridente di freni spezzò il silenzio. La limousine fu sbattuta violentemente in avanti; per fortuna le cinture di sicurezza erano allacciate.
Che succede? urlò Ginevra, il volto pallido.
È il cane rispose Luca, sbuffando. Non ce labbiamo fatta in tempo.
Il cuore di Ginevra balzò fuori dal petto. Saltò fuori dallauto, ignorando il grido di Alessandro: «Dove vai?!»
Davanti al cofano della limousine giaceva un grosso cane rosso chiaro, immobile come una statua.
Mio Dio è vivo? balbettò Ginevra avvicinandosi.
Luca si inginocchiò accanto al cane.
Respira ma è quasi incosciente.
Dobbiamo portarlo subito dal veterinario! insisté Ginevra.
Alessandro le posò una mano sulla spalla. «Non abbiamo tempo, la cerimonia inizia tra quaranta minuti».
Come puoi dirlo così! ribatté Ginevra, voltandosi verso il cane. «Qui sta morendo un essere vivente!».
Non possiamo fare nulla. Gli invitati stanno arrivando, segretaria! gridò Luca, cercando di mantenere la calma.
Ginevra, con gli occhi colmi di lacrime, rispose: «Non possiamo semplicemente andarcene».
Le auto nella fila cominciarono a fermarsi; gli invitati scesero, curiosi, e formarono un piccolo cerchio intorno al drammi.
Che è successo? chiese una voce.
Perché restiamo? interruppe un altro.
Accidenti, il cane! Che sfortuna.
Il brusio si trasformò in un coro di opinioni contrastanti: alcuni volevano chiamare il veterinario, altri insistevano per continuare con il ricevimento.
«Luca, sai dove è la clinica veterinaria più vicina?», chiese Ginevra, cercando di dare un ordine.
A pochi chilometri da qui, ma rispose il conducente, guardando il cane.
Niente regali! Portiamolo subito! intervenne Alessandro, afferrando il cane per il collo. «Sei impazzito? Abbiamo una festa da celebrare!».
Allora una voce familiare ruppe il trambusto: «Giulia! Giulia!».
Un uomo più anziano, capelli grigi arruffati ed occhiali quasi caduti sul naso, si precipitò verso di loro.
«Giulia, tesoro, cosa è successo? Non scappare», disse luomo, stringendo la figlia.
Giulia, la figlia del signor Moretti, si inginocchiò accanto al cane. «Che cosa hai fatto? Ti avevo detto di non fuggire».
Le mani del vecchio tremavano mentre accarezzava il pelo rosso del cane.
È il vostro cane? chiese Ginevra sottovoce.
Luomo guardò la giovane con gli occhi lucidi: «Ho avuto solo questo animale da quando la mia Maria, la moglie, è morta. Giulia è lunica cosa che mi tiene in piedi».
Rivoltò lo sguardo verso il cane.
Sei un idiota? ribatté.
«Lo portiamo dal veterinario», dichiarò fermamente Ginevra. «Luca, mi aiuti?».
Il conducente annuì, sollevò con cautela Giulia sulle spalle; il cane pesava almeno trentatrè chili. Le gambe penzolanti e la testa china del cane costrinsero Ginevra a fare un passo indietro, quasi a temere di farlo cadere.
«Facciamo una coperta», propose uno degli invitati, stendendola sul sedile posteriore della limousine.
Con la coperta, Luca, Ginevra, Alessandro e il signor Moretti spostarono il cane. Alla luce della cabina il manto rosso sembrava quasi opaco.
«Stai con noi, piccolo», sussurrò lanziano, accarezzando il cane con le mani tremanti. «Non andartene».
Ginevra si sedette accanto a Giulia, tenendo la testa della bambina sul grembo. Il candido abito da sposa, ricamato di fiori, fu subito macchiato di pelo rosso, ma nessuno si fermò a notare il disastro.
«Luca, scappa da qui!», ordinò Ginevra al conducente. «Attento alle curve, per favore».
