A soli tre anni, Vitale ha dovuto affrontare la perdita della madre

Caro diario,
ho tre anni quando la vita mi ha strappato la madre. Lho persa davanti ai miei occhi, mentre lanciava il piccolo al marciapiede per liberarsi dal rumore di una moto che sfrecciava minacciosa. Il suo vestito rosso è volato in un turbine di fiamma, poi è calata lombra e il silenzio.

I medici hanno lottato con tutte le loro forze; alla fine ho riaperto gli occhi. Da quel momento tutti temevano la prima domanda: Mamma? ma io rimasi muta. Per sei lunghi mesi il silenzio è stato il mio unico compagno, fino a una notte in cui, dal profondo di un sogno, ho urlato: Mamma!. Il ricordo è tornato come una fiamma rossa negli occhi.

Nel frattempo ero stata accolta dal Rifugio dei Bimbi San Pietro a Napoli e non capivo perché mi avessero portata lì. Avevo preso labitudine di stare davanti a una grande finestra che dava sulla strada principale e sullampio viale del centro. Osservavo il traffico con lo sguardo fisso, in attesa.

Che fai lì a fissare, piccola? sbuffava la signora nonna Maria, che spazzava il pavimento con maestria.
Aspetto la mamma. Verrà a prendermi.
Ah, ah, ah, sospirava Maria. Stai lì a perdere tempo. Vieni, ti preparo un tè.

Acconsentii, ma subito dopo tornai di nuovo alla finestra, tremando ogni volta che qualcuno si avvicinava al Rifugio. I giorni si susseguivano, i mesi scivolavano via, ma io non abbandonavo il mio posto, sperando che quel vestito rosso ricomparisse in un giorno grigio e la madre mi allungasse le braccia dicendo: Finalmente ti ho trovato, figlio mio!

Maria piangeva guardandomi, più di quanto facesse con gli altri bambini, ma non poteva fare nulla per me. Medici, psicologi e assistenti mi consigliavano di non aspettare così a lungo, di non stare incollata a quella finestra, di impegnarmi in giochi, in amicizie. Io annuivo, ma non appena venivo lasciata andare, correvo di nuovo al mio punto di osservazione. Maria, ogni giorno, vedeva il mio profilo attraverso il vetro e salutava con la mano, senza mai riuscire a contare quante volte lavrei salutata.

Un pomeriggio, mentre Maria tornava a casa attraversando il ponte sul binario della ferrovia, vide una giovane donna ferma a guardare giù. Un gesto rapido, quasi impercettibile, le diede la spiegazione di quel misterioso sguardo.

Sei proprio una sciocca, le disse avvicinandosi.
Cosa hai detto? chiese la sconosciuta, gli occhi sbiaditi dal tempo.
Sciocca! Non sai che è un peccato negare la vita a se stessa? Non sei tu a scegliere la fine, è il destino.
E se non ce la faccio più? urlò la donna, con un lampo di disperazione. Se non ho più forze, se non vedo più senso?
Allora vieni da me. Abito qui vicino, possiamo parlare. Non cè motivo di restare qui.

Maria, senza voltarsi indietro, si allontanò silenziosa, trattenendo il respiro. Dietro di lei si sentì il passo della donna, ma il cuore di Maria si alleggerì, sapendo di aver evitato un disastro.

Come ti chiami? chiese la donna.
Ginevra.
Ginevra mia figlia si chiamava così. È morta cinque anni fa, dopo una lunga malattia, lasciandomi sola, senza figli, né marito. Io sono Maria. Se vuoi, vieni a casa mia; non è un palazzo, ma è il mio rifugio. Ti preparo la cena, poi mangiamo e beviamo un tè, e tutto si sistemerà.

Ginevra sorrise con gratitudine.

Grazie, zia Maria.
Eh, Ginevra, la vita è sempre più dura per le donne. Piangiamo, soffriamo, ma non è bello buttarsi nella disperazione.

Ginevra, che era nata in un piccolo borgo della Campania, aveva vissuto i primi sette anni senza alcun dolore. I genitori la amavano, era lunica figlia. Poi tutto crollò: il padre la abbandonò, andò via con unaltra famiglia e altri figli. La madre, incapace di sopportare il tradimento, iniziò a bere e a riversare la sua rabbia su di lei.

In vendetta contro il marito, che non aveva mai divorziato, la madre cominciò a portare uomini estranei a casa, trascurò le faccende domestiche e lasciò ogni responsabilità sulle spalle della giovane figlia. Presto, i compagni di bevuta della madre spogliarono gli ultimi beni rimasti del padre.

Ginevra dovette cercare lavoro nei campi e nei piccoli negozi dei vicini; le davano cibo in cambio. Così nutrì sua madre, senza ricevere gratitudine. Capì che non avrebbe mai più avuto una famiglia normale. Il padre non chiamò mai più, né chiese notizie. Alcuni dicevano che si era trasferito in Svizzera; Ginevra capì che non lo avrebbe più rivisto.

Negli anni di povertà, Ginevra fu emarginata: i ragazzi del villaggio evitavano la figlia di una donna ubriaca. Il suo villaggio era benestante, e la sua famiglia era lunica a vivere in miseria. Da piccola fu considerata unoutsider.

