A trent’anni ero la donna di cui tutti dicevano: “Ha il mondo ai suoi piedi”. Avevo un buon lavoro i…

Quando avevo trentanni, ero quella donna di cui tutti dicevano che aveva il mondo ai suoi piedi.
Avevo un buon lavoro dufficio, un appartamento in affitto tutto mio a Milano, viaggiavo quando ne avevo voglia e nei fine settimana uscivo con le amiche: cene fuori, cinema, qualche ballo in una trattoria di Navigli.

Avevo un fidanzato, con cui sono stata quasi cinque anni. Ma ogni volta che lui accennava all’idea di avere un bambino, un giorno, una fredda inquietudine mi attraversava.
Gli dicevo che non mi vedevo a cambiare pannolini, a passare le notti in bianco. Lui lasciava cadere il discorso, sempre con un sorriso stanco.
Io pensavo ai risparmi, ai corsi di aggiornamento, ai master serali, ai viaggi. Non certo alla maternità.

A trentasette conobbi un altro uomo: questa volta pensai potesse nascere qualcosa di serio. Ma lui aveva già una figlia da una relazione precedente e a me sembrava una responsabilità che non fa per me.
Un giorno mi chiese di andare a vivere insieme, ma fu chiaro: un domani, lui avrebbe voluto un altro bambino.
Mi spaventai, raccolsi le mie cose e svanii pian piano dalla sua vita senza più rispondere alle chiamate.

Ricordo ancora quando mia sorella, Lucia, mi disse:
Te ne pentirai di aver lasciato un bravuomo solo perché non vuoi essere madre.
Risi. Pensavo esagerasse.

A quarantacinque anni ero al massimo della carriera.
Una promozione, stipendio alto, viaggi in Sicilia e allestero, la mia prima Fiat. Avevo tinteggiato da sola tutta la casa: ne andavo fiera.

Eppure, mentre festeggiavo i successi, guardavo le mie amiche: i loro figli alla scuola materna, alle elementari, nelle squadre di calcio, alle saggi di danza.
Mi dicevo:
Ma che caos io non resisterei mai.
Ero convinta che la mia vita fosse più tranquilla.

Poi, a cinquantadue anni, Lucia si ammalò gravemente; doveva operarsi.
I suoi figli non la lasciarono mai sola: si alternavano tra turni, documenti, pasti preparati e visite.
Io mi sentivo inutile.

Non avevo nessuno da chiamare, se mai mi fossi trovata nella sua situazione.
Seduta nella sala d’attesa dellospedale, per la prima volta mi venne un pensiero:

E se un giorno fossi io qui?
Chi verrà per me?

Fu allora che nacque il primo rimpianto. Piccolo, silenzioso ma cera.

A sessantanni persi mia madre.
E tutto cadde sulle mie spalle:
dalle carte in Comune al funerale, organizzar tutto, pagare le spese, svuotare il suo appartamento a Torino.

I nipoti diedero una mano, ma ognuno aveva la propria famiglia, figli, lavoro.
Quella notte dormii sola, circondata dai sacchi pieni dei suoi vestiti, e per la prima volta sentii davvero quel vuoto che mai avevo voluto vedere:

Non cera nessuno a cui servissi davvero.
Nessuno che avesse bisogno di me.
Nessuno che colmasse il silenzio.

E mi chiesi, per la prima volta:
Forse, sarei stata una buona madre.

Le domeniche divennero pesanti.
Le mie sorelle si ritrovano tutte insieme: figli, nipoti, generi e nuore.
Le loro case, a Firenze e Genova, vibrano di voci, di risa, di vita.

Io siedo tranquilla su una sedia, presente ma mai davvero parte.
Non perché mi escludano, ma perché non ho un ruolo in quel cerchio.
Sono la zia, la sorella, ma mai la mamma.

Il Natale è il peggio di tutto.
Tutti organizzano le cene di famiglia.
Io sono lospite. Mai chi ospita. Mai il centro di un mondo.

Ora, a sessantasette anni, mi alzo da sola, mangio sola, spesa e bollette da sola. Non è una tragedia.
È così.

Quando sto male, chiamo un taxi, vado da sola al pronto soccorso ospedaliero e aspetto con la borsa in grembo: nessuno chiede di me.
Quando ho un momento di tristezza nessuno se ne accorge.
Quando mi succede qualcosa di bello come il giorno che finii di pagare la casa non cè nessuno a gioire con me.

A volte guardo fuori dalla finestra: vedo i vicini accogliere i figli, i nipoti in visita e penso che a me non succederà mai.
Non ho qualcuno a cui lasciare le mie cose, qualcuno a cui raccontare la mia storia.

Non ho rimpianti di non aver seguito le pressioni della società.
Ma ora so, troppo tardi, che la vita non è per sempre.
Sì, si può vivere come si vuole
Ma quando gli anni pesano, resta una sola cosa da desiderare:

avere qualcuno su cui poter contare.

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