A poco a poco abbiamo portato l’acqua e, alla fine, anche il gas nella casa di mia zia; successivame…

Nel mezzo di un sogno avvolto nella nebbia, vidi la casa di zia Olimpia posata tra le vigne di un paesino dimenticato della Toscana, come una conchiglia riversa nel mare di colline verdi. Ci furono tempi in cui portammo gradualmente lacqua nelle sue stanze antiche, e un giorno il gas si insinuò tra i muri screpolati come un serpente benevolo. Poi il bagno sorse sul cortile, come un piccolo tempio, e sul tetto nacquero tegole rosse nuove, lucide di pioggia.

Zia Olimpia, alletà di settantotto anni, aveva due sorelle: una era mia madre, laltra viveva da decenni in una città lontana oltre le Alpi, forse Milano, forse Stoccolma nei sogni. Zia Olimpia aveva conosciuto lamore dieci volte e dieci volte aveva camminato vestita di bianco davanti alla chiesa. Il suo ultimo marito, un uomo che nel sonno si faceva leggenda, morì dieci anni fa. Mai ebbero figli, solo un cane di nome Mimmo che inseguiva le galline.

Ogni visita sembrava una festa danime: la sorella minore chiamava dalla Svezia, la voce saltava tra fili invisibili, e le sorelle ridevano sopra distanze che si sgretolavano nei sogni. Dopo la morte di suo marito, la casa cigolante reclamava più cura: compravamo legna e carbone, piantavamo pomodori, smuovevamo la terra con mani stanche, rinunciando a qualsiasi ricompensa. Tante volte proponemmo a zia di venire con noi a Firenze, ma ella diceva che la città era troppo rumorosa per le sue orecchie, fatte per il vento.

Nel tempo la casa si trasformò: lacqua scorreva come piccoli ruscelli domestici, il gas riscaldava i muri, e il cortile odorava di basilico fresco. In segno di gratitudine, zia Olimpia disse che avrebbe lasciato quella casa ai nostri figli, come si lascia una bottiglia di vino buono in cantina.

Accorrevamo ogni volta che chiamava. E poi, un mattino bizzarro, zia Olimpia partì: con una valigia piena di vestiti floreali, volò verso la Svezia per vivere con sua sorella minore, che ora aveva marito, figlia adulta e una casa col caminetto acceso. Le sorelle che un tempo parlavano a fatica si trovarono unite come olive nello stesso pane. “Lasciate la casa comè,” disse, mentre si allontanava tra le nuvole.

Pensavo, forse nel turbinio dei rapporti, un giorno zia sarebbe tornata, perché la sorella aveva una famiglia propria e forse qualcosa avrebbe richiamato Olimpia verso il sole della Toscana. Avevo le chiavi; il fine settimana seguente, decisi di partire con mio marito per controllare la casa. Ma la logica del sogno mutò ogni cosa: la chiave non entrava nella serratura nuova, e sul cancello, con un bianco latteo, era scritto a lettere gigantesche: “In Vendita.”

Al ritorno, ancora scuotendo la testa, accesi il computer e vidi la casa di zia Olimpia in vendita su un sito immobiliare toscano, come in una fiera di miraggi. Chiamai il numero dellagenzia: “È stata venduta per quasi duecentomila euro,” disse una voce che sembrava provenire da un pozzo. Non chiamai zia Olimpia, perché il dispiacere mi serrava la gola come una stretta dedera.

Se non avessimo investito quei soldi, la casa sarebbe stata solo pietre e polvere. Un mese dopo, zia mi chiamò da un sogno gelido e, con voce stonata, mi disse che i soldi li aveva dati alla sua nipote, la figlia della sorella svedese. Ora non so come guardare negli occhi mio marito, sapendo che ogni euro infuso in quella casa era anche suo, evaporato come la nebbia sopra il campo allalba.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + 9 =

A poco a poco abbiamo portato l’acqua e, alla fine, anche il gas nella casa di mia zia; successivame…