A tutto gas

A PERDITA DANIMA
Marco e Giuliana si incontrarono in una serata di beneficenza, tra i lampadari dorati e i bicchieri tintinnanti della Sala del Palazzo Vecchio, a Firenze.
Entrambi, apparentemente, possedevano tutto: Marco aveva una moglie amorevole, due figlie vivaci e la reputazione solida di architetto affidabile, mentre Giuliana vantava un marito imprenditore e dodici anni di matrimonio ordinato come un orologio svizzero.
Non fu un colpo di fulmine.
Fu un riconoscimento silenzioso, come se fossero fatti dello stesso materiale esplosivo, rimasto sotto zero per anni.
Quando ci toccammo le mani per passare un calice, capii che tutto ciò che avevo costruito primacase, progetti, vitaera solo un castello di carte, avrebbe confessato Marco, col tempo.
La passione non chiede permesso: arrivò come messaggi alle tre di notte, presto diventò febbre.
Si incontravano in pensioni economiche fuori la città, in auto parcheggiate, negli uffici vuoti.
Ladulterio divenne la loro aria, la menzogna lunica lingua verso i familiari.
Marco osservava la moglie durante la cena, sentendosi un fantasma.
Lei parlava dei voti delle bambine a scuola; lui vedeva solo la curva delle labbra di Giuliana.
Giuliana, invece, smise di dormire: sobbalzava al suono del marito, lo odiava proprio perché era bravo e inappuntabile.
Il loro amore fu come anestesia senza intervento: gioia breve, ma quando leffetto svaniva, la realtà tagliava a pelle viva.
Il segreto, inevitabilmente, detona.
La famiglia di Marco:
Una foto dimenticata nel cellulare.
Il grido della moglie, che rimarrà nella memoria per sempre.
Le figlie che non gli rivolgevano più lo sguardo.
Marco se ne andò con una sola valigia, lasciando dietro di sé le rovine di quella che una volta chiamava fortezza.
La famiglia di Giuliana:
Lei confessò tutto, incapace di fingere ancora.
Il marito non urlò; mise semplicemente la sua roba fuori dalla porta e cambiò la serratura quella stessa sera.
Finale freddo, calcolato.
Ottennero ciò che volevano: luno per laltra, senza menzogne, senza nascondersi.
Ma la loro passione viveva del divieto: quando crollarono i muri che avevano sempre forzato, svanì anche la tensione.
Si ritrovarono in un appartamento in affitto, raccolti in due anime che avevano perso tutto: status, fiducia delle figlie, rispetto degli amici.
Si amavano a perdita danima: una pallottola aveva attraversato le loro vite, lasciando solo una corrente daria fredda.
Sedevano in quellappartamento quasi vuoto.
Scatole ancora chiuse sul pavimento, sul davanzale una sola tazza divisa e un portacenere pieno.
Fuori pioveva, lavando la patina della città che un tempo era il teatro del loro grande dramma.
Marco osservava Giuliana.
Senza trucco professionale e luci di ristoranti, sembrava trasparente, stanca.
Ti penti?
chiese, senza voltarsi.
La voce secca come carta antica.
Marco rimase in silenzio, ascoltando il ronzio del frigorifero.
Non so come chiamare questo sentimento, Giuliana.
Non è rimpianto.
È come se mi avessero amputato le gambe e mi avessero detto che ora posso correre ovunque.
Tua moglie ha chiamato?
si avvicinò a Marco, abbracciandosi.
No.
Ha chiamato lavvocato.
Ha detto che Alice non vuole che io vada alla festa della piccola.
Dice che disturbo lambiente familiare.
La mia vita è ambiente disturbante, puoi crederci?
Giuliana scosse la testa e si appoggiò sulla sua spalla.
Mio marito ieri ha trasferito i miei soldi su un conto separato.
Ha chiamato tutto liquidazione per dodici anni di fedeltà.
Neanche arrabbiato, Marco.
Semplicemente, mi ha cancellata come una svista nel contratto.
Era quello che volevamo?
La libertà?
Marco la costrinse a guardarlo negli occhi.
Volevamo solo noi, sussurrò.
