A 54 anni mi sono trasferita a casa di un uomo che conoscevo da pochi mesi soltanto, per non disturbare mia figlia. Ma in breve tempo mi è successa una cosa terribile e ho profondamente rimpianto ogni mia scelta.
Pensavo che a 54 anni si sapesse riconoscere le persone al volo. Che lesperienza ti insegnasse a leggere lanima degli altri come un libro aperto. Ma mi sono resa conto di essere stata semplicemente troppo ingenua.
Vivevo con mia figlia, Martina, e mio genero. Sono davvero brave persone, affettuose e premurose. Tuttavia, mi sentivo sempre unestranea nella loro casa. Avevo limpressione di essere di troppo. Non perché me lo dicessero apertamente, anzi. Era semplicemente laria in casa a essere diventata così pesante da non poter più respirare. Sentivo il silenzio urlarmi più di mille parole: Abbiamo la nostra vita, mamma, ci serve il nostro spazio.
Non volevo rovinare la loro serenità. Speravo di andar via senza drammi, senza umiliazioni, così che non si sentissero in colpa. Volevo sparire prima che mi chiedessero: Mamma, forse faresti meglio a trovare un posto tutto per te?
Un giorno, una collega mi disse:
Mio fratello è solo. Secondo me potreste trovarvi bene.
Sorrisi: Dopo i cinquanta? Ma chi si mette insieme a questetà?
Eppure ci siamo incontrati.
Un incontro come tanti: passeggiata, due chiacchiere, un caffè. Niente di che. Eppure fu proprio la sua semplicità a colpirmi. Non era invadente, né esagerato. Senza grandi promesse, senza ostentazioni. Pensai: Con lui sarà tranquillo. Ed è quello di cui ho bisogno. Ho bisogno di quiete.
Abbiamo iniziato a frequentarci con quella serenità che solo la maturità ti regala. Lui preparava la cena, veniva a prendermi al lavoro, vedevamo la televisione, uscivamo a passeggiare. Nessuna passione travolgente, nessun tumulto. Credevo di aver trovato la felicità che si addice alla mia età: semplice, pacata, senza clamori.
Dopo qualche mese mi propose di andare a vivere da lui.
Ci ho pensato a lungo. Ma alla fine ho deciso che era la soluzione giusta.
A Martina la sua libertà. A me una nuova vita. Ho preparato le valigie, sorridevo dicendo che andava tutto bene. Ma avevo unansia dentro, come una nuvola nera.
Allinizio, davvero tutto tranquillo. Si organizzavano le cose di casa, si andava a fare la spesa insieme, ci si dividevano i compiti. Lui era premuroso, educato. Mi sono rilassata. Ho creduto di aver finalmente trovato il mio porto sicuro.
Ma poi sono arrivate le piccole cose.
Le stranezze iniziarono con poco. Alzai un po il volume della radio lui subito si irritò, dicendo che la sua testa non reggeva certi rumori. Poggio la mia tazza senza sottobicchiere me lo fece notare subito, dicendo che lasciava i cerchi sul tavolo. Presi un tipo di pane diverso dal solito sospirò: Questo non è buono.
Non ci ho dato peso. Piccolezze. Ognuno ha le sue abitudini. Mi impegnavo a ricordare cosa gli piaceva e cosa no. Pensavo: bisogna solo un po di tempo per adattarsi.
Poi è arrivata la gelosia. Se uscivo tardi dal lavoro, mi bombardava di domande. Dove sono stata? Con chi parlavo? Perché non rispondevo subito al telefono? Allinizio mi sono persino divertita. A questetà, qualcuno che ti è geloso. È pur sempre una forma dinteresse
Poi, però, si è fatto pesante.
La gelosia si trasformava sempre più spesso in rabbia. Arrivava ad alzare la voce se stavo troppo tempo al telefono con unamica. Voleva sapere di cosa parlavamo, perché tutto quel tempo. Ho iniziato a evitare chiamate lunghe, pur di non farlo agitare.
Germanò a criticare il mio modo di cucinare. La minestra sciapa. Le polpette secche. Il risotto troppo cotto. Cercavo di correggere, cucinare come piaceva a lui. Eppure, cera sempre qualcosa che non andava.
Un giorno metto su della musica mi piace ascoltare i vecchi successi italiani mentre cucino. Entra in cucina: Spegni questa roba. Gente normale non ascolta certe stupidaggini. Spensi. Senza dire una parola.
Poi, unesplosione. Tornò dal lavoro nervoso. Chiesi cosa fosse successo. Si voltò di scatto e mi intimò di farmi gli affari miei. Rimasi paralizzata. In un attimo afferrò il telecomando e lo scaraventò contro il muro. In frantumi.
Non ci potevo credere. Era tuttaltra persona rispetto alluomo calmo dei nostri primi incontri. Rabbioso, impulsivo, imprevedibile.
Chiese scusa dopo. Disse che era lo stress del lavoro. Gli ho creduto. Può capitare. Nessuno è di ferro.
Da lì, una vita nuova. Camminavo in punta di piedi. Mi trattenevo per non contrariarlo. Parlavo a voce bassa. Cercavo di non fare domande inutili. Cucinavo come diceva lui. Pulivo come voleva lui. Guardavamo solo i programmi che sceglieva lui.
Ogni giorno sentivo di sbagliare tutto. Che non capivo niente. Che non avevo gusto. Cominciai a dubitare di me stessa. Forse sono io quella sbagliata?
