Un mese fa accettò di dare un passaggio a una strana anziana su una strada deserta verso la zona più remota dell’Appennino. Poi sentì bussare alla porta.

15 ottobre 2026 Diario di Lorenzo Bianchi

Guidavo da più di tre ore, lasfalto era deserto e scivoloso. Qui in Toscana a novembre scende la notte in fretta, e correvo per arrivare a casa prima che loscurità mi inghiottisse. In radio cera una canzone leggera, il riscaldamento a malapena dava qualche grado, e nella mia mente già mi rivedevo nella cucina di casa, dove mi aspettava Francesca, la nostra piccola Ginevra e, naturalmente, la suocera Valentina con il suo perpetuo broncio. Ero talmente immerso nei pensieri che non notai nemmeno quando una figura si materializzò sul sedile posteriore.

Allora, mamma, mi ha portata?

Il brivido mi fece quasi svoltare il volante nella buca. Il cuore sprofondò, premessi i freni e guardai nello specchietto retrovisore. Lì, appoggiata sul sedile, cera una donna anziana. Il volto era solcato da profonde rughe, indossava un foulard scuro, e gli occhiincredibilmente luminosi, quasi nerimi fissavano con calma e attenzione.

Da dove? la voce mi tradì, impaurita. Ricordavo di aver salito in macchina da solo; le chiavi dellappartamento giacevano sul cruscotto accanto alla borsa, non avevo invitato nessuno.

Dalla strada rispose la vecchia, sistemando il foulard. Se resto qui, morirò di freddo. Mi porterai o cosa?

Vorrei averle risposto che non prendo passeggeri, che è pericoloso, che mi attendono a casa, ma le parole si bloccarono. Lei mi guardava come se conoscesse ogni mio segreto, leggendo la mia anima come un libro aperto.

Devo andare a Nicolosi sussurrai, sperando che se ne andasse.

Anchio devo andare a Nicolosi rise la donna. Non temere, figlia. Non ti farò del male. Sono troppo vecchia per uccidere, ma forse posso aiutarti. Vedo sul tuo cuore unombra nera. Il marito è via? La suocera ti tormenta?

Taci. Da sei anni viviamo con Valentina, e gli ultimi due anni la vita è diventata una continua sofferenza. Parlare con una sconosciuta? Sembrava che la vecchia sapesse tutto.

Stai zitta mi ordinò, puntando il dito rugoso verso di me. Ti riconosco, sei troppo gentile. Nel nostro mondo i buoni vengono divorati per primi. Muoviamoci, sta facendo buio.

Accesi il motore e mi imbattei sulla superstrada. Solo un pensiero mi attraversava la testa: perché lo sto facendo? Eppure il piede premé lacceleratore. Viaggiammo in silenzio per circa trenta minuti; lei guardava fuori dal finestrino, borbottando tra sé e sé. Quando finalmente le luci di Nicolosi comparvero allorizzonte, mi ordinò bruscamente:

Ferma qui.

Mi fermai davanti a una capanna di legno semidistrutta. La vecchia aprì la portiera, si voltò prima di scendere e, con un tono quasi scherzoso, mi disse:

Grazie, orca. Ascolta bene. Tra un mese bussò alla tua porta. Non aver paura, ma ricorda: quando tutto sarà finito, verrò.

Cosa? rimasi senza parole.

È tutto affermò, facendo un passo verso la casa, appoggiandosi al suo bastone. Ricorda: un mese. Preciso.

Rimasi con le mani tremanti sul volante, tornando a casa convinto di aver vissuto un sogno o unallucinazione da stanchezza. Quella storia rimase lì, sospesa, per un mese.

Un mese dopo, ci stavamo preparando per il nostro decimo anniversario di matrimonio. Come diceva la suocera Valentina, dieci anni di torture per mio figlio. Era nella cucina, mescolava la farina e brontolava come al solito.

Sergio, sei un scheletro, non sai nemmeno cucinare. Hai seccato di nuovo la carne. E chi è che allestisci questa tavola? Abbiamo ospiti, non mendicanti!

