Di nuovo la madre, Maria, tornò a casa con il compagno di stanza, Carlo, e con un altro uomo. Già lalito odorava di vino, e Ginevra si rifugiò in un angolo accanto al comodino.
Non cè più dove nascondersi, fuori ha già iniziato a nevicare. sussurrò, mentre il pensiero le girava la testa. Questestate finirò la terza superiore e partirò per Firenze. Mi iscriverò al collegio pedagogico e diventerò maestra. La città è a solo dieci chilometri, ma vivrò in un dormitorio.
Maria e gli ospiti si sistemarono in cucina. Il rumore dellacqua che colava nei bicchieri si mescolava allodore di salame. Ginevra inghiottì a malapena la saliva.
Aspetta! sbottò la voce di Maria.
Che cosa ti rompe?
Siete due
È la prima volta che siamo in tre, mormorò Marco, il compagno di stanza di Maria.
Il tintinnio di piatti che cadevano riempì laria, seguito da un fruscio e da un soffio di fumo. Ginevra si strinse più forte nellangolo; il rumore improvvisamente si spense.
Ascolta, Luca, sta dormendo, intervenne la voce di Marco.
Lavevo detto, è una brava ragazza, ma cè qualcosa in me
Hai una figlia
Che figlia?
Ginevra, è già grande. Forse si è nascosta nella stanza.
Portala qui, rise Luca.
Ginevra, dove sei? entrò Marco, vedendo Ginevra e con un sorriso beffardo. Vieni, siediti con noi!
Qui è perfetto, grazie.
Perché ti vergogni? Marco cercò di abbracciarla.
Ginevra afferrò il vaso sul comodino e lo rovesciò sulla testa di Marco. Il cristallo si frantumò in un suono di vetri rotti. Scappò via dalla stanza.
Tenetela! gridò Marco.
Ma la ragazza era già alla porta dingresso. Non cera tempo per le scarpe; con calzini, pantaloncini usurati e una maglietta, precipitò fuori.
Dietro di lei seguirono gli uomini. La via del paesino era spoglia, un deserto di neve. Dovera da correre la sera? In fondo si udivano grida. Unenorme villa, accanto alla quale correva, emise un guaito; poi una voce sbraitò al cane.
Ginevra corse verso il cancello e bussò furiosamente. Un uomo di circa quarantanni aprì la porta.
Aiutatemi! sussurrò, guardandolo supplichevole.
Entra! la afferrò per il braccio e chiuse la porta.
Alessio, chi è là? una donna uscì sul portico.
È lei, indicò il padrone verso Ginevra. Due uomini la inseguono.
Entro subito! la donna la strinse per il braccio. Racconta tutto dentro.
Ginevra, esci con calma! urlò Marco.
Alessio, non fare niente! gridò la padrona. Vai in casa!
Dal cortile si udivano lamenti e il guaito di un cane.
Dobbiamo chiamare la polizia, tirò fuori il cellulare la donna.
Paola, non è necessario. Risolverò io. Sono del posto, lo sai.
Come pensi di farlo?
Con calma. Calma la ragazza!
Il padrone prese una busta, andò al frigo, vi depositò una bottiglia di vino e un pezzo di salame. Accarezzò il cane in giardino e uscì insieme a lui. Marco si lanciò contro di lui:
Restituisci Ginevra!
Prendete e via!
Marco aprì la busta, sorrise, annuì al compagno. Andiamo, Luca!
***
Mi chiamo Paola Bianchi, pose il bollitore sul fuoco. Siediti, racconta chi sei e cosa ti è successo.
Mi chiamo Ginevra, iniziò a parlare con i denti strette. Vivo in questa via, fin dal quartiere più estremo.
Sei la figlia di Chiara?
Sì.
Anche se siamo nuovi qui, abbiamo già sentito parlare di tua madre.
Ginevra abbassò lo sguardo e scoppió in lacrime.
Basta, non piangere! la donna la avvicinò al petto. Quegli abbracci erano per Ginevra qualcosa di inusuale. La stringette ancora più forte, e la ragazza pianse più forte.
Va bene, va bene. Ora beviamo un tè.