Restavo sempre più zitta. Pensavo: più sono docile, silenziosa, invisibile, più si aggiusterà tutto. Gli serve solo tempo. Sono solo difficoltà temporanee, bisogna essere adulti e sapersi adattare.
Ora lo capisco: questo era il mio vero errore. Più mi facevo piccola, più lui si faceva grande. Più mi impegnavo, meno andava bene.
Perché non sono andata via subito? Non era per amore era finito da un po, forse non cera mai stato davvero. Era solo abitudine, forse paura.
Semplicemente, ormai avevo lasciato la casa di mia figlia. Non volevo tornare sui miei passi trascinandomi dietro le borse e dover spiegare che tutto era fallito. Mi vergognavo. Mi sentivo una donna adulta che avrebbe dovuto capire le persone, ed eccomi di nuovo nei guai.
E poi pensavo a Martina. Lei e suo marito finalmente liberi. Magari pensano a un bambino. Lo desideravo anche io un nipotino. Se torno, sarò solo un peso di nuovo.
Così ho sopportato. Mi dicevo: solo un altro po, vedrai che cambierà. Basta comportarsi bene, essere accomodanti.
Peggiorava ogni giorno. Sentivo che dentro di me qualcosa si rimpiccioliva. Come se stessi scomparendo, diventando trasparente.
Lultima goccia? Una presa. Sì, una semplice presa elettrica.
Non funzionava più. Glielho detto: serve chiamare lelettricista. Subito si è rabbuiato. Che ci hai fatto? Niente, solo caricato il telefono. Ha sbraitato che avevo rotto tutto perché non so stare mai ferma.
Ha provato a sistemarla. Ha staccato la corrente, smontato la placchetta, armeggiava. Niente da fare. Sempre più nervoso. Mormorava insulti. Poi lanciò il cacciavite. Un colpo metallico a terra. Poi le viti che rotolavano ovunque.
Urlava. Contro di me, contro la presa, contro la vita. E io lì accanto, e allimprovviso ho capito: peggiorerà solo. Non cambierà mai. Io stavo svanendo.
Non ho fatto scenate. Niente discussioni. Ho solo deciso. Silenziosamente, con fermezza.
Sabato mattina, come da abitudine, si preparò per andare alle terme. Prese la borsa, mi disse che sarebbe tornato la sera. Io annuii. Divertiti.
Appena chiusa la porta, ho cominciato a raccogliere le mie cose. In fretta. Precisa. Vestiti, documenti, qualche trucco. Il necessario. Tutto il resto lasciato lì. Le stoviglie scelte insieme. Gli asciugamani. Le lenzuola. I libri. Le foto. I progetti. I sogni.
Sei mesi di vita in uno zaino e una borsa. Strano, vero? Sembra tanto, ma alla fine resta poco o nulla. E quello che rimaneva, non contava più.
Ho lasciato le chiavi sul tavolo dellingresso. Un foglio: Non cercarmi. È finita. Ho chiuso la porta.
E sapete cosa ho provato? Sollievo. Un sollievo così forte che mi mancava il fiato. Ero fuori dal portone, da sola con le borse, e per la prima volta dopo mesi respiravo a pieni polmoni. Come se avessi risalito la corrente.
E poi?
Ho chiamato Martina. Torno a casa. Nessuna domanda, solo: Vieni, mamma. Ti aspettiamo.
Quando sono arrivata, mio genero ha messo su lacqua per il tè. Martina mi ha abbracciata. Sono scoppiata a piangere. Per la prima volta dopo tanti mesi. Lei mi accarezzava come faceva da bambina.
Poi ho raccontato tutto. Dallinizio alla fine. Mi hanno ascoltata in silenzio. Alla fine Martina ha solo detto: Mamma, tu non ci hai mai dato fastidio. E mai ce ne darai. Questa è casa tua. Sempre.
Lui mi ha cercato. Tante volte. Messaggi arrabbiati, poi suppliche. Promesse di cambiare. Giurava che sarebbe stato diverso. Voleva che tornassi.
Non ho mai risposto. Poi lho bloccato.
Adesso sono passati alcuni mesi. Vivo con Martina, lavoro, vedo le amiche, la sera vado a nuotare. La mia vita è tornata semplice, serena.
E sapete cosa ho veramente capito? Il problema non era solo lui. Certo, anche. Ma lerrore grande era mio: ho cercato troppo a lungo di essere accomodante.
Pensavo che alla nostra età bisogna chiudere un occhio, che ormai non si può pretendere troppo. Che limportante sia non restare soli. Che meglio una brutta relazione che nessuna.
Tutte bugie.
Letà non toglie il diritto al rispetto. Alla tranquillità. A essere ascoltati e apprezzati. E non ti impedisce di andartene, se stai male.
Non rimpiango di aver lasciato tutto. Solo avrei voluto farlo prima. Perché nessun periodo sprecato a farsi piccoli e silenziosi vale la propria felicità.
Ora, finalmente, ascolto la mia musica. Ad alto volume. Cucino come piace a me. Compro il pane che scelgo io. Telefono alle amiche e chiacchiero quanto mi va.
Questa è felicità. Semplice, quotidiana. Ma fondamentale.
Se vi siete riconosciute nella mia storia, non abbiate paura. Letà non conta. E la solitudine non è una condanna. Meglio soli che vivere nel terrore. Molto, molto meglio.