Io distribuivo linsalata nei piatti. Sergio, mio marito, era in salotto con una birra in mano e la TV accesa. Non potevo chiedere aiuto; lavoravo a tempo pieno e a metà, dovevo pagare il mutuolappartamento era stato acquistato insieme a sua madre, che ne deteneva una quotae occuparmi della casa e della piccola Ginevra, appena dieci anni, che spesso mi guardava con occhi stanchi come i miei.

Suonò il campanello. Aprii asciugandomi le mani sul grembiule e trovai la cognata Fiorella, il marito Marco e due adolescenti, entrati senza nemmeno togliersi le scarpe.

Oh, manca qualcosa? disse Fiorella, sbattendo gli stivali sporchi sul corridoio. Sergio! Vieni a salutare la famiglia!

Entrate dissi a bassa voce, mentre dentro di me ribolliva un fuoco.

Le cose peggiori accaddero. Arrivarono cugini, amici di famiglia che non avevo mai visto. Valentina si sentì una regina, comandando:

Lina, porta quello. Lina, servi questo. E tu, Sergio, siediti, sei stanco.

Il numero di ospiti superò ogni immaginazione. Io correvo con i piatti come una cameriera, mentre Fiorella commentava ad alta voce:

Oh mamma, che insalata con pollo! Doveva essere con il prosciutto. E la salsiccia sotto la copertura di patate è salata.

Forse dovresti cucinare tu, dato che sei la padrona di casa? scoppiò la mia pazienza.

Io? Fiorella spalancò gli occhi. Io sono lospite, spetta a me servire. Tu non lavori nemmeno qui!

Lavoro risposi, mordendo i denti.

Lavori, eh? intervenne Valentina, alzando la voce. Lo stipendio è una lacrima di topolino. Se non fosse per Sergio, voi due vivreste sotto un ponte. E via, metti Ginevra nella sua stanza, sta disturbando.

Guardai la figlia: era rannicchiata in un angolo, le ginocchia strette al petto, gli occhi pieni di paura. Nessuno la notava.

Ginevra, vai in camera dissi, sentendo i denti stringersi.

In quel momento suonò di nuovo il campanello. Aprii, aspettandomi un altro invitato tardivo, ma era lei: la vecchia di prima, lo stesso foulard, lo stesso bastone, ma gli occhi più brillanti.

Buongiorno, orca. Ti avevo detto: un mese. Sono qui.

Chi è? scoppiò la voce di Valentina, come un colpo di pistola.

La vecchia, senza curarsi di lei, varcò la soglia. Strappò le scarpe logore, avvolte in nastri, e si diresse verso il salotto dove gli ospiti erano rimasti immobili.

Buongiorno, gente buona salutò. Io sono Eufemia, ma tutti mi chiamano Eufi. Sono venuta a far visita a Lina.

Che? Sergio balzò dal divano, rosso di birra. Lina, sei impazzita? Chi è questa?

Io balbettai, guardando la vecchia senza sapere cosa dire.

Sei davvero sana di mente? intervenne Fiorella, guardandola con disgusto. Che tipo di ospite è questa?

Come osate? scoppiò la rabbia dentro di me. Questa è la mia casa!

La nostra casa! urlò Valentina. E non lascerò che un vagabondo si insedi in questo tetto!

Eufemia si sistemò sulla sola sedia libera, guardò il tavolo, i piatti sporchi, i volti contrari e sospirò forte.

Vagabondo, dite? rispose con calma. Sono io la vagabonda? E voi, chi siete? Venite a divorare la casa di una madre, trattare la figlia come una serva, e la nostra piccola?

Lina! Toglila subito! ordinò Valentina.

Lei resterà sentii la mia voce più forte di quanto sperassi.

Cosa?! chiesero in coro Fiorella e Sergio.

Ascoltate mi posizionai tra la vecchia e la famiglia. Eufemia è la mia ospite. Se non vi piace, la porta è lì fuori. Non sono più una serva nella vostra casa.

Il silenzio divenne pesante. Fiorella afferrò la mano di Marco.

Allora resta con la tua nonna! Via di qui! Non voglio più far parte di questo circo!