Una notte, a quindici anni, un ubriaco della madre fece irruzione nella sua stanza. Ginevra riuscì a fuggire per un soffio, sbattendo la finestra e sfuggendo a un destino crudele. Trascorse la notte sotto un capanno fatiscente, poi, al crepuscolo, infiltrò la casa, prese documenti, soldi nascosti in una dispensa, pochi vestiti, e se ne andò senza voltarsi indietro.

Quel pomeriggio, il padre, Giovanni, arrivò in visita, ma rimase horrorizzato dal disordine e iniziò a cercare la figlia. Nessuno sapeva nulla. Scoprì però come era vissuta Ginevra tutti quegli anni. Piangeva nella sua lussuosa auto, rimproverandosi per il tardivo ritorno.

Giovanni era un camionista che, durante un viaggio, aveva incontrato una ricca signora, la signora Carla, che usava spesso la sua compagnia di trasporti. Carla lo trovò affascinante e, in pochi anni, gli fece avere due figli. Poi gli comunicò che lasciava lItalia per andare allestero.

Vuoi venire con noi? le chiese Carla. Se non vuoi, torna dalla tua famiglia. Ti amo, Giovanni, ma devo partire.

Giovanni scelse Carla. Lascì così la figlia, ormai orfana, a un destino incerto.

Un giorno, mentre Ginevra era a scuola, Giovanni tornò a casa e trovò la madre ubriaca con un altro uomo. La donna, furiosa, gli disse che il padre le aveva abbandonate e non sarebbe mai più tornato. Ginevra, sconvolta, decise di lasciare il villaggio e cercare una vita altrove.

A Milano trovò un piccolo appartamento grazie a una signora anziana, la signora Zaira, che le affittò una stanza. Pagò tre mesi in anticipo. Quando il contratto scadde, Zaira le propose di prendersi cura di lei, a costo di vitto e alloggio gratuiti. Per cinque anni Ginevra servì la signora, e negli ultimi due la donna era costretta a letto. Quando Zaira morì, Ginevra ereditò la sua modesta casa di periferia.

Conobbe poi Yuri, un giovane impiegato di banca, e credeva di aver ritrovato la felicità. Dopo due anni di matrimonio, scoprì il tradimento: Yuri era con unaltra. Non si scusò, la cacciò via e la colpì così duramente da mandarla in ospedale. Ginevra rimase incinta, ma perse il bambino; i medici le dissero che non sarebbe più potuta avere figli. Senza famiglia, senza casa, senza lavoro, rimase sola. Yuri vendette lappartamento che aveva ereditato da Zaira e comprò unauto costosa.

Uscita dallospedale, Ginevra vagò senza meta fino a trovarsi sul ponte ferroviario di Milano. Qui incontrò di nuovo Maria, la nonna del Rifugio, che lascoltò senza interrompere.

Devi vivere, capisci? Hai tutta la vita davanti, amore e felicità ti aspettano. Rimani da me per un po, lavoro tutto il giorno e torno solo la sera.

Ginevra visse due settimane con Maria; una nuova speranza cominciò a germogliare. Un giorno il vigile urbano, il signor Gregorio, venne a conoscere i residenti del quartiere. Maria non cera, ma Gregorio parlò con Ginevra, promettendo di tornare. Presto divenne lamico di Ginevra, chiamandola Grillo.

Gregorio la chiamò una sera:

Conosci Ivan Savelli?
Sì, è mio padre.
Cerca te da anni.

Allora Ginevra fu ritrovata dal padre, che la accolse con una splendida casa, un conto in banca, un lavoro prestigioso e la promessa di visite più frequenti.

Quando Ginevra andò a trovare Maria, portandole dei biscotti, trovò la nonna alle prese con una febbre alta, debole e incapace di muoversi.

Mi sento male, Ginevra! Non ce la faccio più.
Non temere, zia. Ho chiamato lambulanza, arriveranno subito.

Maria, prima di dipartire, mi confidò:

Nel Rifugio cè un bambino, Vito, cinque anni. Vorrei lasciargli la mia stanza, il mio letto, tutto. È sempre in piedi alla finestra del secondo piano, aspettando la madre in un vestito rosso.

Lambulanza portò Maria in ospedale, poi in una spa terapeutica; io pagai tutte le spese. Al suo ritorno trovai la finestra vuota: Vito era stato adottato.

La notizia si diffuse: il piccolo aveva finalmente incontrato sua madre. Una mattina, mentre Vito era ancora al suo posto, una figura femminile avvolta in un abito rosso apparve sul marciapiede. Il bambino urlò:

Mamma!

Corse verso di lei, temendo fosse unillusione, ma la donna lo accolse a braccia aperte.

Io, stringendolo, sentii la certezza che avrei fatto di tutto per proteggere quel bambino dal dolore. Da quel giorno, Vito, io, Gregorio e la cara nonna Maria viviamo in una grande casa, felici, condividendo lamore quotidiano.

Lezione personale: la speranza può sopravvivere anche nelle tenebre più fitte, ma è lamore pratico un gesto, una porta aperta, un tè caldo che trasforma il dolore in vita.

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