Sei sicura, tesoro?
Elena posò la mano su quella della mamma e le sorrise.
Mamma, lo amo. E lui ama me. Ci sposiamo, vedrai che andrà tutto bene. Metteremo su famiglia, capisci?
Il papà sospinse da parte il suo piatto di minestrone ancora pieno e si mise a fissare il cortile fuori dalla finestra. Non disse nulla per diversi secondi, ma per Elena sembrò uneternità.
Hai solo diciannove anni disse infine, con voce bassa. Dovresti pensare agli studi, a prenderti una laurea, non ai matrimoni.
Papà, ce la faccio Elena parlava calma, anche se dentro le si stringeva tutto dalla voglia di fargli credere, di convincerli, di far vedere quello che vedeva lei. Andrea lavora, io studio. Non vi chiediamo soldi, vogliamo solo stare insieme, essere una famiglia.
Il papà scosse la testa senza aggiungere altro.
Non approvavano, Elena lo capiva bene: dalla bocca serrata del padre, da come la mamma si aggiustava nervosa la tovaglia. Però, nemmeno si opponevano. Forse perché si ricordavano comerano stati loro da giovani. Forse perché sapevano che, a proibirle qualcosa, avrebbero solo ottenuto leffetto contrario.
Il matrimonio lhanno fatto a maggio, una cosa semplice, ma tanto calorosa che ancora oggi Elena sentiva quel dolce abbraccio di felicità quando ci ripensava. Niente ristorante da duecento invitati, niente limousine né colombe bianche. Ma erano davvero felici.
Per il viaggio di nozze sono andati a Rimini. Solo una settimana, perché Andrea al lavoro più non poteva permettersi, e soldi non è che ne avessero molti. Ma quei sette giorni furono una bolla magica, fuori dal mondo: si svegliavano tardi, facevano colazione sul balconcino guardando lAdriatico, passeggiavano per il lungomare fino a notte, mangiavano piadine dai chioschi e si baciavano come se il mondo finisse domani.
Poi, la vita vera. Quella senza poesia negli angoli. Un bilocale in affitto dove dinverno entrava aria da sotto le finestre e i vicini di sopra facevano tremare la lampada col continuo camminare. Andrea usciva alle sette per andare a lavorare, Elena correva tra le lezioni. La sera si ritrovavano, stanchi morti, a scaldare qualcosa per cena prima di crollare a letto appena toccato il cuscino.
Eppure, dentro tutta quella routine piena di fatica, cera qualcosa di buono, di autentico. Qualcosa che vale.
Dopo sei mesi, i genitori la chiamarono chiedendole di passare il weekend da loro. Elena si fece mille domande: sarà successo qualcosa? Qualcosa di brutto? Di assurdo? Ma li trovarono in cucina, con le tazze di tè già pronte, e un busta davanti a loro, spinta silenziosa da papà.
È per voi disse lui, lo sguardo altrove. Per la casa. Anche soltanto un bilocale, ma vostra. Basta buttare via soldi con laffitto.
Elena fissava la busta come se scottasse. Sentiva il nodo alla gola e gli occhi pizzicanti di lacrime.
Papà iniziò, ma lui la bloccò con un gesto.
Prendila, su, non fare storie. Consideralo il nostro regalo di nozze. Anche se in ritardo.
Trovare casa fu questione di un mese: ventotto metri quadri al terzo piano, palazzina in periferia. Finestra sul cortile, cucinetta minuscola, bagno cieco. Niente di che per qualcun altro. Ma per Elena era il suo piccolo nuovo universo. Scelse la carta da parati, chiamò gli operai, appese le tende e sparse vasi di fiori comprati al mercato.
Un anno dopo, al terzo anno di università, cominciò a sentirsi strana. Allinizio pensava fosse qualcosa che aveva mangiato, poi solo lo stress da esami. Comprò il test di gravidanza più per prassi che per convinzione.
Due lineette rosa, nette, senza dubbi.
Seduta sul bordo della vasca, fissava quel pezzetto di plastica che aveva appena ribaltato tutta la sua vita. Terzo anno. La laurea tra due. Erano appena riusciti a sistemarsi. Come? Perché proprio ora?
Andrea tornò dal lavoro e capì subito che cera qualcosa che non andava. Senza parole, Elena gli porse il test. Lui lo guardò a lungo, in silenzio. Poi le alzò gli occhi addosso in quelli cera un qualcosa che le tolse il respiro.
Lo teniamo disse piano, ma deciso.
