Ho settantanni e sono diventata madre prima ancora di imparare a pensare a me stessa. Mi sono sposata giovane, a Napoli, e fin dalla prima gravidanza la mia esistenza si è modellata intorno agli altri. Non ho mai lavorato fuori casa, non perché non lo desiderassi, ma perché non cera scelta: qualcuno doveva restare. Mio marito, Giovanni, usciva allalba e rientrava sempre tardi. La casa era tutta sulle mie spalle. I figli, pure. E la stanchezza, anche.
Ricordo notti senza dormire, a vegliare. Una bambina con la febbre, laltro col vomito, la terza che piangeva disperata. Io, sola. Mai che qualcuno mi chiedesse come stessi. Poi, il giorno dopo, sempre la solita: mi alzavo, preparavo la colazione, andavo avanti. Non ho mai detto non ce la faccio. Non ho mai chiesto aiuto. Pensavo che così dovesse essere una vera mamma italiana.
Quando i figli sono cresciuti, avrei voluto studiare qualcosa anche solo un breve corso in città. Giovanni mi disse: A che ti serve? Il tuo lavoro ormai è finito. E io gli ho creduto. Sono rimasta nellombra a sostenere tutti. Quando uno dei ragazzi ha perso un semestre alluniversità di Roma, io sono stata quella che ha parlato col padre, placando le sue ire. Quando la mia figlia più piccola, Sofia, è rimasta incinta troppo giovane, lho accompagnata dai dottori e ho tenuto il piccolo, mentre lei cercava di sistemarsi la sua nuova vita. Sono stata sempre io a raccogliere i pezzi quando tutto si sgretolava.
Poi sono arrivati i nipotini e la casa si è riempita di nuovo. Zaini, giocattoli sparsi, pianti e risate. Per anni sono stata nonna, cuoca, infermiera, maestra dasilo. Non ho mai chiesto nulla in cambio. Non mi sono mai lamentata. Anche quando ero completamente sfinita, mi dicevano: Mamma, solo tu sai come prenderti cura di loro davvero. E questa frase mi sorreggeva.
Finché Giovanni si è ammalato. Lho assistito fino allultimo giorno, con costanza e senza rimpianti. Dopo la sua scomparsa, sono cominciate le scuse: Questa settimana non posso, Passo la prossima, Ti chiamo più tardi. Oggi passano settimane intere senza vedere nessuno. Non esagero: settimane. Ho festeggiato compleanni dove ho ricevuto solo un messaggino su WhatsApp. A volte preparo la tavola per due, per abitudine. Me ne accorgo solo quando il pranzo è pronto e non cè nessuno da chiamare.
Una volta sono scivolata nel bagno. Non era nulla di serio, ma mi sono spaventata sul serio. Ero seduta per terra, ascoltando il telefono che squillava a vuoto. Nessuno ha risposto. Mi sono rialzata da sola, poi non ho detto niente a nessuno per non preoccuparli. Ho imparato a restare in silenzio.
I miei figli mi dicono che mi vogliono bene, e so che è vero. Ma lamore senza presenza fa male lo stesso. Parlano con me in fretta, sempre di corsa. Se inizio a raccontare qualcosa, mi dicono: Dai, mamma, ne parliamo unaltra volta. Questo unaltra volta non arriva mai.
La cosa più difficile non è la solitudine. È questa sensazione di essere passata da indispensabile a superflua. Sono stata la colonna portante per tutti; ora mi sento un impegno scomodo da infilare fra mille appuntamenti. Nessuno mi tratta male, ma ormai non servo più.
Cosa mi consigliereste, voi?






