Accidenti, papà, guarda che accoglienza ti riservano! E chi te lha fatto fare di andare in quel centro termale, con tutto questo all inclusive che hai a casa?
Quando Federico mi consegnò le chiavi del suo appartamento a Milano, capii: la Bastiglia era presa. Nessun Leonardo DiCaprio ha mai atteso tanto lOscar quanto io aspettavo Federico, finalmente con un nido tutto mio.
Delusa, a trentacinque anni suonati, mi ritrovavo sempre più spesso a rivolgere sguardi pietosi ai gatti randagi e a contemplare le vetrine di Tutto per il ricamo.
Ed eccolo lì: solo, con la giovinezza spesa tra carriera, dieta equilibrata, palestra e altre sciocchezze come la ricerca di sé stesso. Per di più senza figli.
Quel regalo lo desideravo dai ventanni ed evidentemente, lassù nei cieli, finalmente hanno capito che non stavo scherzando.
Ho lultimo viaggio di lavoro dellanno, poi sono tutto tuo, mi disse Federico, consegnandomi le tanto agognate chiavi. Ma non spaventarti per la mia tana. Ci torno solo per dormire, dichiarò, sparendo subito verso un altro fuso orario per il fine settimana.
Presi il mio spazzolino, la crema e mi avviai a vedere che tipo di tana avesse. I problemi iniziarono già sulla soglia. Federico aveva avvertito che la serratura era capricciosa, ma non pensavo fino a quel punto.
Impiegai quaranta minuti ad assaltare la porta: spingevo, tiravo, infilavo la chiave tutta, cercando di convincerla con le buone e con le cattive, ma la porta non voleva proprio aprirsi al nuovo inquilino.
Iniziai a premere psicologicamente, come insegnavano un tempo i miei compagni dietro i garage delle medie. Dal rumore, una vicina aprì la porta.
Scusi, ma perché sta cercando di entrare in casa altrui? chiese una voce di donna, preoccupata.
Non sto forzando, ho le chiavi, risposi seccata, asciugando il sudore dalla fronte.
E lei chi sarebbe? Non lho mai vista prima, insistette la vicina, ficcanaso.
Sono la sua ragazza! sbottai, fissando la porta semiaperta, mentre la donna parlava attraverso la fessura.
Davvero? si stupì lei.
Sì. Ci sono problemi?
No, nessun problema. Solo che lui non ha mai portato nessuno qui (A quel punto Federico mi piacque ancora di più.) e ora una così
Una così come? non capii.
Non è affare mio, scusi, rispose, chiudendo la porta.
Capendo che la porta non mi avrebbe battuta, infilai la chiave e spinsi con tutta la mia voglia di conquistare quellappartamento, rischiando quasi di ruotare lintero telaio. Finalmente entrai.
Il mondo interiore di Federico mi si palesò davanti e sentii freddo nel cuore. Da giovane single si intuisce un certo ascetismo, ma quello era una vera cella monastica.
Poverino, il tuo cuore non deve aver mai provato cosè il calore di casa, mi scappò di bocca mentre valutavo lalloggio, che ora avrei frequentato spesso.
Di contro, ero felice. La vicina aveva ragione: nessuna mano femminile aveva mai sfiorato questi muri, questo pavimento, questa cucina e queste finestre grigie. Ero la prima.
Non sopportando, infilai le scarpe e corsi al negozio più vicino a comprare una bella tenda e uno zerbino per il bagno, presi anche presine e asciugamani per la cucina.
Ovviamente, lì mi colse lo slancio: oltre a zerbino e tenda aggiunsi deodoranti per ambienti, saponi artigianali, comodi portacosmetici.
Aggiungere queste piccole cose non è invadenza, mi rassicuravo, agganciando un secondo carrello al primo, pieno di merce.
La serratura ormai non faceva più resistenza. Anzi, non serviva nemmeno più a nulla: un portiere di hockey senza maschera.
Capendo il disastro, fino a mezzanotte smontai il vecchio blocco con i coltelli da cucina, poi la mattina corrii al ferramenta. Ovviamente, anche i coltelli andavano cambiati. E forchette, cucchiai, tovaglia, taglieri e sottopentola. A quel punto, anche le tende di là erano a rischio.
Domenica a pranzo Federico chiamò, avvisando che avrebbe dovuto trattenersi fuori ancora un paio di giorni.
Mi farai felice se porterai un po di calore e accoglienza al mio appartamento, rise al telefono quando confessai di aver rimaneggiato un po larredo.
In realtà laccoglienza la portavo con i camion, studiando la disposizione come un architetto con planimetrie e documentazioni. Anni di accumulo dentro una donna sola, e ora che ero libera, non riuscivo a fermarmi.
Al ritorno di Federico, nellappartamento rimaneva solo un ragno vicino alla ventola. Avrei voluto mandarlo via, ma vedendo i suoi otto occhi stupiti, capii che era meglio lasciarlo, simbolo sacro della non violazione della proprietà altrui.
La casa di Federico ora sembrava il luogo di un matrimonio felice di otto anni, poi deluso e di nuovo felice, ma suo modo.
Non solo sistemai casa, ma feci in modo che tutto il condominio sapesse che la nuova padrona ero io, e che le domande andavano rivolte a me. La fede al dito non cera ancora, ma era solo questione di tempo.