Ma non avevamo calcolato che il noi esisteva solo tra le pieghe delle nostre vere vite.
Ora ora abbiamo solo questo noi.
E sembra fragile, Marco.
Non regge i muri.
Prima, la tua voce mi mozzava il fiato, le carezzò la guancia.
Ora ci sento il pianto delle tue bambine.
Io, quando ti guardo, vedo il silenzio nella tua casa vuota.
Tacquero.
La passione che una volta bruciava tutto, adesso scalda appena come brace che si spegne.
Hanno trapassato le loro vite, e ora il vento gelido della realtà fischia tra i buchi.
Non ce la faremo, vero?
chiese sottovoce.
Dovremo, rispose Marco, fissando il corridoio.
Troppo caro il prezzo, per ammettere che sulle ceneri non cresce un giardino.
Un anno dopo, la loro vita non ricordava un trionfo damore, ma la lunga riabilitazione dopo un incidente.
La passione, unico carburante, si era consumata.
Rimaneva solo cenere grigia del quotidiano.
Vivevano ancora insieme, stesso appartamento.
Ora cerano tende, un tappeto, lodore di cenacose che fingono di riempire il vuoto.
Marco si fissava allo specchio, annodando la cravatta.
Era imbiancato.
Il lavoro in uno studio modesto portava euro, non entusiasmo.
Giuliana entrava in cucina in vestaglia.
Non era più la donna fatale della serata di beneficenza.
Si era fatta più silenziosa, unombra di ciò che fu.
Tornerai tardi?
chiese, versando caffè.
Sì, cè il cantiere fuori città.
E Marco esitò, ho promesso di portare gli alimenti di persona.
Alice mi ha consentito di stare mezzora con la piccola in una caffetteria.
Giuliana si bloccò col bollitore.
Un momento che non avevano mai affrontato, ma che stava sempre tra loro come uno schermo invisibile.
Va bene, disse solamente.
Dille…
no, non dirle nulla.
Al ritorno, lappartamento era buio, la tv accesa senza volume.
Giuliana sul divano, guardava le luci di Firenze.
Comè andata?
chiese senza girarsi.
È cresciuta, la voce di Marco tremò.
Ha delle nuove mollette.
Mi ha chiamato papà, ma mi guardava come si guarda il conoscente del vicino: cortesia, ma distanza.
Si sedette di fronte a lei.
Lo sai qual è la cosa più terribile?
Vorrei tornare indietro.
Non da Alice, no.
Ma al tempo in cui ero intero.
Quando non ero questuomo che ha distrutto due famiglie per
La parola te rimase sospesa, tagliente e ingiusta.
Giuliana si alzò lentamente, gli mise le mani sulle spalle.
Non era passione.
Era labbraccio di chi sopravvive dopo un disastro.
Siamo diventati monumenti a noi stessi, Marco, sussurrò.
Non possiamo separarci, altrimenti tuttotradimento, dolore delle figlie, nome perdutodiventa privo di senso.
Siamo costretti a essere felici.
È la nostra condanna.
Marco coprì la sua mano con la propria.
A perdita danima, bisbigliò.
La pallottola è uscita, ma la ferita resta aperta.
Abbiamo solo imparato a camminare con essa.
Rimasero nelloscurità dellappartamento, stretti luno allaltra.
Non per un grande amorema per paura che, mollando la presa, si spargessero in polvere, senza trovare la via del ritorno.
Passarono cinque anni.
La coincidenza avvenne nella hall del nuovo centro teatrale, progetto che Marco aveva avviato nella sua vita precedente ma che altri avevano portato a termine.
Marco e Giuliana stavano davanti a una vetrata, con calici di vino economico.
Sembravano una coppia ordinaria, un po stanca.
Poi si aprirono le porte dellascensore.
Ne uscirono LORO
Alice, ex moglie di Marco.
Non era spezzata: anzi, aveva acquistato una sicurezza dacciaio.
Accanto a lei, un uomo robusto, sereno, la sorreggeva come se fosse il suo tesoro maggiore.
Lorenzo, ex marito di Giuliana.
