Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, Lidia Borsetti pretese qualcosa di assurdo.
Voleva indietro gli orecchini d’oro.
Quelli regalati a me, Ginevra, il giorno delle nozze.
— “Gli orecchini!” sbottò, puntando il dito. — “Toglili subito.”
— “Signora Borsetti, non capisco,” cominciai.
— “Toglili, è chiaro,” mi interruppe. — “Sono i miei. Li voglio indietro.”
Ma andiamo con ordine, da prima.
Mi trovavo in un negozio di abiti, due vestiti in mano.
Uno color panna, sobrio. L’altro verde smeraldo, elegante.
Gli specchi riflettevano il mio sguardo stanco.
Il cinquantesimo di Lidia era imminente.
Una festa da capostipite, in un ristorante elegante di Milano.
Musica dal vivo, fotografo, tutto curato nei dettagli.
Lidia era la suocera che trasformava ogni domanda in un interrogatorio.
Giudicava tutto: l’aspetto, i modi, persino il piatto scelto al buffet.
Mio marito Stefano non diceva mai nulla, davanti a lei.
Il suo silenzio pesava più di ogni rimprovero.
— “Posso aiutarla a scegliere?” chiese la commessa.
— “Grazie, sto solo guardando,” risposi.
Il verde smeraldo costava quasi metà del mio stipendio.
Il panna era più modesto, più economico.
Se avessi scelto il panna, Lidia mi avrebbe accusata di scarsa cura.
Se avessi scelto il verde, mi avrebbe accusata di volerle rubare la scena.
Ricordai il Capodanno scorso, il vestito rosso.
— “Ginevra, il rosso non è per tutti,” aveva detto allora, sorridendo.
Quella sera mi ero sentita giudicata persino mentre mangiavo.
Respirai profondamente, guardai ancora lo specchio.
Volevo scegliere senza pensare al suo giudizio.
— “Lo prendo,” dissi, allungando il vestito verde.
Il giorno della festa arrivò, caotico e luminoso.
Il ristorante scintillava, i camerieri correvano con i vassoi.
Lidia, in paillettes dorate, raccoglieva complimenti come una diva.
Quando entrai, i chiacchiericci si fermarono un attimo.
— “Ginevra, cara!” esclamò lei, scrutandomi dalla testa ai piedi.
— “Ma guarda che vestito! Vuoi rubarmi la scena?”
Sorrisi, nascondendo il cuore che batteva forte.
— “Volevo solo farla felice, signora Borsetti.”
Stefano annuì, accanto a sua madre:
— “Ti sta benissimo, davvero.”
Quel “davvero” fu per me una piccola vittoria.
La serata scorreva tranquilla, quasi troppo tranquilla.
Poi, accanto a me, Lidia si avvicinò con un sorriso teso.
— “Ginevra,” sussurrò, “togliti gli orecchini.”
Rimasi di sasso.
— “Scusi?”
— “Gli orecchini,” ripeté più forte. — “Quelli del matrimonio. Toglili.”
Alcuni ospiti risero, pensando a uno scherzo.
Ma Lidia non scherzava affatto.
— “Non capisco perché,” balbettai, con un brivido lungo la schiena.
— “Sono miei,” insistette. — “Non li voglio più su di te.”
Stefano sbatté il bicchiere sul tavolo.
— “Mamma, ma che stai facendo? È troppo.”
— “Troppo è quando la nuora ruba la scena alla suocera!” esplose Lidia.
Il silenzio calò pesante sul tavolo.
— “Mamma, basta,” disse Stefano, alzandosi.
Mi tolse delicatamente gli orecchini, li porse a sua madre.
— “Ora sei contenta?”
Lidia si sistemò le spalle, fredda.
— “Contenta,” rispose. — “Che la tua gioia possa diminuire, Ginevra.”
Sentii un vuoto dentro, volevo scomparire da quella scena.
— “Andiamo via,” mormorò Stefano.
Ma l’animatore annunciò il ballo madre-figlio.
Gli applausi esplosero, Lidia afferrò subito la mano di suo figlio.
— “Stefano, muoviamoci. Non metterci in imbarazzo.”
La sua stretta era di ferro, inflessibile.
Rimasi sola davanti all’uscita, nel freddo pungente della sera.
Chiamai un taxi, senza aspettare nessuno.
Il cellulare vibrò nella borsa: era Stefano che chiamava.
Non risposi, strinsi la borsa al petto.
— “Dammi un attimo per riprendermi,” sussurrai a me stessa.
Stefano, fuori dal ristorante, si sentiva stupido e in colpa.
Aveva perso il momento giusto per difendermi davvero.
Continuò a chiamare, disperato.
— “Ginevra, rispondi, per favore.”
Quando risposi, la voce era calma, controllata.
— “Sono a casa. Ho solo bisogno di stare sola.”
— “Sto arrivando,” disse lui. — “Non chiudere la porta a chiave.”
Si fermò da una fioraia aperta tutta la notte.
— “Qualcuno ha combinato guai,” rise lei, porgendogli rose rosse.
— “Proprio così,” ammise Stefano.
Entrò in casa, trovò me sul divano, avvolta in un accappatoio.
— “Non volevo rubare la scena,” dissi subito. — “Volevo solo sentirmi bella.”
Stefano mi porse le rose, si sedette accanto.
— “Avevi ragione tu. Sua madre ha esagerato davvero.”
— “Forse è perché sono giovane,” dissi piano.
— “Ti prometto che sistemerò tutto,” rispose lui, prendendomi la mano.
Guardò i miei orecchi, ora nudi, senza più oro.
— “Li hai indossati per lei, vero?”
— “Sì. Pensavo le avrebbe fatto piacere. Invece…”
Stefano mi strinse forte.
— “Sei tu il mio regalo più bello.”
Nel frattempo, a casa sua, Lidia non riusciva a calmarsi.
Si tolse l’abito, lo appese, prese gli orecchini dal comò.
— “Che spavalderia,” brontolò, stringendoli fra le dita.
Li gettò in una vecchia scatola, con rabbia.
Suo marito uscì dal bagno, la guardò stanco.
— “Lidia, ti sei calmata? La festa è finita, tutti sono contenti tranne te.”
Lei si voltò, il sorriso teso, gli occhi pieni di qualcos’altro.
Qualcosa che assomigliava, forse, al rimorso.
Ma non lo ammise mai, nemmeno quella notte.