Tredici anni e nessuno

Il canile di Formigine sa di cloro e paglia bagnata.
Nei corridoi gira sempre una corrente d’aria fredda.
Me la ricorderò per sempre, quella corrente.
Perché è lì che ho visto Fiero per la prima volta.

Mi chiamo Loredana Bertozzi, ho quarantatré anni.
Lavoro come cassiera alla stazione delle corriere di Formigine da quindici anni.
Mia figlia è grande, vive a Modena.
Mio marito è morto tre anni fa, infarto, in cucina, con la tazza del caffè in mano.

Da allora la casa è diventata troppo silenziosa.
Pensavo di prendere un gatto.
I gatti sono tranquilli, non chiedono niente.

Ma la mia amica Carla, che fa volontariato al canile, mi ha chiamato.
“Lori, vieni a vedere. C’è un cane che nessuno vuole. È vecchio.”

Sono andata di sabato, verso le undici.
Al cancello del canile c’erano due famiglie con bambini.
Sceglievano cuccioli, allegri, pelosi, scodinzolanti.

In fondo, vicino alla rete, c’era un cane seduto da solo.
Un pitbull, tredici anni sui documenti.
Ma sembrava più vecchio, forse quindici.

Il muso era grigio.
Un orecchio strappato da cucciolo, mi ha spiegato la responsabile, Ornella.
Si chiamava Fiero.

Non è venuto verso la rete.
Non ha scodinzolato, non ha abbaiato.
Stava solo lì, a guardare.

Mi sono accovacciata, e lui ha battuto le palpebre.
Come se anche quello gli costasse fatica.

“È qui da tre anni,” ha detto Ornella, armeggiando con le chiavi.
“Il padrone è morto, i parenti non l’hanno voluto.”
“La gente accarezza i cuccioli, lui nemmeno lo guardano.”
“L’età spaventa.”

Ho chiesto della salute.
Ornella è stata onesta: cuore un po’ debole, articolazioni che scricchiolano.
“Forte, comunque, per la sua età.”
“Due o tre anni, se va bene,” ha detto, quasi scusandosi.

Ho firmato i documenti in dieci minuti.
Ho pagato solo trenta euro per cibo e vaccini.
Il canile non chiede soldi per cani come lui, basta che qualcuno li prenda.

Ornella mi ha portato una vecchia coperta, quella con cui era arrivato.
Mi ha detto che non aveva altro.
Niente giocattoli, niente guinzaglio suo.
Tutto era rimasto da qualche altra parte, col vecchio padrone.

Siamo arrivati alla mia auto, una Punto vecchia, comprata usata da mio marito anni fa.
Ho aperto la portiera posteriore.
Aspettavo che saltasse su, felice dell’aria fresca.

Lui si è fermato, ha annusato la ruota.
Poi è salito goffamente, si è seduto sul sedile.
E mi guardava dritto negli occhi.

Ho messo in moto, guardandolo dallo specchietto.
Niente abbaii, niente lamenti.
Solo quello sguardo stanco, indagatore.
Come se controllasse: sarà un altro scherzo? Torneranno indietro dopo l’angolo?

In macchina ho messo la radio.
Suonava una vecchia canzone che piaceva a mio marito.
Mi sono accorta che parlavo al cane ad alta voce.

“Qui c’è la statale, poi giriamo per la circonvallazione.”
“A casa ho un divano vecchio, di velluto. Perfetto per riposare.”

Fiero non reagiva.
Stava seduto, tremando leggero alle curve.
Non toglieva gli occhi da me, nello specchietto.

A casa, nel mio appartamento di via Gramsci, gli ho preparato un angolo vicino al radiatore.
Una vecchia coperta, una ciotola nuova comprata il giorno prima, dieci euro al negozio di animali.

Fiero ha annusato ogni stanza, come a fare un inventario.
Si è fermato davanti al divano, dove sedeva mio marito col giornale.
Poi è tornato alla coperta, si è sdraiato, il muso sulle zampe.

