Il mio collega mi fermò vicino all’auto.
Ero ancora in abito da sposo.
– Davide, devo dirti una cosa, – mi disse, serio.
– Dimmi, – risposi, incuriosito.
– Sai che Antonella ha una figlia?
Rimasi di sasso.
– In che senso, una figlia?
– Mia moglie l’ha riconosciuta al ricevimento. È ostetrica, ricorda i nei.
Non capivo più niente.
– Ha visto un segno sul collo di una bambina, anni fa. Antonella rinunciò a quella neonata.
Il collega mi guardava, aspettando una reazione.
– Le diede il suo cognome. Rossi. La chiamò Giulia.
Restai muto al volante.
Antonella aveva trentadue anni quando ci sposammo.
Una vita prima della mia, certo.
Ma una figlia abbandonata?
Come si convive con una scelta simile?
Decisi di andare a vedere con i miei occhi.
Trovai l’orfanotrofio in pochi giorni.
Il direttore mi portò davanti a una bambina sorridente.
– Ecco la nostra Giulia Rossi, – disse lui. – Dì all’uomo quanti anni hai.
Notai subito lo strabismo nei suoi occhi.
Mi si stretse il cuore.
Era la figlia della donna che amavo.
Mia nonna diceva sempre: un figlio imperfetto resta un prodigio per chi lo ama.
Giulia si fece avanti, senza paura.
– Ho quattro anni. Sei il mio papà?
Non sapevo cosa dire.
– Giulia, vuoi una mamma e un papà? – le chiesi, goffo.
– Sì! Mi porti con te?
– Ti porterò. Ma devi aspettare un poco. Puoi farlo?
– Aspetto. Non mi inganni?
– No, non ti ingannerò.
Le baciai la guancia e tornai a casa.
Raccontai tutto ad Antonella.
– Dobbiamo prendere Giulia. La adotterò io.
– Hai chiesto a me se la voglio? È pure strabica!
– È tua figlia. Le opereremo gli occhi. È una bambina splendida.
Alla fine Antonella accettò.
Aspettammo un anno per portarla a casa.
La andavo a trovare spesso.
Antonella restava fredda, dubbiosa, quasi pentita.
Insistetti, e arrivammo fino in fondo.
Il giorno in cui Giulia entrò in casa nostra, tutto per lei era meraviglia.
Gli occhi migliorarono con cure lunghe un anno e mezzo.
Niente intervento, per fortuna.
Giulia cresceva somigliando sempre più ad Antonella.
Due bellezze in una casa, pensavo con orgoglio.
Ma la bambina non si sentiva mai sazia.
Dormiva con un pacchetto di biscotti stretto al petto.
La fame di prima non la lasciava.
Antonella si irritava, io mi intristivo.
Cercavo di unire la famiglia, ma mia moglie restava distante.
Amava solo se stessa, in fondo.
I litigi aumentavano, sempre per colpa di Giulia.
– Perché hai portato in casa quella selvaggia? – urlò una volta Antonella.
Io l’amavo comunque, follemente.
Mia madre mi aveva avvertito, prima del matrimonio.
– Figlio mio, l’ho vista con un altro uomo. È astuta. Ti circuirà.
Non l’avevo ascoltata.
L’amore accecava ogni dubbio.
Ma con Giulia la crepa si allargò.
Un amico mi disse una cosa strana.
– Se vuoi smettere di amare una donna, prendile le misure con un metro da sarta.
– Scherzi? – risposi, incredulo.
– Busto, vita, fianchi. Funziona sempre, dicono.
Decisi di provare, per gioco.
– Antonella, vieni, ti prendo le misure.
Lei sorrise, sorpresa.
– Mi aspetta un vestito nuovo?
– Esatto, – mentii, misurando con cura.
Finito l’esperimento, l’amavo come prima.
L’amico si sbagliava, pensai, sorridendo tra me.
Poi Giulia si ammalò.
Febbre alta, naso che colava, pianto sommesso.
Seguiva Antonella per casa, stringendo la sua bambola Maria.
Ero felice che avesse smesso coi biscotti.
Amava vestire e svestire quella bambola, sempre.
Ma quel giorno Maria era nuda.
Segno che Giulia non aveva forze.
Antonella perse la pazienza.
– Smettila di piangere! Vai a dormire!
Giulia stringeva la bambola, piangendo piano.
Antonella scattò, le strappò la bambola dalle mani.
Corse alla finestra, la spalancò, lanciò la bambola fuori.
– Mamma, è la mia Maria! Si gela fuori! Posso andare a prenderla?
Giulia corse verso la porta, in lacrime.
Scesi io, di corsa, per le scale.
L’ascensore era rotto, come sempre.
Ottavo piano, gambe che tremavano.
Trovai la bambola appesa a un ramo, a testa in giù.
La presi, scossi via la neve.
I fiocchi sul viso di gomma parevano lacrime vere.
Risalendo pensai che sarei invecchiato di colpo.
Non trovavo spiegazione al gesto di Antonella.
Entrai nella stanza di Giulia.
La bambina era in ginocchio vicino al letto.
Teneva la testa appoggiata al materasso, in silenzio.