Ho 65 anni. Per la prima volta mi faccio una domanda amara.
Davvero i nostri figli ci hanno escluso dalla loro vita?
Io e mio marito abbiamo sacrificato tutto per loro.
I nostri tre figli hanno preso ciò che volevano. Poi sono andati via senza voltarsi.
Mio figlio non risponde più al telefono.
Mi chiedo: nessuno di loro ci porterà un bicchiere d’acqua, da vecchi?
Questo pensiero trafigge il cuore come un coltello.
Dentro resta solo vuoto.
Mi sono sposata a 25 anni, vicino a Torino.
Mio marito si chiama Sergio. Era un compagno di classe, romantico e ostinato.
Si iscrisse alla mia stessa università solo per starmi vicino.
Un anno dopo le nozze, rimasi incinta. Nacque la prima figlia.
Sergio lasciò gli studi per lavorare. Io presi un congedo accademico.
Erano tempi duri: lui in cantiere tutto il giorno, io madre alle prime armi.
Cercavo di non fallire gli esami, tra pannolini e notti insonni.
Due anni dopo, ero di nuovo incinta.
Mi iscrissi a un corso serale. Sergio moltiplicò i turni di lavoro.
Abbiamo resistito. Abbiamo cresciuto Chiara e Antonio.
Quando Chiara andò a scuola, trovai finalmente un lavoro nel mio settore.
La vita migliorava. Sergio ottenne un posto stabile, con stipendio buono.
Sistemammo l’appartamento. Tirammo un sospiro di sollievo.
Ma proprio allora scoprii di aspettare il terzo figlio.
Un altro colpo, inaspettato.
Sergio lavorò ancora di più. Io restai a casa con la piccola Nadia.
Come abbiamo fatto, non lo so nemmeno oggi.
Passo dopo passo, ritrovammo stabilità.
Quando Nadia andò in prima elementare, respirai sollievo vero.
Come se un peso fosse caduto dalle spalle.
Ma le prove non erano finite.
Chiara, appena all’università, annunciò le nozze.
Non la scoraggiammo. Anche noi ci eravamo sposati giovani.
Il matrimonio, l’aiuto con la casa: i risparmi sparirono.
Poi Antonio volle un appartamento tutto suo.
«Come potevamo negarglielo?», mi chiedevo.
Prendemmo un mutuo. Gli comprammo casa.
Per fortuna trovò lavoro in una grande azienda.
Tirammo di nuovo il sospiro di sollievo.
Poi Nadia, all’ultimo anno di scuola, disse: «Voglio studiare all’estero».
Fu un colpo duro per il portafoglio.
Mettemmo insieme ogni centesimo. La mandammo oltre oceano.
Restammo soli, in una casa vuota.
Col tempo, i figli si fecero vedere sempre meno.
Chiara vive nella nostra città. Viene ogni sei mesi, con mille scuse.
Antonio ha venduto casa, si è trasferito a Milano. Viene una volta l’anno, se va bene.
Nadia è rimasta all’estero. Ha costruito lì la sua vita.
«Perché nessuno chiama più?», mi domando ogni sera.
Abbiamo dato loro tutto: tempo, salute, sogni.
Ora siamo un niente, per loro.
Non vogliamo soldi, Dio ce ne scampi.
Vogliamo solo una telefonata. Una visita. Una parola affettuosa.
Non c’è nemmeno questo.
Il telefono tace. La porta non si apre.
Dentro cresce una fredda solitudine.
Guardo la pioggia autunnale dalla finestra.
È davvero tutto qui?