Lidia osservava la suocera e pensava: “Ma che serva devota dev’essere per togliersi gli stivali al marito! Non basta che

Lidia guardava la suocera e non capiva.

Suo marito era tornato ubriaco, barcollante, incapace di dire due parole.

E lei, china, gli toglieva gli stivali.

“Grazie a Dio,” borbottava, “i piedi sono caldi, non si sono congelati.”

“E i calzini di lana li ho fatti io, belli spessi.”

Lidia non trovava le parole.

La suocera sollevò il marito dal divano.

Lo sostenne con un braccio, lo portò fino al letto.

Lo coprì come si copre un bambino.

Mise sul comodino una caraffa d’acqua piena.

Poi andò in cucina, serena, a bersi un caffè.

Lidia avrebbe voluto dire: “E dove sono gli schiaffi? Gli stivali tirati contro il muro?”

Invece vide il viso tranquillo della suocera.

La sentì quasi giustificare quell’uomo.

“È tanto che non beve, avrà incontrato qualche amico,” disse.

“Lavora sempre, poveretto, un po’ di sollievo ci vuole.”

“Ha esagerato, certo. Il fegato non è più quello di una volta.”

“Ma una settimana di dieta e rimettiamo tutto in ordine.”

Lidia, sposata da un anno, osservava ogni cosa.

Notava come la suocera non alzasse mai la voce.

Spiegava con calma, poi faceva comunque come voleva lei.

Quando il marito si ammalava, gli girava intorno in punta di piedi.

Una volta le aveva detto:

“Curare se stessi è facile. Curare un marito no.”

“C’è la malattia, e ci sono i capricci.”

“La rabbia di essersi ammalato proprio adesso.”

Lidia prendeva nota, in silenzio, imparava.

A tavola, se suo marito sorbiva la minestra, lei lo fulminava con lo sguardo.

Posava il cucchiaio, smetteva di mangiare.

Lui capiva, e ingoiava in fretta, soffocandosi quasi.

La suocera, invece, diceva al marito:

“Non ti agitare, non c’è un bambino da cullare.”

“Né una mucca da mungere.”

Se lui sorbiva forte, commentava: “Grazie a Dio, è buono questo piatto.”

“Forse ha paura che glielo portino via.”

Il suocero capiva l’antifona, e mangiava più piano.

Un giorno arrivarono amici del suocero.

La suocera preparò uno spuntino, poi tornò alle sue faccende.

Gli uomini chiacchieravano, qualche parolaccia, ma nulla di grave.

Per Lidia, però, restavano troppo.

“Non è ora che se ne vadano?” chiese alla suocera.

“Non sanno quando è il momento?”

La suocera rispose piano:

“Spetta a loro decidere quando andare.”

“La porta si spalanca quando arrivano.”

“Quando se ne vanno, non si indica l’uscita, si offre un bicchierino.”

“Si vedono una volta all’anno, lasciali stare.”

“Vai piuttosto a chiedere se manca qualcosa.”

Gli uomini se ne andarono contenti.

Il suocero abbracciò la moglie, soddisfatto.

Quando il marito di Lidia tardava, il suo viso diventava di pietra.

Occhi che lanciavano fulmini, pensieri neri.

La suocera la calmava: “Non pensare al peggio.”

“Guadagnare non è facile, ci vuole tempo.”

“E se fosse quello che temi, il tempo non cambia niente.”

“Può tradirti anche arrivando puntuale.”

Un giorno la suocera tornò dall’orto, stanca ma contenta.

“Ho aiutato mio marito, lavorava da solo al pollaio,” disse.

Lidia si irrigidì: “Non è lavoro da donna, sollevare pesi!”

“C’è vostro figlio, può aiutare lui.”

La suocera sorrise, senza offendersi.

“In casa ci si aiuta. Ogni lavoro pesa meno insieme.”

“Si dice che in una buona famiglia ci siano quattro mani, quattro piedi, una lingua sola.”

“In una cattiva, invece, ce ne sono due.”

“Mentre sceglievamo le assi, abbiamo ricordato tanto.”

“Dopo la guerra si sopravviveva a stento.”

“Ma stavamo uniti, senza badare a chi doveva fare cosa.”

“I mariti sapevano quanto era dura per noi.”

“Ma cosa potevano fare, con tutto distrutto?”

Quando il suocero rientrò, si preoccupò per la stanchezza della moglie.

Si vedeva che lavorare insieme li aveva reso felici.

Lidia rifletté a lungo quella sera.

La suocera agiva con saggezza, lei no.

Rimproverava sempre il marito, mostrava insoddisfazione, non taceva mai.

Forse poteva capire di più, invece di mostrare orgoglio.

Nei giorni di festa, la suocera cucinava i piatti preferiti degli uomini.

Un giorno le disse:

“Lidia, anche se sei arrabbiata, prepara sempre da mangiare.”

“Puoi non parlargli, ma servi la tavola in silenzio.”

“Puoi essere furiosa, ma devi nutrirlo.”

“Un uomo affamato è una bestia, con lui non c’è ragione.”

“Prima fallo mangiare.”

“Poi, se ha torto, parlategli.”

Lidia ascoltò, e per la prima volta non ribatté.

Capì che la pazienza non è debolezza.

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Lidia osservava la suocera e pensava: “Ma che serva devota dev’essere per togliersi gli stivali al marito! Non basta che