«Il bambino sogna da sempre un cane», diceva l’uomo. Una settimana dopo, il cucciolo fu trovato alla fermata.

Caro diario,

Mio marito scelse il cucciolo come si sceglie un regalo per una vita intera. L’allevatrice sorrise.

“Il bambino lo sogna da mesi”, disse lui, sistemandosi la giacca grigia con i polsini consumati.

Poi, al negozio di animali, riempì un sacchetto trasparente di crocchette, prese dall’espositore un guinzaglio con impugnatura morbida, appoggiò sul bancone una ciotola in acciaio. Non chiese mai il prezzo.

Il cucciolo era rosso, con un orecchio più alto dell’altro. Tre mesi, non più. Quando Gennaro lo sollevò, il cucciolo gli affondò il muso nel palmo e rimase lì. Mio marito se lo strinse al petto; nell’altra mano il sacchetto dondolava, e la porta si chiuse.

Ciro lo aspettava sul divano. Sette anni, ginocchia sbucciate, ciuffi biondi in tre direzioni. Quando il padre entrò con quel piccolo miracolo tra le braccia, non gridò. Scivolò per terra, si accovacciò e tese le dita. Il cucciolo annusò la mano. Poi la leccò.

Ciro alzò la testa e guardò il padre dal basso. In quello sguardo c’era qualcosa che mi fece voltare in silenzio verso la finestra. Stavo davanti al davanzale, con le spalle un po’ sollevate, come se aspettassi da tempo che qualcosa andasse storto.

“Come lo chiamiamo?” chiese Gennaro.

“Rosso”, rispose Ciro, senza staccare gli occhi dal cane.

Mio marito gli scompigliò i capelli. Io non mi girai.

La prima notte fu dura. Rosso piagnucolava in corridoio, grattava il linoleum, spingeva il muso contro la porta chiusa. Mi alzai alle tre. Poi alle cinque. Asciugai la pozzanghera con i giornali bagnati, e quelli sguazzavano sotto i piedi nudi come se il corridoio fosse intriso di qualcosa senza nome. Gennaro non si alzò mai.

Al mattino la cucina aveva un odore strano.

“Si abituerà”, dissi nel vuoto.

Mio marito imburrava il pane in silenzio. Il coltello grattò la crosta; sotto il tavolo il cucciolo trasalì con tutto il corpo.

Di giorno Ciro si sedeva per terra in camera, e Rosso si sdraiava con il muso sul suo ginocchio. Ciro leggeva ad alta voce dal sillabario, sbagliando le lettere, e il cane ascoltava come se capisse ogni parola. Le orecchie si muovevano a ogni suono, una per volta.

Mi fermai sulla soglia. Guardai. Poi chiusi la porta piano.

La seconda notte Rosso fece a pezzi le pantofole. La terza rovesciò il bidone. Gennaro raccolse le bucce di patate in ginocchio, con la mascella che gli si muoveva come se stesse masticando qualcosa di invisibile e amaro.

“Ecco, insomma…” cominciò, e si fermò. Aspettai il resto. Non arrivò.

Litigammo al quinto giorno.

Ciro dormiva. L’orologio della cucina segnava le nove meno un quarto. Gennaro sedeva al tavolo, le maniche della giacca grigia rimboccate fino ai gomiti.

“Non dormo più”, disse.

Io stavo al lavello.

“Abbi pazienza. È piccolo.”

Lui si sporse in avanti.

“Gennà. Mi alzo alle sei. Ogni giorno. Se questo cane…”

Non finì. Sentii io la fine. La mia mano cercò l’asciugamano anche se le dita erano già asciutte.

Dal corridoio arrivò un guaito. Basso, di una nota sola. Come se Rosso avesse capito che parlavamo di lui.

“Il bambino lo sognava”, dissi.

Gennaro si alzò. La sedia stridette.

“Non lo dico adesso. Dico: se non cambia.”

Andò in camera. Non sbatté la porta. La chiuse con cura, come un uomo che aveva già deciso da tempo e che parlava soltanto per dovere.

Sabato mattina Ciro corse scalzo da Rosso sul linoleum freddo. Il tappetino in corridoio era vuoto. La ciotola era pulita, senza acqua, senza cibo. Il guinzaglio con impugnatura morbida pendeva dal gancio.

Mio figlio guardò sotto il tavolo. In bagno. Dietro l’armadio, dove Rosso nascondeva la pantofola masticata. Niente.

Andò in cucina.

“Papà, dov’è Rosso?”

Gennaro beveva caffè. La tazza ferma, le dita ferme.

“Sarà scappato. Stamattina la porta era aperta, portavo fuori la spazzatura, e…”

Allargò le mani. Palme larghe, calme. Quelle stesse in cui il cucciolo, sei giorni prima, aveva affondato il muso con fiducia.

Ciro rimase fermo. Guardò il tappetino vuoto, il guinzaglio troppo dritto sul gancio, come se non fosse mai stato toccato. Poi andò nella sua camera.

Non pianse. Non chiese di nuovo. Andò.

