Adam, non voglio farti del male, caro. Davvero.
Adam era seduto sul davanzale della finestra a guardare fuori, come se Milano intera scorresse davanti lui e lui a aspettare Godot o, più precisamente, suo papà. Era assorto nei pensieri. Erano passati ormai due anni da quando sua mamma li aveva lasciati, scegliendosi una nuova famiglia per conto proprio. Si sarà trovata meglio così, aveva commentato il papà una volta, con un filo di tristezza nella voce. Il perché avesse lasciato proprio suo figlio, beh, rimaneva un mistero più grande del finale di una partita della Serie A. Ormai, col tempo, Adam stava iniziando a dimenticarla.
Il papà si dava davvero da fare: faceva i salti mortali per il figlio. Adam aveva già dieci anni, non era mica scemo. Capiva tante cose, anche quelle che gli adulti pensano di poter nascondere per il suo bene. Aveva imparato a lavare i piatti, a mettere in ordine le sue cose, considerava i giocattoli una roba per bambini (lui ormai era quasi un uomo! diceva).
Certo però, era un po solo. Sognava un cane, come i suoi amici. Ma il papà era irremovibile:
E chi se ne occupa, Adam? Io lavoro tutto il giorno, e tu vai a scuola, ti pare!
Alla fine, un giorno, papà è tornato a casa non con un cane, ma con una donna: si chiamava Giulia. Ha iniziato a vivere con loro. Adam cercava di parlarle il meno possibile: per lui era più inutile di un ombrello rotto la domenica di Ferragosto. Ma papà la presentava come la mia compagna, sperando che Adam la vedesse come una mamma.
Non mi serve una mamma! aveva sbottato Adam, senza mezze misure. E così hanno tirato avanti, tra musi lunghi e silenzi. Adam vedeva però che il papà era contento con Giulia. Ridevano, si abbracciavano e lui? Lui era sempre arrabbiato, come se avesse una pentola a pressione al posto dello stomaco.
Papà, io voglio che lei se ne vada.
Eh, Adam, ma io invece voglio che resti. Sai, è dura vivere senza una donna in casa una compagna, una mamma.
Arrivò lestate, il caldo di luglio che scioglie anche i pensieri. Adam giocava in cortile con i nuovi amici. E fu proprio uno di loro che gli piantò in testa il tarlo: Vedrai che il papà e la nuova fidanzata presto ti spediscono in orfanotrofio!
Lui si spaventò sul serio. Daltronde, chissà? Magari volevano un altro figlio e lui era soltanto dimpiccio! Così iniziò a prepararsi al peggio, tipo piano demergenza durante uno sciopero dei treni.
Un giorno, di nascosto, gli capitò di sentire una mezza frase della Giulia: Ci starà bene, dovremmo mandarcelo.
Basta, per lui era la fine. Passò la notte sveglio, e la mattina una decisione: se ne doveva liberare di Giulia. Da subito partì col sabotaggio: mise il sale nel tè, lasciò acceso il fornello sotto la padella vuota, fu scortese. Giulia non era mica una sprovveduta: ci arrivò subito.
Adam, dobbiamo parlare. Sei arrabbiato, vero?
Non sono arrabbiato per niente! balbettò, tentando una goffa via di fuga.
Adam, non voglio farti del male, ci credi? Ascolta.
Abbiamo affittato una casetta al lago per lestate, volevamo farti una sorpresa. Però credo sia meglio spiegarti tutto: tuo papà ha trovato un cucciolo, e andiamo a prenderlo oggi. Vieni con noi?
Non stai scherzando? chiese Adam, incredulo finalmente speranzoso. E la abbracciò stretto, quasi da stritolarla.
Giulia, quasi con le lacrime: Dai Adam, sii felice! Va tutto bene devi solo piangere di gioia, ormai!
Quando il papà tornò dallufficio (in bicicletta, con 34 gradi allombra: un eroe), andarono tutti insieme a prendere il cane. La rabbia di Adam si era sciolta come il gelato a Ferragosto. E Giulia non era più un avversario: pace fatta. Il cucciolo si acciambellò sulle gambe di Adam e si addormentò. E finalmente, quella sera, tutti erano felici. Anche il cane.