Mentre la limousine attraversava la campagna, Ginevra continuava a carezzare il cane, le dita scorrendo sul pelo morbido. Sentiva il cuore dellanimale battere in maniera irregolare, le zampe agitarsi nel sonno.
Aspetta, tesoro, siamo quasi, tieniti forte. disse il signor Moretti, piangendo a singhiozzo.
«Non preoccupatevi», disse Ginevra, porgendo la mano. «Andrà tutto bene, ce la faremo».
Alessandro, che stava davanti a lei, si girò e la fissò con sorpresa e ammirazione. In quel momento il suo sguardo tradiva più rispetto che panico.
Il cane, sentendo il suo nome, abbaì pian piano, come a rassicurare tutti.
«Ginevra», sbottò Alessandra, irritata, «arriveremo in ritardo».
«Sì, arriveremo in ritardo», replicò, rivolgendosi agli ospiti.
«Scusate, ma la cerimonia dovrà essere rimandata. Spero capiate».
Sorprendentemente, nessuno protestò; anzi, molti annuirono con comprensione.
«Andrò con Luca», disse Ginevra. «E avvisa la segretaria che arriveremo tardi».
«No», intervenne improvvisamente Alessandro. «Verrò anchio».
Ginevra lo guardò perplessa.
«Hai ragione», sorrise debolmente Alessandro. «A me il programma lo faccio a modo mio».
Unora dopo, la processione di invitati finalmente giunse al ristorante. Era quaranta minuti in ritardo, ma a questo punto a nessuno importava più dellorologio.
Il cane, ora chiamato Luna, era stato curato e stava bene; Giulia e il signor Moretti lo avevano portato al veterinario, dove gli avevano somministrato le cure necessarie.
Al ritorno, Alessandro, mentre scendevano le scale, commentò: «È da tanto che non ti vedevo così».
«Cosa intendi?», rispose Ginevra.
«Quando litigavamo per il cane, eri più vivace, più sincera, come al bar quel giorno».
Ginevra rise: «Eri sempre noioso, come sempre».
«Hey, hey!», ribatté Alessandro, facendo spallucce. «A proposito, sono passato dalla clinica».
Una risata leggera rotolò nella stanza, seguita da un sincero ringraziamento.
«Perché?», chiese Alessandro.
«Perché non sei più così monotono», rispose Ginevra, sollevandolo in un abbraccio. «È un segno».
«Che segno?», si chiedeva lui.
«Forse è il momento di rilassarsi un po. Non si può controllare tutto» concluse Ginevra.
Il vecchio signor Moretti, guardando il cane, disse: «Sai, non ho mai visto un animale così felice. Non è solo il cane, è che ho trovato nuovi amici».
E così, tra brindisi di prosecco e risate, la cerimonia si svolse con le sue imperfezioni, ma con il cuore al posto giusto.
Una settimana dopo, tornati dalla luna di miele, i nuovi sposi visitarono Giulia e il signor Moretti. Nessun programma, solo spontaneità.
Giulia adesso ha nuovi amici: una giovane coppia che la visita spesso con dolci fatti in casa e la porta a passeggiare. Il signor Moretti osserva il cane scodinzolare, felice come non lo era mai stato.
A volte, come diceva Ginevra, bisogna semplicemente fermarsi, anche se si corre contro il tempo. Poi, si può davvero cambiare il mondo, un cane alla volta.
Un anno dopo, nellappartamento accogliente di Paolo Conti, gli amici si riunirono attorno a una tavola imbandita. Ginevra alzò il bicchiere di vino bianco.
«Alla vita, allamore e a Luna, che ci ha insegnato a non seguire solo gli orari», brindò.
Alessandro, sorridendo, aggiunse: «E al fatto che, a volte, il programma più bello è quello che non avevamo scritto».
Le risate risuonarono nella piccola stanza, mentre il cane rosso, ora con un collare nuovo, riposava beato ai piedi del tavolo.






