— Non potevo lasciarlo, mamma, — sussurrò Michele. — Capisci? Non potevo.

Luca aveva quattordici anni e sembrava che il mondo intero fosse contro di lui. Più precisamente, nessuno voleva capirlo.

Di nuovo quel monello! sbottò la zia Fabiola dal terzo piano, attraversando in fretta il cortile. Una madre sola a crescerlo. E guarda che risultato!

Luca passava di lì con le mani infilate nelle tasche dei jeans strappati, fingendo di non sentire. In realtà sentiva ogni parola.

La madre lavorava fino a tardi. Sul tavolo della cucina cera un foglietto: «Polpette in frigo, scaldale». E poi silenzio. Sempre silenzio.

Quel pomeriggio Luca usciva da scuola, dove gli insegnanti avevano appena tenuto unaltra conversazione sul suo comportamento. Non capiva che era diventato il problema di tutti. Capiva. E allora?

Ehi, ragazzo! chiamò luomo del primo piano, zio Marco. Hai visto quel cane zoppicante? Dobbiamo farlo andare via.

Luca si fermò e guardò.

Accanto ai cassonetti cera davvero un cane. Non un cucciolo, ma un adulto dal manto fulvo con macchie bianche. Stava immobile, gli occhi fissi su chiunque passasse. Occhi intelligenti, tristi.

Che lo porti via qualcuno! continuò la zia Fabiola. Deve essere malato!

Luca si avvicinò. Il cane non si mosse, solo la coda agitò debolmente. Una zampa posteriore mostrava una ferita aperta, sanguinante.

Che fai? sbottò irritato zio Marco. Prendi la mazza e scaccialo!

Allora qualcosa dentro Luca scoppiò.

Non osate toccarlo! gridò, gettandosi sopra il cane. Non farà male a nessuno!

Strano, sbuffò zio Marco. Un difensore è comparso.

E lo difenderò! si sedette accanto al cane, allungando cautamente la mano. Il cane annusò le dita e sfiorò la palmo con un lieve leccare.

Una sensazione di calore invase il petto del ragazzo. Per la prima volta in molto tempo qualcuno gli aveva mostrato gentilezza.

Vieni, sussurrò al cane. Vieni con me.

A casa, Luca costruì al cucciolo un letto con vecchie giacche in un angolo della sua stanza. La madre sarebbe tornata solo la sera, quindi nessuno lo sgriderebbe o lo caccierebbe di nascosto.

La ferita alla zampa sembrava grave. Luca si mise a cercare su Internet consigli di pronto soccorso per animali. Leggeva, arricciando il naso di fronte ai termini medici, ma memorizzava ogni frase.

Devo sciacquare con perossido, mormorò, rovistando nella piccola scorta di medicinali domestici. Poi disinfettare i bordi con lo iodio. Con dolcezza, senza farlo soffrire.

Il cane, ora chiamato Rosso, si sdraiò tranquillo, offrendo la zampa ferita al giovane. Lo guardava con gratitudine, come non era mai successo prima.

Come ti chiami? Luca legava la benda. Sei fulvo, giusto? Lo chiamerò Rosso, ti va?

Il cane abbaì piano, quasi approvando.

La sera la madre rientrò. Luca si preparò al litigio, ma la donna osservò silenziosa Rosso, accarezzò la benda.

Lhai fatto da solo? chiese a bassa voce.

Sì. Lho letto su Internet.

Cosa gli darai da mangiare?

Inventerò qualcosa.

La madre fissò il figlio a lungo, poi lo sguardo si posò su Rosso, che le leccava la mano.

Domani lo portiamo dal veterinario, vedremo la zampa. Hai già un nome?

Rosso, rispose Luca, quasi implorando.

Per la prima volta da mesi non cera più un muro di incomprensione tra loro.

Al mattino Luca si alzò unora prima del solito. Rosso cercava di alzarsi, gemendo per il dolore.