Gli ospiti cominciarono a uscire, lanciando sguardi furiosi. Valentina rimase a fissarmi, mentre Sergio alzò il volume della TV. Quando lultimo invitato se ne andò, Eufemia si avvicinò a me.

Ben fatto mormorò. Il primo passo è fatto. Il peggio deve ancora venire, tieniti forte. Ora mostrami dove dormire.

La condussi in una piccola stanza che chiamavamo nido. Cera un vecchio divano. Eufemia si sdraiò con un cigolio, chiuse gli occhi e sussurrò:

È tutto, Lina. Domani i tuoi parenti si mostreranno al meglio.

Il mattino seguente mi svegliai alle grida. Corsevo in cucina e trovai Sergio e Valentina sopra Eufemia, che sorseggiava tranquillamente il tè nella mia tazza preferita.

Ha rubato i miei orecchini! urlò Valentina, tremante. Dovè la polizia, Sergio!

Quali orecchini? chiesi, guardando alternando lo sguardo al marito e alla vecchia.

Non lo sai! sbottò Sergio. È tutta una tua truffa! Hai portato una mendicante in casa e ora rubi!

Non ho preso i tuoi orecchini disse Eufemia, bevendo il tè. Ho già abbastanza per me, anche se vesto poco. La ricchezza non è nei soldi, figlia.

Fuori! urlò Valentina. Subito!

Guardai negli occhi la suocera. Non sembrava triste, ma trionfante. Capii subito che era una trappola.

Dove li cercavate? chiesi.

Nel suo armadio rispose Fiorella, uscendo dallombra di Valentina. Lo ho vista nascondere gli orecchini nella tasca del suo vestito.

Stai mentendo dissi, calma.

A chi stai mentendo? sfidò Fiorella, avanzando.

Mani in alto! ordinò improvvisamente Eufemia, la sua voce divenne di ferro. Pensate che una vecchia non capisca quando nascondete gli orecchini nella tasca del mio soprabito? Lho sentito tutto.

Valentina impallidì.

Cosa hai sentito, vecchia strega?

Che parlavate di me con la figlia. Sergio crede a sua madre, la cacceremo, e Lina scapperà con la sua nonna. Non funzionerà.

Sergio! strillò la suocera. Ascolti!

Sergio, rosso di rabbia, strinse i pugni.

Lina disse con voce rotta o questa nonna se ne va, o io me ne vado. Decidi.

Guardai mio marito. Dieci anni di matrimonio, dieci anni di umiliazioni, silenzi, la mamma ha detto. Guardai la piccola Ginevra, che stava nella porta, gli occhi spalancati per la paura.

Decidi ripeté lui.

Vai via dissi, con la voce ferma.

Cosa?

Ho detto: vai via. Vai da tua madre, da Fiorella, dove vuoi. Ma fuori da questo appartamento, che è a mio nome e a quello di Ginevra, tu devi uscire.

La minaccia legale fece tremare Sergio. Era abituato al mio silenzio, alla mia sottomissione. Ora qualcosa si era rotto dentro di me, o forse si era risvegliato.

Ti pentirai sibilò Valentina, afferrando il figlio per il braccio. Andiamo a vedere come te la caverà senza di te.

Uscirono sbattendo la porta. Io mi sedetti, le gambe tremanti.

È finita sospirai.

No, orca intervenne Eufemia, accarezzandomi la testa. Questo è solo linizio. Non ti arrenderanno così in fretta. Lappartamento è tuo, ma anche loro hanno una quota. Andranno in tribunale, richiederanno gli alimenti, prenderanno la macchina. Sei pronta?

Alzai lo sguardo. Non lo ero. Ma non avevo più scelte.

Tre giorni dopo Sergio tornò, non con una scusa, ma con una citazione in tribunale. Valentina aveva sporto una causa per sfrattare me e Eufemia, chiedendo la vendita dellimmobile e la divisione del denaro. Nella domanda si leggevaAlla fine, capii che la vera forza non sta nel sopportare il dolore, ma nel trasformarlo in libertà per me e per la mia bambina.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

fourteen − ten =

Un mese fa accettò di dare un passaggio a una strana anziana su una strada deserta verso la zona più remota dell’Appennino. Poi sentì bussare alla porta.