Entrò il padrone della casa:
È finita.
E la ragazza bella, che facciamo? Paola indicò Ginevra, poi sorrise.
Ne parleremo domani! Prima prendiamo il tè e poi la facciamo entrare in bagno.
Vuoi mangiare? posò una tazza di tè davanti a lei e sorrise di nuovo. Vedo che hai fame.
Sul tavolo comparvero panini e i resti di una torta.
Mangia, mangia! sorrise il padrone, osservando Ginevra fissare il cibo.
Non la interrogarono più. Cercavano di non farla sentire a disagio.
Finito il pranzo, Paola la condusse al bagno:
Lavati, indossa questo accappatoio!
***
Ginevra voleva solo una cosa: non essere cacciata fuori. Che conforto stare in un bagno caldo mentre fuori fa freddo! Ma era ora di alzarsi, i padroni la aspettava.
Uscì. Il marito e la moglie erano sul divano. Ginevra sorrise colma di colpa.
Grazie!
Ascolta, Ginevra, iniziò la padrona. Nessuno ti cercherà più. Non vuoi tornare a casa, vero?
Ginevra abbassò la testa.
Domani mattina presto dobbiamo partire
Capisco, la ragazza abbassò il capo ancora più.
Resterai sola. Non aprire la porta a nessuno! Il nostro Jack non farà entrare nessuno. Hai capito?
Sì! esclamò, senza trattenere le emozioni.
Puoi preparare il nostro minestrone, sorrise astuto Alessio Romani. Sai cucinare?
So, rispose Ginevra, temendo ancora di essere cacciata. Cucino bene e posso pulire la casa.
Pulisci, se non è troppo, al piano di sotto, acconsentì Paola Bianchi.
***
Si svegliò insieme ai padroni. Giaceva in silenzio nel letto, temendo ancora lallontanamento. Un rumore di macchina si levò nel cortile; poi il silenzio tornò.
Si alzò, si lavò. In cucina il bollitore bolliva, sul tavolo pane, salame e formaggio; sul tavolo di lavoro costole di maiale.
Fece colazione, spazzò il tavolo, pulì tutto, lavò il pavimento.
Nel corridoio trovò un aspirapolvere, lo accese e iniziò a passare.
Appena spense lapparecchio
Che cosa significa tutto questo? una voce alle sue spalle.
Si girò di scatto. Un giovane alto, diciottenne, dagli occhi castani, curioso.
Sto pulendo, mormorò Ginevra. E voi chi siete?
Il ragazzo scrollò la testa, tirò fuori il cellulare:
Mamma, sono a casa. E chi è questo?
Figlio mio, lasciamo che questa ragazza rimanga con noi per un po.
E io?
Il ragazzo ripose il telefono, scrutò Ginevra da capo a piedi e si diresse verso la cucina.
Vuole un tè? chiese la ragazza.
Mi occuperò io.
***
Ginevra finì di aspirare, continuò a spolverare, ascoltando ogni fruscio provenire dalla cucina.
Il ragazzo finì di colazione, entrò in bagno, ne uscì nudo, profumato al lozione.
Ehi, padrone, dammi unaltra bottiglia! si udì una voce dalla strada.
Che cosa succede? il ragazzo andò alla finestra.
Non aprire loro! gridò Ginevra, spaventata.
Lui la guardò incuriosito, sorrise e si diresse verso luscita. Ginevra corse alla finestra. Fuori, sul recinto, cerano il compagno di stanza della madre e il suo amico, urlando qualcosa. Ginevra si sentì terrorizzata.
Allora uscì il figlio dei padroni. Gli si gettarono addosso, e allimprovviso caddero entrambi nella neve, come se la neve avesse inghiottito i loro corpi. Il ragazzo si chinò sopra di loro, disse qualcosa, si alzarono e, con la testa bassa, si diressero verso la casa della madre.
***
Il ragazzo tornò indietro, fermandosi sulla Ginevra immobilizzata. Si avvicinò:
Ti sei spaventata?
Senza controllare i gesti, lei lo strinse al petto e pianse.
Come ti chiami? chiese improvvisamente.
Ginevra.