Stai lì, lo rassicurò. Ti porto dellacqua, ti darò da mangiare.

Non cera cibo per cani in casa. Luca dovette sacrificare lultima polpetta, inzuppare del pane nel latte. Rosso mangiò avidamente, leccando ogni briciola.

A scuola, Luca non litigò più con gli insegnanti. Pensava solo a una cosa: Rosso, come stai? Ti fa male? Ti annoi?

Oggi sei diverso, notò la professoressa di classe.

Luca scrollò le spalle, non voleva raccontare, temeva le risate.

Dopo le lezioni corse a casa, ignorando i sguardi contrari dei vicini. Rosso lo accolse con un balzo felice; ormai poteva stare su tre zampe.

Allora, amico, vuoi uscire? Luca realizzò una corda per il guinzaglio. Ma fai attenzione alla zampa.

Nel cortile accadde qualcosa di incredibile. La zia Fabiola, vedendo la scena, quasi svenne:

Lo ha portato a casa! Luca! Sei impazzito?

E allora? rispose il ragazzo con calma. Lo sto curando. Presto starà bene.

Lo curi?! intervenne una vicina. Da dove prendi i soldi per le cure? Rubi alla madre?

Luca strinse i pugni, ma si trattò. Rosso si appoggiò al suo piede, percependo la tensione.

Non rubo. Spendo i miei soldi. Li ho messi da parte col pranzo, disse a bassa voce.

Zio Marco scosse la testa:

Ragazzo, sai che hai preso una vita? Non è un giocattolo. Bisogna nutrirlo, curarlo, portarlo a spasso.

Da quel giorno ogni mattina cominciò con una passeggiata. Rosso guariva in fretta, correndo di nuovo, sebbene zoppicante. Luca gli insegnava comandi con pazienza, ore dopo ore.

Seduto! Bravo! Dà la zampa! Così!

I vicini osservavano da lontano; alcuni scuotevano la testa, altri sorridevano. Luca vedeva solo gli occhi fedeli di Rosso.

Luca cambiò. Non subito, ma gradualmente. Smise di picchiare, iniziò a fare le pulizie, le sue votazioni migliorarono. Nacque in lui uno scopo. Era solo linizio.

Tre settimane dopo accadde ciò che Luca temeva di più.

Rientravano da una passeggiata serale quando, dal retro dei garage, emerse un branco di cani randagi. Cinque o sei bestie, affamate, con occhi di fuoco nella notte. Il capo, un grosso mastino nero, ringhiò e si fece avanti.

Rosso, istintivamente, si rifugiò dietro Luca. La zampa ancora dolorante non gli permetteva di correre. Il branco avvertì la debolezza.

Indietro! urlò Luca brandendo il guinzaglio. Via da qui!

Il branco non si ritirò. Aggirava. Il mastino nero ruggiva, pronto a balzare.

Luca! una voce femminile si levò dallalto. Corri! Lancia il cane e scappa!

Era la zia Fabiola, che sbucò dalla finestra, seguita da altri volti dei vicini.

Ragazzo, non fare il eroe! gridò zio Marco. È zoppo, non scapperà!

Luca guardò Rosso. Il cane tremava, ma non fuggiva. Si aggrappò al suo padrone, pronto a condividere il destino.

Il mastino scattò per primo. Luca, per impulso, si coprì le mani, ma il colpo colpì la spalla. Denti affilati trafiggono la giacca, arrivano fino alla pelle.

Rosso, nonostante la zampa ferita e la paura, si lanciò. Agganciò il capo nero con i denti, appoggiandosi con il corpo intero.

La lotta infuriò. Luca contrappose calci e pugni, cercando di proteggere Rosso dai morsi. Ricevette graffi, ferite, ma non si arrese.

Dio, che sta succedendo! urlò la zia Fabiola dal balcone. Marco, fai qualcosa!

Zio Marco scese le scale, afferrò una mazza e una barra di ferro, qualsiasi cosa trovasse.