Andrea, sono solo al terzo anno. Come facciamo a
Lo teniamo ripeté, stringendole le mani. Prendi lanno di pausa, io lavoro di più. Ce la facciamo, Elena. È nostro figlio.
Il pianto le uscì spontaneo, nascosta sulla sua spalla. Per la paura, per lignoto, per gli ormoni e anche per una felicità che spingeva fuori dal buio come una margherita dallasfalto.
La pratica per lanno sabbatico fu semplice.
Michele nacque a marzo, con ancora la neve grigia sui marciapiedi ma già lodore di primavera nellaria. Tre chili e duecento, cinquantuno centimetri. Elena teneva stretto il minuscolo fagottino dal viso arricciato e rosso, e non ci credeva: era realtà. Era suo figlio. Suo e di Andrea.
Una felicità così grossa che sembrava potesse farle scoppiare il petto da quanto era grande.
E poi, i cambiamenti arrivarono silenziosi, come la prima brina che coglie di sorpresa: ieri cera caldo, oggi hai il respiro che fuma.
Andrea iniziò a tornare sempre più tardi dal lavoro. Prima mezzora, poi unora, poi Elena smise di contarle. Appese il giubbotto allingresso, passava oltre la culla senza nemmeno una carezza. Un tempo la prima cosa era prendere Michele in braccio, baciargli la testolina, fargli il solletico sulla pancia. Ora era come se il bambino non ci fosse mai stato.
Almeno salutalo, tuo figlio sbottò Elena un giorno.
Andrea fece una smorfia, come se avesse detto una parolaccia.
Sta dormendo. Devo svegliarlo?
Michele invece era sveglio. Con quegli occhi grandi, scuri, identici ai suoi. Ma Andrea non lo vedeva, o non voleva.
Poi cominciarono i commenti. Allinizio lanciati lì, per caso, e Lena si convinceva di aver frainteso.
Esci così? chiese una mattina, scrutandola dalla testa ai piedi.
Elena guardò: aveva indosso i suoi jeans, una maglia comoda. Niente di strano.
Che cè che non va?
Niente ma la faccia diceva tuttaltro.
Ogni giorno era peggio. Ormai non si sforzava più di edulcorare le parole.
Ti sei vista? le buttò una sera, mentre lei si metteva il pigiama. Sei ingrassata, sei sciatta. Sembri mia madre, altro che ragazza di ventidue anni.
Quelle parole furono un pugno nello stomaco. Elena, in piedi in mezzo alla stanza con la vecchia camicia da notte della nonna, non riuscì più a parlare. Sì, era ingrassata, dopo il parto non era ancora tornata in forma. Ma ma era normale, no?
Andrea, ho appena partorito.
Un anno fa! Le altre dopo tre mesi sono di nuovo perfette. Tu invece
Si ferma là, con un gesto seccato, uscendo dalla stanza. Michele si mise a piangere nella culla, spaventato dalle voci.
Fai tacere quel bambino! urlò Andrea dalla cucina Non si riesce mai a dormire!
Elena prese il piccolo in braccio, lo strinse forte, il naso affondato fra i suoi capelli morbidi. Le lacrime scesero silenziose sulle guance e si posarono su quella testolina, mentre Michele si calmava e lei restava lì, nella stanza buia, a cullare lui e un po anche se stessa.
A chi raccontarlo? I genitori, certo. Ma solo a pensare di prendere il telefono e chiamare la mamma, davanti agli occhi le tornava il padre: Hai diciannove anni, pensa a studiare Avevano avvertito. Avevano ragione. Lei invece niente, troppo sicura che con lamore si può tutto.
E ora? Presentarsi da loro ammettendo che avevano ragione e lei invece una povera illusa che si era rovinata la vita? Le sembrava già di vedere le lacrime della mamma e il silenzio rigido del papà, così ogni volta lasciava stare. Sei grande abbastanza per sistemartela da sola, si diceva. Fatti tuoi.
Un giorno, come sempre, portò Michele al parco: solito giro, quattro passi tra i platani spogli del giardinetto. Frugando nella borsa per le salviette, si accorse di aver dimenticato la merendina di Michele.
Non le restava che tornare.
Entrò a casa veloce, solo per pochi minuti. Ma trovò delle scarpe da donna, lucide, col tacco rosso, appoggiate nellingresso.
Le gambe la portarono avanti da sole, anche se la mente gridava torna indietro, non guardare!. La porta della camera era accostata.