Io sono Ruslan. Non piangere. Non torneranno più.
Ruslan si ritirò nella sua stanza e non ne uscì più fino alla sera. Ginevra preparò il minestrone, si sedette al tavolo e rimase a riflettere.
Naturalmente desiderava restare lì, con quelle persone gentili, ma sapeva di aver superato i limiti della decenza.
Tornarono i padroni. Paola Bianchi annuì sorpresa, osservando lordine ritrovato. Alessio Romani assaggiò il minestrone, lo giudicò perfetto.
Credo tornerò a casa, disse Ginevra con voce rassegnata. Grazie di tutto!
Ginevra, resta ancora qualche giorno, rispose Paola.
Grazie, Paola! Tornerò a casa, ribadì.
Fece un passo verso la porta, poi si fermò. Da ieri indossava un camice di altri, scarpe di altri.
Andiamo! la padrona la prese per la spalla e la condusse al salotto.
Aprì larmadio, lo osservò a lungo. Tirò fuori jeans, una maglia, una giacca sportiva calda.
Vestiti! Siamo quasi della stessa altezza.
Non non è necessario
Non andare nuda a casa. Vestiti, vestiti! Non resterò al verde.
Si vestì. Di nascosto guardò nello specchio; non aveva mai posseduto vestiti così eleganti.
Nel corridoio la padrona le mise un cappello e gli stivali invernali.
Ginevra, buona fortuna!
Grazie, Paola Bianchi!
***
La vita riprese il suo corso, non più così antica. La madre trovò lavoro in una fattoria. Il compagno di stanza scomparve con il suo amico.
Arrivò la primavera. Quel giorno Ginevra studiava a casa quando qualcuno bussò al portone. Guardò fuori e non credette ai suoi occhi: sul recinto cera Ruslan. Lo vide e fece cenno di avvicinarsi.
Ciao! sorrise Ruslan.
Salve!
Mamma ti chiamava.
***
E così entrò nella casa dove aveva trascorso quel giorno felice.
Ciao, Ginevra! la accolse sulla soglia la padrona, abbracciandola.
Salve, Paola Bianchi!
Vieni, beviamo un tè!
La padrona la mise a tavola, versò il tè e si sedette accanto a lei.
Ho una proposta per te. Tra un mese io e mio marito voliamo in Turchia, il suo sorriso era sognante. Il figlio è spesso fuori, potresti sorvegliare la casa. Devi dare da mangiare a Jack, al gatto, annaffiare i fiori. Ho tanti fiori.
Certo, Paola!
Bene, prendi i soldi, estrasse una busta. Sono ventimila euro.
Perché?
Prendi! Non resteremo al verde. Vieni, ti spiego tutto!
Ginevra memorizzò dove erano i vasi, le botti con i fiori, il cibo per il cane e per il gatto. Paola Bianchi gridò:
Ruslan! il figlio uscì subito dalla sua stanza. Presenta Ginevra a Jack!
Andiamo! il ragazzo posò delicatamente una mano sulla spalla della ragazza.
Uscirono in cortile, liberarono Jack e si misero a passeggiare.
Per tutta la strada Ruslan parlò di università, karate, affari di famiglia.
Ginevra pensava ad altro. Capì che il vuoto tra lei e Ruslan era grande quanto quello tra sua madre e i genitori di Ruslan. Erano bravi, gentili, ma non era una favola da Cenerentola, era solo vita.
«Tra due mesi gli esami al collegio, li supererò. Studierò, lavorerò, girerò, ma diventerò una donna. Mi sposerò, ma non con questo bel ragazzo. È un giovane splendido, ma non è il mio!
Ringrazio Paola per i vestiti e per quei ventimila euro. Almeno potrò star bene i primi mesi in città».
Unintuizione interiore le disse che in quel preciso istante linfanzia difficile era finita. Iniziava la vita adulta, non meno dura, dove tutto dipendeva solo da lei.
Raggiunsero il cottage. Ginevra accarezzò Jack al collo, sorrise a Ruslan e si diresse verso casa. Domani iniziava il suo lavoro al cottage. Solo lavoro, e basta.






