“Non sei la servitù,” sussurrò. Ma erano le sue lacrime nel lavello della cucina a raccontare un’altra storia.

La cucina di Palazzo Serbelloni mi stringeva come un sudario.

Le mani affondate nell’acqua saponata.

Le nocche bianche contro l’acciaio del lavello.

Strofinavo lo stesso piatto da dieci minuti.

Forse più.

Non ci vedevo quasi più, tra le lacrime.

Lei era dietro di me.

Sentivo il suo profumo dolciastro.

Il fruscio del taffetà verde.

Ogni parola, una lama sottile.

— Tesoro, forza e coraggio — disse all’amica.

Ma la voce era rivolta a me.

— Queste ragazze si montano la testa.

— Un grembiule e si credono padrone di casa.

Non mi voltai.

Le lacrime cadevano nell’acqua sporca.

— Il suo posto è in cucina.

— Per la gente come noi, certe cose non cambiano.

La porta a battente si spalancò di colpo.

Riconobbi i passi.

Erano quelli di Matteo.

Lo sentii prima ancora di vederlo.

— Chiara… — la voce spezzata.

— Guardami. Ti prego.

Come potevo guardarlo?

Le mani unte di grasso, il viso distrutto.

Mi voltai piano, con vergogna.

I suoi occhi erano pieni di rabbia.

Ma non verso di me.

— Zia Lucia, basta — disse, fermo.

— Non sei la servitù, Chiara — sussurrò poi.

Le sue mani presero le mie, bagnate e fredde.

La zia Lucia sbuffò, infastidita.

— Matteo, è solo una ragazza di cucina.

— È mia moglie — rispose lui, netto.

Il silenzio cadde come un velo pesante.

L’amica della zia abbassò lo sguardo.

Io tremavo, incredula.

— Da quando? — chiese la zia, gelida.

— Da ieri — disse Matteo. — In Comune, solo noi due.

Mi guardò con tenerezza infinita.

— Volevo dirtelo con calma, zia.

— Ma dopo quello che ho sentito, non aspetto più.

Si voltò verso di me, ignorando il resto.

— Chiara, andiamo via da qui.

Presi il suo braccio, lasciando il piatto nel lavello.

La zia Lucia restò immobile, pallida.

Il taffetà verde sembrò improvvisamente stonato.

Matteo mi guardò un’ultima volta, prima di uscire.

— Nessuno decide più il tuo posto, ora.

Varcammo la soglia insieme, senza voltarci indietro.

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“Non sei la servitù,” sussurrò. Ma erano le sue lacrime nel lavello della cucina a raccontare un’altra storia.