E vide tutto, troppo. Una donna estranea nel suo letto, tra le sue lenzuola. Andrea, che nemmeno cercò di nascondersi, né di giustificarsi.
La guardò infastidito, come se fosse una zanzara seccante.
E cosa pretendi? disse a mezza voce. Guarda come ti sei ridotta. Dovrei sopportare? Ho venticinque anni, sono nel fiore degli anni, e torno a casa da una moglie spenta. Chi vuoi che ti prenda, ora, con un bambino appresso?
Elena restava appoggiata allo stipite: le gambe sembravano molli, la donna affrettava a raccogliere i suoi abiti. Andrea la guardava con un sorrisino storto.
Fuori di casa la voce di Elena la sorprese, roca e bassa Fuori dalla mia casa. Adesso.
Laltra si cacciò i vestiti in borsa ed uscì quasi correndo. Andrea osservava la scena, stizzito.
Non fare tragedie, su. Queste cose succedono, altroché. Mezza Italia fa così. E le mogli lo sanno e lo accettano. Con un figlio? Ma dove pensi di andare, scusa? Chi ti vuole con il pacchetto? Si rimise i jeans con gesti lenti. Basta scene.
Elena non ricorda neanche come sia uscita dallappartamento, né come abbia vestito Michele, chiamato un taxi, dato lindirizzo dei suoi. Per tutto il tragitto guardava fuori dal finestrino e accarezzava la schiena di suo figlio, mentre dentro si sentiva bruciata.
Apre la porta la mamma e a Elena basta uno sguardo: la stringe forte, come quando da bambina tornava a casa in lacrime col ginocchio sbucciato.
Mamma, io… comincia, ma la mamma la blocca.
Dopo. Poi mi racconti tutto. Vieni dentro.
Il papà esce dalla cucina, vede la faccia triste della figlia e il nipotino. La sua espressione cambia in pochi secondi.
Che succede?
Elena racconta tutto, fra balbettii e lacrime: le critiche, il gelo, le scarpe rosse in casa, e quelle parole chi ti vuole con il bambino.
Il papà resta zitto, poi prende la giacca.
Andiamo.
Dove? Elena non capisce.
Da lui.
Papà, no, ce la faccio
Lascia Michele con la mamma. Andiamo.
Andrea apre la porta come se non fosse successo nulla.
Il padre di Elena entra in casa, si guarda intorno. Poi si volta verso il genero, la voce bassissima e tesa, tanto che Elena sente paura.
Ora tu prendi le tue cose e te ne vai. Da questa casa. Che abbiamo pagato io e mia moglie, coi nostri risparmi. Non hai più posto qui.
Andrea prova a parlare di diritti, di cose comuni, ma il papà lo ferma subito.
Diritti? Parliamone. Parliamo di come hai trattato mia figlia. Di come lhai umiliata. Di cosa hai portato in casa nostra. Fa un passo avanti, Andrea indietreggia. Se sei ancora qua tra mezzora, chiamo i carabinieri. E credimi, ho i soldi per ottimi avvocati: ti rovino la vita. Ora vattene.
Andrea se ne andò. Mise due cose in una borsa e sparì, senza neanche salutare. Elena restò appoggiata al muro a guardare la porta che si chiudeva.
Perché non ci sei venuta prima? chiese papà, rimasti soli.
Pensavo Mi avevate avvertita, pensavo avreste detto che era colpa mia.
Papà allora si voltò, con occhi pieni di una dolcezza che la fece sciogliere di nuovo in lacrime.
Tu resterai sempre nostra figlia. La mia piccola. Capisci? Puoi sempre tornare da noi. Sempre. Qualsiasi cosa succeda.
Elena gli si buttò addosso, come quandera bambina, e pianse ancora, piangendo lontano tutto il dolore degli ultimi mesi.
…Due anni dopo, Elena è seduta per terra nello stesso appartamento, a guardare Michele intento a costruire una torre di cubi colorati. Il diploma di laurea, preso da privatista e con il massimo dei voti, poggia accanto a lei. Il telefono vibra per il messaggio dellaccredito dellassegno familiare.
Michele la guarda con un sorriso identico a quello dellex marito. Ma Elena ora non ci fa più caso.
Mamma, guarda!
Vedo, amore mio. Che bella torre.
Fuori, il sole scende dietro ai tetti, riempiendo il salotto di una luce arancione calda. Elena guarda suo figlio e sorride. Ce lha fatta. Non come sognava, forse, ma ce lha fatta davvero.