Tieni duro, ragazzo! incitò. Ti aiuto!

Luca era quasi a terra quando sentì una voce familiare:

Basta!

Era la madre, che sbucò dal porticato con un secchio dacqua, spruzzando i cani. Il branco, spaventato, si ritirò, ringhiando.

Marco, aiutami! gridò.

Marco corse con la mazza, altri vicini scesero dai piani alti. I randagi, capendo di essere in inferiorità numerica, fuggirono.

Luca rimase a terra, stringendo Rosso contro di sé. Entrambi coperti di sangue, tremanti, ma vivi.

Figlio mio, si sedette accanto a loro la madre, esaminando le ferite. Mi hai spaventato.

Non potevo lasciarlo, mamma, sussurrò Luca. Capisci? Non potevo.

Ti capisco, rispose lei piano.

La zia Fabiola scese di nuovo, si avvicinò a Luca, lo guardò come se lo vedesse per la prima volta.

Ragazzo, balbettò, avresti potuto morire per per quel cane.

Non è per il cane, intervenne di soprassalto zio Marco. È per un amico. Capisci la differenza, Zia Fabiola?

La vicina annuì silenziosa, le lacrime scivolavano sulle guance.

Torniamo a casa, disse la madre. Dobbiamo pulire le ferite. Anche a Rosso.

Luca si alzò a stento, prese il cane in braccio. Rosso gemette piano, la coda agitata appena.

Aspettate, fermò zio Marco. Domani andate dal veterinario?

Andremo, confermò Luca.

Io vi porto. Con la mia auto. E pagherò le cure, il cane è un eroe.

Luca rimase sbalordito.

Grazie, zio Marco. Ma io

Non discutere. Guadagnerai più tardi, e pagherai. Per ora gli diede una pacca sulla spalla. Siamo tutti fieri di te. Vero?

I vicini annuirono in silenzio.

Un mese passò. La sera di ottobre, Luca tornava dalla clinica veterinaria, dove ora aiutava i volontari nei weekend. Rosso correva al suo fianco; la zampa era guarita, la zoppia quasi sparita.

Luca! chiamò la zia Fabiola. Aspetta un attimo!

Il ragazzo si fermò, pronto a subire unaltra rimprovera. Ma la donna gli porse una borsa di cibo pregiato.

È per Rosso, disse imbarazzata. È costoso, ma ti sei preso cura di lui.

Grazie, zia Fabiola, rispose sinceramente. Ma noi abbiamo già cibo. Lavoro un po alla clinica, la dottoressa Anna mi paga.

Prendilo lo stesso, servirà in futuro.

A casa la madre preparava la cena. Vedendo Luca, sorrise:

Come va in clinica? Anna è soddisfatta?

Dice che ho le mani giuste e tanta pazienza. Luca accarezzò la testa di Rosso. Forse diventerò veterinario. Sto seriamente pensando.

E gli studi?

Bene. Anche il professor Bianchi di fisica mi ha elogiato, dice che sono più attento.

La madre annuì. In un mese il figlio era quasi irriconoscibile: non era più un bullo, aiutava in casa, salutava i vicini. E aveva finalmente una meta, un sogno.

Sai, domani verrà Marco, ti offrirà un altro lavoro. Ha un allevamento di cani, cerca un assistente.

Luca chiese:

Davvero? Posso portare Rosso con me?

Credo di sì. È quasi un cane da guardia ormai.

Quella sera Luca sedeva nel cortile con Rosso, provando una nuova ordinanza: proteggere. Il cane eseguiva con diligenza, fissando il padrone con occhi leali.

Zio Marco si avvicinò, sedendosi sul gradino.

Domani vai davvero allallevamento?

Sì, con Rosso.

Allora riposa presto. Sarà una giornata dura.

Quando Marco se ne andò, Luca rimase un attimo più a lungo, Rosso appoggiò il muso sulle sue ginocchia e sospirò contento.

Avevano trovato lun laltro. E non sarebbero più stati soli.

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