Lintero giorno Irene e io, Sergio, eravamo immersi nel trambusto. Ci preparavamo allarrivo del nipote. Il piccolo Matteo, sette anni, doveva stare con noi per una settimana intera, mentre i genitori erano fuori per lavoro.
Irene, donna dalle mani sempre gentili e con uneterna preoccupazione negli occhi, correva per lappartamento sistemando ogni cosa, spolverando, ridistribuendo i cuscini nella piccola camera che un tempo era stata la stanza della nostra figlia. Sistemava il copriletto, riordinava ogni angolo: non si fermava mai.
Le sembrava che nulla fosse perfetto, che la nostra casa, così accogliente e familiare per noi due, potesse apparire noiosa e antiquata agli occhi di un ragazzino della sua generazione. Sergio, hai preso i yogurt che gli piacciono? E le mandarinate più dolci? sbottò, gettando uno sguardo al frigorifero per la quinta volta.
Io, ancora vigoroso ma già abituato alla quiete, annuivi mentre continuavo la mia routine. Con gli occhialini da lettura, tracciavo su un foglio a righe, con una calligrafia decisa, la lista intitolata Piano dazione. Zoo di Roma (mostrare gli orsi e il lupo), Villa Borghese (giostre, gelato), grigliata in campagna (insegnare ad accendere il fuoco).
Ricordavo i soggiorni in montagna con il padre, e desideravo trasmettere a Matteo quelleredità maschile, insegnargli qualcosa di vero, non solo virtuale. Controllavo le scorte di carbone per il barbecue e rattoppavo la mensola cigolante dellingresso, sentendomi lartefice di quelle vacanze.
Parlavamo poco, al di là delle coordinate operative. Il nostro silenzio condiviso era la colonna sonora di una preoccupazione comune: temevamo di non riuscire a capire quel piccolino veloce, che ci sembrava venuto da un altro pianeta.
Matteo, il nostro nipote, aveva occhi seri e un telefono che pareva unestensione della sua mano. Per noi era un abitante di un mondo digitale, pieno di video infiniti, sparatutto e simpatici avatar che danzano sullo schermo. La nostra figlia ci aveva detto che era intelligente ma introverso, che adorava i documentari su dinosauri e spazio, ma passava ore immerso nel tablet senza parlare.
Osservavamo le sue dita che correvano freneticamente sul vetro, senza capire cosa potesse celarsi in quella luce brillante. Ci spaventava quel silenzio, quel muro invisibile che, a nostro avviso, erigeva tra lui e il noioso universo degli adulti.
Temevamo che in una settimana non avremmo sentito una sua risata vera, né avremmo visto i suoi occhi illuminarsi per qualcosa di tangibile, non digitale. Così ci affannavamo, preparando il mondo ideale secondo i nostri parametri, ignari che la chiave non era nei giochi ma altrove.
Quando Matteo arrivò, scese dallauto, accettò silenziosamente labbraccio della nonna, stringendo la mano al nonno con un gesto asciutto, e portò lo zaino con il tablet stretto al petto come uno scudo, dirigendosi verso la stanza che gli era stata destinata. La settimana tanto pianificata cominciò.
La visita allo zoo fu il primo scontro persino perduto. Io, da guida, parlavo animato del comportamento degli orsi bruni, ma Matteo, tirando fuori il telefono, registrò cinque secondi di gabbia per poi mandare un messaggio vocale allamico: Guarda, lorso è come in quel cartone. E poi continuò a gironzolare, guardando più il pavimento che le recinzioni.
Il tentativo di preparare una torta con la nonna si trasformò in un rifiuto cortese. Non mi piace impastare, disse Matteo, e Irene ricordò subito la nostra figlia, che a quelletà era sempre in mezzo alla farina, felice di mescolare la pasta come se fosse plastilina.
Il culmine fu la pesca. Io, con entusiasmo, disponevo le canne, mostravo come infilare il verme, parlavo del silenzio del mattino e della gioia quando abboccava. Matteo rimase per quaranta minuti a fissare lamo immobile con la più grande noia negli occhi. Poi espirò: Nonno, posso stare sul telefono? Qui non succede nulla. Guardò lo schermo, scoprì che non cera connessione, e iniziò a sospirare ad alta voce finché non decisi di tornare a casa.
Quella sera, Irene e io bevvevamo tè in cucina, in un silenzio più eloquente di mille parole. Entrambi ci sentivamo sconfitti, superati, inutili. Il nostro grande, caldo mondo di cure sembrava noioso.
Il mattino seguente Irene decise di fare delle frittelle con mele grattugiate, quelle che la figlia amava da piccola. Matteo era al tavolo, infilzava la forchetta nel piatto senza entusiasmo. Improvvisamente, i suoi occhi si posarono su una vecchia chitarra appoggiata in un angolo. Strumento inattivo da anni, ma ancora imponente.
Di chi è? chiese, senza alcun interesse.
Io, finché finivo il tè, mi animai.
Mia. La suonavo da giovane. Da tempo non la tocco più.
Suona qualcosa chiese Matteo allimprovviso, più sfida che richiesta.
Irene si fermò con il mestolo in mano. Io, imbarazzato, scossi la testa:
Oh, nipote, ho dimenticato tutto. Sono troppo vecchio.
Ma il ragazzo non mollò. Nei suoi occhi brillò lentusiasmo: finalmente qualcosa che poteva spezzare la noia.
Per favore! Almeno una canzone.
