Un anno e mezzo fa Eugenio, nostro unico figlio, si è sposato.
Teresa, la sua ragazza, l’abbiamo accolta bene.
Sembrava dolce, tranquilla, educata.
Dopo le nozze si sono trasferiti da noi.
Io e mio marito abbiamo un trilocale grande, in centro a Milano.
Vivevamo tutti in pace.
Noi lavoravamo, anche loro lavoravano.
Dopo qualche mese Teresa ha iniziato a fare pressioni.
Voleva una casa tutta sua.
«Voglio uno spazio mio, essere indipendente» diceva.
Non ci siamo opposti.
Avevamo un monolocale libero, comprato anni fa per affittarlo.
Era un reddito fisso, da parte per la pensione.
Con quella statale non si campa, lo sappiamo bene.
Io e mio marito ci siamo seduti a parlare.
Abbiamo deciso: un anno gratis lì dentro.
Condizioni chiare, un anno esatto, non un giorno di più.
Loro erano felicissimi, ci hanno ringraziato tanto.
Promisero di risparmiare per l’anticipo di un mutuo.
Figli? «Vogliamo vivere per noi», dicevano.
Eravamo contenti di averli aiutati.
I ragazzi si sono sistemati come principi.
Vestiti di marca, cene fuori, viaggi uno dopo l’altro.
Abbiamo accennato al risparmio, un paio di volte.
Risposta sempre uguale: «Siamo giovani, vogliamo goderci la vita!»
L’anno è passato in fretta.
Ci preparavamo a riprendere l’appartamento, per rimetterlo in affitto.
Poi, tuono a ciel sereno: Teresa è incinta.
E non all’inizio, già al secondo trimestre.
Ho chiamato Eugenio, chiedendo quando avrebbero lasciato casa.
Risposta vaga: «Mamma, Teresa aspetta un bambino, non può stressarsi.»
Il giorno dopo Teresa è venuta da noi, in lacrime.
Urlava accusandoci di essere senza cuore.
«Volete buttarci in strada con un neonato?» gridava.
«Non avete vergogna?» continuava a ripetere.
Stavo per esplodere, ma ho parlato calma.
«Che strada? Avete casa mia e quella dei tuoi genitori.»
«Loro hanno un trilocale, perché non andate lì?»
«Siete adulti, un anno fa era tutto chiaro.»
«Abbiamo perso trentamila euro di affitti mancati.»
«Soldi che volevamo darvi per l’anticipo, ricordi?»
«Li avete spesi in vestiti, cene, viaggi.»
«E ora ci dite che siamo genitori senza cuore?»
Ho dato un ultimatum: un mese, poi fuori.
Hanno annuito, sembravano capire.
Sono passate due settimane, nessun movimento.
Nessun annuncio, nessuna ricerca di case.
Solo quello sguardo implorante, come a dire: cambieranno idea?
Io e mio marito parliamo ogni sera in cucina.
Cerchiamo soluzioni, ma torniamo sempre al punto.
È colpa nostra, non siamo stati duri abbastanza.
Ora non sento rabbia, solo delusione profonda.
Eugenio non dice una parola in nostra difesa.
Teresa mi evita come fossi il nemico.
Una casa data per amore, trasformata in pretesa.