La prima settimana mangiava poco, si alzava a fatica.
Le articolazioni.
L’ho portato dal veterinario in viale Rimembranze.

Gli hanno fatto un’iniezione, prescritto delle pastiglie.
Il veterinario, un giovane di nome Matteo, mi ha detto chiaro:
“È vecchio, ma ha ancora voglia di vivere. Deve solo imparare a fidarsi di nuovo.”

Dopo un mese ha chiamato la nipote del vecchio padrone di Fiero.
Si chiamava Patrizia, quella che non l’aveva voluto.
Diceva di aver saputo, tramite conoscenze al canile, che qualcuno l’aveva preso.

Voleva “controllare come stava”.
Ma in realtà, come si è capito dalla telefonata, cercava una vecchia medaglia militare dello zio.
Diceva che era finita “per sbaglio insieme alle cose del cane”.

Le ho spiegato che non avevo nessuna medaglia.
Solo una coperta strappata.

Patrizia insisteva, alzava la voce.
Diceva che la medaglia era “un cimelio di famiglia”.
Diceva che “avrebbe trovato un modo per riprendersela”.

Le ho proposto di venire a controllare insieme, senza nascondere niente.

È arrivata due giorni dopo, sabato, verso mezzogiorno, con la sua Panda.
Appena entrata in casa, Fiero si è alzato dalla coperta.
Si è messo tra noi due, senza ringhiare, ma deciso, bloccando il passaggio verso il divano.

Patrizia si è ritratta.
“Toglietelo, ha paura di me… cioè, io ho paura di lui.”

Ho preso Fiero per il collare, l’ho portato in un’altra stanza.
Il cuore mi batteva forte.
Per la prima volta in un mese aveva mostrato carattere.
Per la prima volta aveva deciso di proteggere qualcuno.

Patrizia ha controllato la coperta, rovistato nella borsa che non avevo buttato.
Non ha trovato niente.

La medaglia, si è saputo dopo, era in una cassetta di sicurezza in banca.
Lo zio l’aveva messa lì un anno prima, temendo proprio liti come questa tra parenti.

Patrizia se ne è andata a mani vuote.
Ha detto, uscendo: “Comunque quel cane morirà presto, perché tenerlo.”

Ho chiuso la porta, mi sono appoggiata allo stipite.
Sono rimasta così per tre minuti, sentendo la tensione sciogliersi dalle spalle.

Fiero è uscito dalla stanza da solo.
Si è avvicinato, si è seduto vicino a me.
Per la prima volta in un mese ha appoggiato la testa sul mio ginocchio.

Da quel giorno qualcosa è cambiato.
Ha cominciato ad aspettarmi alla finestra quando tornavo dal lavoro.
Usciva in giardino senza bisogno di guinzaglio, chiedeva lui stesso di andare fuori.

Sei mesi dopo, d’inverno, mi è venuta l’influenza, con la febbre alta.
Non si è mosso dal letto per due giorni.
Prima preferiva sempre tenersi a distanza.

Ora è passato un anno e mezzo.
Fiero ha quattordici anni e mezzo.
Le articolazioni scricchiolano di più.

Ma ogni mattina mi aspetta ancora alla porta.
Scodinzola piano, da vecchio, con misura.

Ho fatto un’assicurazione veterinaria per lui.
Ho messo da parte una cartella con tutti i documenti medici.
Nel caso tornasse qualche parente a reclamare qualcosa.

Un avvocato della stazione, il signor Ferretti, mi ha aiutato a scrivere una dichiarazione.
Cessione volontaria dell’animale dal canile.
Per sicurezza, perché nessuno possa più venire a vantare diritti.

Ogni sera gli preparo la ciotola, cibo buono, dodici euro la confezione.
Fiero si alza piano dalla coperta.
Prima si stira, allungando la zampa posteriore.

Poi arriva, annusa la ciotola.
E comincia a mangiare, scodinzolando piano.
Da vecchio, ma felice.

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