Io restai sulla soglia, con le dita premute sulle labbra. Come se cercassi di trattenere una parola arrivata tardi. Dietro il frigorifero c’era ancora il sacchetto trasparente con le crocchette, mezzo pieno, con il cartellino del prezzo del negozio di animali.

Quella stessa sera Assunta tornava dal mercato.

La pioggia era cominciata nel pomeriggio, e l’asfalto brillava come se fosse stato oliato. Vicino al chiosco della fermata qualcosa si muoveva.

Assunta si fermò. Si aggiustò il cardigan color senape, si chinò. Le sue mani erano piene di macchie scure di terra delle piantine: fine aprile, le dita non si puliscono fino all’estate.

Un cucciolo. Rosso, con un orecchio più alto dell’altro. Bagnato fradicio, schiacciato contro una gamba del chiosco, tremava fine e rapido come un meccanismo senza interruttore.

Accanto a lui, un sacchetto. Trasparente, di crocchette. Nuovo, con il cartellino del prezzo.

Assunta si raddrizzò. Si guardò intorno. Nessuno.

La pioggia aumentò. Le gocce battevano sul tetto della fermata come dita impazienti. Il cucciolo non si nascondeva più, non piagnucolava. Non aspettava più.

Poi alzò il muso. Naso freddo, pelo incollato alle costole sottili. Aveva occhi che fecero male anche ad Assunta sotto le costole, anche se non piangeva davanti agli altri da vent’anni e adesso non aveva nessuna intenzione di cominciare.

“Ecco come sei fatto”, disse lentamente. Si dice così, quando si è abituati a parlare con le piantine e con il silenzio.

Lo prese con una mano. Con l’altra raccolse il sacchetto. Il cucciolo le affondò il muso nel polso e si fermò, esattamente come si era fermato in altri palmi. La pioggia scorreva sul cardigan, sul sacchetto, sul pelo rosso. L’autobus non arrivò, ma non importava più.

A casa Assunta lo asciugò con un asciugamano a strisce blu. Il cucciolo stava fermo sullo sgabello e la guardava scaldare il latte in un pentolino d’alluminio.

L’appartamento era silenzioso. Un cactus sul davanzale, uno solo. L’orologio a pendolo che suo marito aveva aggiustato un mese prima di andarsene.

Otto anni da sola. E all’improvviso il latte schizzò sul pavimento, le unghie batterono sulle piastrelle, e non era più silenzio, ma pace. La differenza è enorme.

Il cucciolo lappava dal piattino. Un suono così di casa che Assunta si sedette per terra accanto allo sgabello e rimase lì ad ascoltare.

“Bravo”, disse. Poi, più piano: “Bravo.”

Dopo tre giorni lo portò in cortile. Il guinzaglio lo comprò al ferramenta per due euro. Di stoffa, con la chiusura di plastica. Al cucciolo non importava: trotterellava e annusava ogni palo come se stesse disegnando la mappa di un mondo nuovo.

All’ingresso fumava Nunzia del quarto piano. Strizzava gli occhi contro il sole.

“Oh, ti sei presa un cane?”

Assunta alzò le spalle.

“L’ho trovato. Alla fermata, sabato. Sotto la pioggia.”

Nunzia aspirò. Guardò il cucciolo, poi Assunta.

“Rosso? Con l’orecchio?”

Assunta annuì.

“È quello che Gennaro dell’interno 12 aveva preso per suo figlio. Una settimana fa. La Gelsomina l’ha detto a Fiammetta del terzo piano che il cane era scappato.”

Nunzia abbassò la voce.

“E Fiammetta dice: sabato mattina ha visto un uomo in giacca grigia alla fermata. Con un sacchetto. Ha appoggiato qualcosa vicino alla panchina ed è andato via. In fretta. Non si è voltato.”

Assunta taceva. Il cucciolo sedeva ai suoi piedi e rosicchiava un laccio della scarpa. Nunzia schiacciò la cicca, la gettò nel cestino e se ne andò.

Assunta si chinò, prese il cucciolo e se lo strinse al cardigan. La lana color senape odorava di terra e di piantine. Lui non guaì. Le infilò il muso nel collo. Caldo e bagnato.

Quella sera Assunta lavava il piattino e guardava dalla finestra. E anch’io, dalla mia, guardavo.

In cortile, vicino alle altalene, c’era Ciro. Ciuffi biondi. Non dondolava. Guardava soltanto la panchina dove di pomeriggio le vicine si siedono con i cagnolini. È rimasto un minuto, forse due. Poi ha infilato le mani in tasca e si è avviato all’ingresso. Lentamente.

Rosso dorme da Assunta, su una coperta vecchia. Un orecchio sporge più alto dell’altro.

Io ho ancora il guinzaglio con l’impugnatura morbida appeso al gancio. Nuovo, del negozio di animali. Non è mai stato usato.

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«Il bambino sogna da sempre un cane», diceva l’uomo. Una settimana dopo, il cucciolo fu trovato alla fermata.