Accogli la mia amica dopo il suo divorzio. E col tempo, mi sono resa conto che, poco a poco, stavo d…

13marzo2025

Oggi ho messo nero su bianco quello che mi ribolleva dentro da mesi. Dopo il divorzio di Ginevra, lho accolta a braccia aperte nella mia casa di Trastevere. Con il tempo ho capito di essere diventato lo schiavo della mia stessa dimora.

Ci sono amicizie che sfidano tutto: matrimoni, separazioni, nascite, funerali. Ci conosciamo da più di trentanni. Siamo state compagne di studio, abbiamo condiviso le prime delusioni amorose. Poi Ginevra si è trasferita a Bologna, ma tornava sempre a Roma e con lei potevo essere me stesso.

Così, quando una notte mi ha chiamato disperata, lunica frase che ha sussurrato è stata: «Non ho dove andare». Non ho esitato: «Vieni. Cè sempre una stanza libera per te».

I primi giorni sono stati come una primavera di gioventù: lunghe chiacchiere, risate, ricordi. Dopo la scomparsa di Marco, il mio marito, la casa era un silenzio greve; la sua presenza, anche se assente, mi dava comunque conforto. Ho provato a prenderla cura di lei: ho preparato i primi piatti, le ho messo il letto più comodo, ho comprato nuove asciugamani per farla sentire a suo agio. Mi ha promesso di stare solo due settimane, finché non si sarebbe ripresa.

È passato un mese poi un altro. Non cercava un appartamento, non inviava curriculum, non si alzava al mattino: «Sto recuperando il sonno di tutti questi anni». Vagava per la casa in accappatoio, occupava il divano e poteva chiedere: «Hai comprato lo yogurt alla frutta? Mi piace quello!», come se fosse la cosa più normale del mondo.

Pian piano mi sono sentito svanire. Rientravo dal lavoro e lei era seduta a sorseggiare tè, a sfogliare il mio giornale. Quando le chiedei di preparare almeno una zuppa, rise: «Tu la fai meglio, a me non ce la faccio».

Ero sempre io a lavare i piatti. Anch’io facevo la spesa. Nel frigorifero tutto ciò che le piaceva a Ginevra. In bagno solo i suoi cosmetici. In televisione le sue serie.

Un pomeriggio, ho invitato una vecchia amica, Marta, a prendere un caffè. Ginevra, con un tono di fastidio, ha detto che non si sentiva a suo agio ad avere estranei in casa. Ha persino allontanato il mio gatto, Briciola, dicendo sono allergica.

Per molto tempo ho giustificato il suo comportamento: sta soffrendo per il divorzio, è ferita, è confusa, deve sopportare. Ma il giorno in cui ha iniziato a spostare i mobili, dicendo «così è meglio», ho capito che aveva oltrepassato il limite.

Il momento più duro è stato quando mi ha chiesto, dopo il lavoro, di ritirare i vestiti dalla tintoria e di comprare il cibo perché «non ho la forza di uscire». Sono arrivato a casa con le borse quasi a malapena, e lei ha chiesto: «Hai preso il detersivo giusto? Non sbagliarmi». In quel silenzio qualcosa in me si è rotto.

Per la prima volta dopo tanto tempo ho parlato con decisione:
«Dobbiamo parlare. Non può andare così. Questa è casa mia. Devi cominciare a pensare a dove ti trasferirai».

Allinizio Ginevra è rimasta interdetta, poi offesa, hanno detto che «non capisci nulla» e che «pensavi solo a te». È stato difficile, ma sapevo che se non avessi posto dei limiti ora, avrei perso la mia identità.

Qualche giorno dopo è uscita sbattendo la porta. Io mi sentivo colpevole, come se avessi tradito chi mi considerava famiglia. Ma, piano piano, la casa ha ricominciato a respirare. Sono tornato a sentire che era la mia casa, la mia vita, le mie regole.

Tre mesi dopo mi è arrivato un breve messaggio:
«Scusa, credo di essere stata persa in quel periodo. Grazie per avermi aiutata, anche se non lho apprezzato».
Le ho risposto augurandole il meglio e ho pensato: a volte la cosa più difficile è dire «no» a chi ci sta a cuore. Se non lo facciamo in tempo, rischiamo di perdere qualcosa di più prezioso: noi stessi.

**Lezione personale:** imparare a mettere dei confini è lunico modo per non smarrire la propria identità.

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