Camminava davanti, chiacchierando con la figlia più piccola di Marco, ormai una ragazza teenager dai lineamenti forti.
Il mondo si contrasse; quattro destini rimasero immobili nella stessa stanza.
Marco distolse il primo lo sguardo.
Vide sua figlia ridere alle battute di Lorenzo, suo ex rivale, ora parte della famiglia.
Un colpo silenzioso, ma devastante.
Giuliana impallidì.
Guardava Lorenzo: sembrava più giovane di cinque anni prima.
Nei suoi occhi, nessun dolore, solo oblioloffesa più terribile per una donna che aveva considerato la propria infedeltà una catastrofe.
Non solo sono sopravvissuti senza di noi, pensò Giuliana, ma sono diventati migliori.
Alice li notò subito.
Non distolse lo sguardo: chinò appena il capo, come si fa con un conoscente dimenticato.
In quel gesto non cera perdono, solo indifferenza.
Papà?
la ragazza si fermò vedendo Marco.
Sul volto la gioia si sciolse in una maschera cortese.
Ciao.
Ciao, piccola, la voce di Marco si incrinò.
Tu tu qui?
Sì, Lorenzo ci ha invitati.
La mamma voleva vedere la prima, si mise più vicina a sua madre e Lorenzo.
Alla sua vera famiglia.
Lorenzo guardò Giuliana: un attimo, due.
Nessun segno di passione, solo distacco.
Buona sera, disse secco, e, toccando la spalla di Alice, aggiunse: Dobbiamo andare, lappello sta per cominciare.
Passarono oltre.
Il profumo di Aliceelegante, calmoper brevi istanti rimase, poi fu sopraffatto dallodore di polvere e trucco.
Marco e Giuliana restarono al vetro.
Sono felici, mormorò Giuliana.
Senza di noi.
Sulle nostre macerie hanno costruito qualcosa di vero.
No, Giuliana, Marco pose il bicchiere sul davanzale, la mano tremando.
Noi siamo rimasti sulle rovine.
Loro sono solo passati altrove.
Guardò le sue mani, quelle che avevano disegnato grandi edifici e distrutto la vita della donna accanto.
Capirono: il loro amore a perdita danima non era un nuovo inizio, ma una chirurgia che li aveva semplicemente cancellati dalle vite di chi avevano amato.
I pazienti guarirono e proseguirono.
I chirurghi restarono nella sala operatoria, sporchi di sangue, senza sapere che fare degli strumentiSilenzio.
Solo il rumore del teatro che si riempiva di pubblico, di applausi lontani, di vita che avanzava senza chiedere il permesso.
Marco e Giuliana rimasero immobili qualche istante di più, sospesi tra la nostalgia e la consapevolezza che forse, tutto ciò che avevano vissuto, era solo un passaggio: una stanza attraversata, non una dimora.
Poi Giuliana sorrise, piano, il tipo di sorriso che si fa quando si capiscono finalmente i limiti delle proprie illusioni.
Marco, sussurrò, ora possiamo smettere di cercare il senso.
Quello che cè stato, ci ha cambiati.
Forse era tutto ciò che dovevamo essere: una ferita, non una storia.
Marco chiuse gli occhi, assaporando quellonestà cruda.
Hai ragione, disse, non cè più niente da aggiungere.
Siamo vivi.
Si guardarono, vedendo luno nellaltra la traccia del passato, ma anche la possibilità, piccola e struggente, di lasciarsi alle spalle il dolore.
Poi, senza altro, si mossero verso luscita.
Nessuno li notò nella folla.
Nessuno li cercò.
Quando raggiunsero la strada, dallalto le luci di Firenze illuminavano i volti degli sconosciuti.
Giuliana prese la mano di Marconon stretto, solo un contatto leggero.
Camminarono nellombra della città, consapevoli che la ferita era ora solo una parte di loro, e che andare avanti non significava fuggire, ma accettare di essere ciò che restava dopo lincendio.
In quegli ultimi passi, non cera più paura.
Solo il silenzio, che si apriva come una porta verso qualcosa di nuovonon felicità, forse, ma pace.
E quel passo, infinitamente semplice e coraggioso, fu il vero finale.

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