Sospirai, tossii e presi la chitarra. Le dita cercarono incerti i primi accordi. Cantai una vecchia canzone folk che cantavamo intorno al fuoco.
Matteo, finora indifferente, alzò lo sguardo. I suoi occhi si spalancarono; non ascoltava soltanto, ma assorbiva ogni nota.
Quando finii, il silenzio avvolse la stanza, poi Matteo chiese, con voce dolce e diversa:
Puoi insegnarmi? Anche solo questo cantò il ritornello.
Quella sera non accendemmo la televisione. I tre ci sedemmo in salotto. Io mostravo a Matteo gli accordi più semplici, Irene canticchiava, ricordando le parole di vecchie canzoni. Matteo, rosso per lo sforzo, premeva le corde e gioiva per ogni suono pulito.
Scoprimmo che il silenzio che io tanto apprezzavo alla pesca era spaventoso per il ragazzo. Il silenzio riempito di musica, invece, era unaltra cosa: era il silenzio della creazione condivisa, unattività comune.
Prima di andare a letto, Matteo, sdraiato, disse a Irene:
Lo sai, nonna, il nonno è proprio un rockstar.
Irene sorrise, accarezzandolo sulla testa. Capì che il nostro mondo lo mostravamo dal punto di vista sbagliato; non dovevamo trascinarlo nel nostro passato, ma trovare nel nostro passato qualcosa che potesse affascinarlo oggi.
Il giorno dopo, a colazione, latmosfera era diversa. Matteo, invece di afondarsi nel tablet, prese la chitarra.
Nonno, mi mostri altri accordi? chiese.
Io, finché finivo il caffè, cercai di mantenere un tono serio, ma i bordi delle labbra tradivano un sorriso.
Te li mostro, ma prima fai una buona colazione. Un musicista ha bisogno di energia.
Irene ci osservava, sentendo lultima preoccupazione svanire. La serata con la chitarra era stata la chiave magica che aveva aperto la porta al nostro mondo comune. Ora eravamo tutti sulla stessa riva.
Quando, dopo qualche giorno, i genitori di Matteo tornarono, trovarono una scena sorprendente. Il loro figlio, di solito riservato, mostrava orgogliosamente un accordo di Mi minore, tirando fuori dalla chitarra un suono non perfetto ma sincero. Io, accanto a lui, aggiustavo la posizione delle dita come un maestro.
Parlammo di attività extra. Pensavamo di iscriverlo al robotica, disse il cognato. È il futuro.
Irene e io ci scambiammo uno sguardo. Io, di natura più riservata, intervenni con decisione.
Sapete, io e Irene crediamo posò la mano sul mio braccio, cercando sostegno. Vediamo gli occhi di Matteo illuminarsi quando prende la chitarra. Non è solo un hobby, è una passione.
Io proseguii, più emozionato del solito:
Ha orecchio, ma soprattutto vuole. Non è solo una questione di suonare, è creare. La musica è viva; insegna ad ascoltare davvero, a sviluppare pazienza. Un dito fuori posto e il suono cambia. Questo lo disciplina.
Non forzavamo, non imponevamo. Condividevamo la scoperta. Raccontavamo come Matteo, impaziente, potesse lottare mezzora per premere le corde giuste, senza arrendersi. Come chiedesse di ascoltare band vecchie, metti qualcosa di simile.
Il robotica è bello, concluse Irene con dolcezza. Ma guardate lui. Non potremmo negargli questa passione?
I genitori guardarono il figlio, che nella stanza accanto, con concentrazione, provava una nuova sequenza di accordi sotto la mia supervisione. Nei suoi occhi non cera più distanza, ma fuoco. Il fuoco che avevano sempre sperato di vedere.
Un mese dopo Matteo si iscrisse a una scuola di musica per la chitarra. Linsegnante, donna severa e esperta, dopo la prima lezione disse ai genitori: Il ragazzo è ben preparato. Ha non solo orecchio, ma una comprensione della musica rara.
La scuola divenne per lui non un obbligo, ma la prosecuzione di quella scoperta magica avvenuta nel nostro soggiorno. Si allenava con passione, perché gli esercizi lo avvicinavano a melodie più belle e complesse. Sopportava le noiose scale, perché erano il prezzo per poter, un giorno, suonare come il nonno, con la stessa libertà e ispirazione.
Durante una festa di famiglia, quando gli ospiti chiesero qualcosa da cantare, Matteo, senza timore, prese la chitarra del nonno. Le sue note, ancora grezze, tremolanti, portarono la stessa canzone con cui tutto era iniziato, così sincera e calda che a Irene vennero le lacrime. Guardò me, poi il marito, e nei nostri occhi lesse orgoglio e felicità immensa.
Da allora Matteo veniva da noi non per obbligo, ma per quei pomeriggi con la chitarra. Si sedeva accanto a me sul divano, mostrava i progressi fatti, e io annuivi aggiustando la posizione delle dita: Metti il dito qui, suona più pulito.
Io, sul mio vecchio divano, leggevo o lavoravo a maglia, ma soprattutto ascoltavo. Quei suoni, talvolta grezzi, talvolta perfetti, erano diventati la nostra migliore musica. Non correvo più a riempirlo di cibo o a organizzare enormi attività.
Talvolta restavamo in silenzio, tre, mentre Matteo imparava una nuova melodia. Quel silenzio non era più imbarazzante, ma sereno. Avevamo trovato il modo di stare insieme, non cambiandoci, ma condividendo ciò che contava per tutti. E questo era, senza dubbio, la più grande comprensione.