Allinizio mi scrutavano con sospetto, poi si limitarono a dire: Come preferisce, non è affar nostro.
***
Il giorno del ritorno di Federico preparai una vera cena casalinga, impacchettai i miei fianchi ancora tonici in una mise vivace e vistosa, distribuii incensi negli angoli e abbassai lilluminazione nuova, aspettando.
Federico tardava. Quando cominciavo a sentire che la confezione mi pizzicava proprio in quei punti coltivati in palestra per mesi, la chiave girò nella serratura.
La serratura è nuova, spingi pure, è aperto! risposi un po imbarazzata, ma con voce calda. Del giudizio non avevo timore, avevo lavorato troppo bene. Mi avrebbero perdonata.
Nel momento migliore, mi arrivò allimprovviso un messaggio da Federico: Dove sei? Sono a casa. La casa sembra uguale a prima. Gli amici mi avevano spaventato che avresti riempito tutto di cosmetici.
Inutile: quel messaggio lo vidi solo molto dopo. Intanto, in casa erano entrate cinque persone sconosciute: due uomini giovani, due ragazzini delle medie e un nonno molto anziano. Vedendomi, il nonno si raddrizzò e lisciò i pochi capelli bianchi rimasti.
Guarda che ricevimento, papà! E che ti serviva il centro termale, con questo all inclusive in casa? disse il più giovane, ricevendo subito una scappellotto dalla moglie per gli sguardi.
Rimasi bloccata sullo stipite, con due bicchieri pieni in mano. Avrei voluto urlare, ma ero paralizzata.
In un angolo il ragno si mise a ridacchiare.
Mi scusi, lei chi è? chiesi con voce tremante.
Il padrone di casa. Lei viene dalla farmacia, per la medicazione? Avevo detto che me la cavavo da solo, sospirò il nonno, valutando il mio vestito da infermiera.
Eh sì, signora, qui cè proprio comfort e pace, sbirciò alle mie spalle la moglie del giovane. Unaltra cosa, prima pareva di vivere in una cripta. E lei come si chiama? Non è troppo giovane per il nostro Adamo?
Giuliana balbettai.
Ah, che fortuna, Adamo, sa scegliere proprio bene!
A giudicare dagli occhi brillanti del vecchio, sembrava soddisfatto del caso.
Ma dove sta Federico? chiesi sottovoce. E per il nervosismo, mandai giù entrambi i bicchieri.
Federico sono io! esclamò allegramente il ragazzino di circa otto anni.
Aspetta, non puoi ancora essere Federico, la mamma lo zittì, mandando marito e figli in auto.
Mi scusi, credo di aver sbagliato appartamento, mi ripresi appena, ricordando la lotta con la serratura. Questa è via delle Magnolie, diciotto, interno ventisei?
No, è via Lombarda, diciotto, il nonno già sfregava le mani, pronto a spacchettare la sorpresa.
Ah sospirai tragicamente, ho confuso. Accomodatevi pure, io devo fare una telefonata.
Presi il telefono e scappai in bagno. Barricata, mi avvolsi nellasciugamano e solo allora lessi il messaggio.
Federico, arrivo subito, ero solo bloccata in negozio, scrissi.
Va bene, ti aspetto. Se puoi, porta una bottiglia di rosso, mi rispose con un audio.
Il rosso stavo quasi per portarlo davvero, ma dentro di me. Afferrando zerbino e tenda, aspettai che gli sconosciuti si spostassero in cucina e, solo allora, sgattaiolai fuori.
Raccolsi in fretta le mie cose in una borsa e corsi via.
***
Te lo racconterò, ma dopo, spiegai il mio aspetto a Federico quando aprì la porta.
Camminando come in una nube, passai oltre senza guardarlo. Per prima cosa andai in bagno, sostituii la tenda e sistemai lo zerbino, poi caddi sul divano, dormendo fino al mattino, finché lo stress e il rosso non svanirono.
Al risveglio, davanti a me cera un giovane che aspettava spiegazioni.
Mi scusi, che indirizzo è questo?
Via Botteghe, diciotto.Guardai Federico, spaesata, le lenzuola stropicciate addosso e il mio kit di tenda e zerbino abbandonati ai piedi del divano. Lui sorrise, stavolta senza fretta.
Mi sa che ti sei persa dentro il tutto incluso, scherzò, porgendomi una tazza di caffè. Ma a me piace così. Un po a sorpresa, un po improvvisata. Basta che tu ci sia.
Mi sentii sgonfiare. Tutte le ansie, i progetti di perfetta padrona di casa, evaporavano insieme al vapore della moka.
Il ragno, scarrozzato tra le tende nuove, comparve sull’angolo della finestratranquillo, a osservare.
Federico mi abbracciò da dietro, e finalmente pensai alla risposta giusta: Ti lascio scegliere: vuoi il deodorante agli agrumi, il sapone al rosmarino o il portacosmetici a forma di elefante?
Lui rise, si avvicinò ancorae per un attimo capii che casa, alla fine, era dove le chiavi si incastrano bene. Anche, e forse soprattutto, dopo essersi smarrite.
Dentro quella cucina ancora semi-nuda, cerano solo noi, due caffè, una tenda troppo corta e il desiderio di raccontarsi tutte le storie sbagliate. Era più che sufficiente.
E lì, tra mille equivoci, la Bastiglia era ormai definitivamente presa.




