Ai confini del mondo. La neve gelava la pelle e si infilava negli stivali, ma Rita non voleva comprare degli stivali di feltro; avrebbe preferito gli stivali alti, anche se qui sembrerebbe fuori luogo. E poi suo padre le aveva bloccato la carta. «Ma davvero vuoi vivere in campagna?» – domandò lui, arricciando le labbra con disprezzo. Papà non sopportava la vita rurale, le gite nella natura, qualsiasi posto privo dei confort da cittadino. E anche Giosuè era come lui: per questo Rita stava andando in un paesino. In verità, non desiderava vivere davvero lì, anche se, diversamente da suo padre, amava le passeggiate, le tende e la magia dell’avventura. Ma vivere in campagna, no. Anche se al padre aveva detto il contrario. «Lo voglio. E lo farò.» «Non dire sciocchezze. Che farai laggiù, darai la caccia alle mucche? Io pensavo che tu e Giosuè vi sposaste quest’estate, che cominciassimo a preparare il matrimonio…» Il matrimonio. Papà le “serviva” Giosuè come una minestra fredda e con i grumi, talmente disgustosa che la nausea le saliva e la tormentava per ore. A dire il vero, Giosuè non era brutto, anzi, si poteva dire fosse carino: naso diritto, occhi vivaci sotto sopracciglia eleganti, capelli leggermente mossi, ben curati, corpo robusto. Era il braccio destro del padre, e da tempo papà sperava che la figlia sposasse un uomo “adatto” come lui. Rita però non lo sopportava. La irritava la sua voce monotona, le dita tozze sempre in movimento, le storie arroganti di quanto fossero costosi i suoi abiti, i suoi orologi, la sua auto… Soldi, soldi, soldi! Non pensavano ad altro. Ma Rita voleva l’amore. Quello che ti toglie il fiato, come nei romanzi. Non l’aveva mai provato, ma sapeva che sarebbe arrivato. Si era innamorata spesso, di qualcuno o di qualcun altro, ma erano solo passioni fugaci, che non lasciavano cicatrici. Lei invece desiderava i graffi dell’anima, la drammaticità, non la tranquillità prevedibile di Giosuè. Così l’idea di trasferirsi in campagna e insegnare nella scuola locale le sembrò magnifica. Giosuè non l’avrebbe mai seguita; avrebbe temuto la mancanza di internet, l’assenza di acqua calda, della rete fognaria. Rita aveva scelto apposta un borgo che fosse privo di tutto ciò. Il preside non voleva assumerla, dubitava che ce la facesse, ma la precedente insegnante era scomparsa all’improvviso, e Rita era stata determinata: aveva portato certificati e diplomi direttamente al Ufficio Scolastico. «E cosa farà un’insegnante così qualificata e giovane in una realtà di provincia?» aveva chiesto una donna severa dai capelli rosso acceso. «Insegnerò ai bambini» aveva risposto con fermezza Rita. Ed ora insegnava. Viveva in una casetta senza acqua calda e senza bagno, accendeva da sola la stufa. Proprio come temeva, Giosuè era venuto, aveva passato lì una notte, poi era scappato. Si era ripresentato al telefono, tentando di convincerla a tornare; come il padre, pensava che fosse solo un capriccio. All’inizio a Rita piaceva stare lì. Ma poi arrivò l’inverno: la casetta si raffreddava tanto che anche sotto le coperte si tremava e portare la legna in casa era una vera impresa. In realtà voleva andarsene, però non era tipo da arrendersi. E ora era responsabile non solo di sé, ma anche dei bambini. La classe era piccola: solo dodici alunni. All’inizio rimase scioccata; nell’Istituto d’Arte dove lavorava prima, i ragazzi erano svegli e brillanti. Qui… le parevano irrecuperabili. Terza elementare e leggevano ancora a fatica. Non facevano i compiti. Durante la lezione c’era confusione. Ma solo all’inizio. Poi Rita si innamorò di loro. Simeone intagliava gli animali nel legno, e non erano lavori grossolani ma vere volpi e procioni, lepri e orsi che potevano essere esposti in una boutique della città. Anna scriveva versi liberi, Vito restava dopo lezione a riordinare, Ilaria aveva un agnellino che la seguiva a scuola come un cagnolino. In sostanza, impararono anche a leggere: prima non ci avevano nemmeno provato – e ai bambini davano i libri sbagliati. Rita ignorò il programma scolastico e portò altri testi, che comprava nei paesini vicini poiché l’internet non funzionava quasi mai e ordinare online era impossibile. Rita non riusciva a trovare il modo di raggiungere una sola bambina. Ed è proprio suo padre che vide, quando il viso si contrasse per il freddo pungente e le mani erano piene di legna. «Buongiorno, signorina Margherita» disse lui, fermandosi a qualche passo dal cancello. Rita, a dirla tutta, aveva un po’ di timore. Aveva l’aspetto duro… da malvivente. Non sorrideva mai. E il cuore le batteva forte; temeva che lui se ne accorgesse e capisse quanto fosse spaventata. O forse no? «Buongiorno». La voce le uscì più alta di quanto volesse. «Perché Tania prende solo brutti voti?» «Perché non fa nulla». «E allora convincila. Chi è l’insegnante, io o lei?» L’insegnante era Rita. Ma non voleva costringere nessuno. La bambina aveva probabilmente l’autismo, c’era bisogno di uno specialista. «È sempre stato così?» domandò Rita per scrupolo. Vladimir esitò. «No, prima faceva tutto con Olga.» «Chi è Olga?» Lui si rabbuiò, come se anche lui avesse il freddo dentro gli stivali. «Sua madre.» A quel punto era chiaro che la domanda successiva era meglio evitarla. Ma doveva farla. «E ora dov’è?» «Al cimitero.» Ecco. Il mistero non era poi così complicato. Stare lì con il carico di legna era scomodo e pesante, ma era imbarazzante dirlo. Quando il ciocco in cima scivolò e le cadde sul piede, Rita si lasciò sfuggire un gemito, mollò la legna e trattenne a fatica le lacrime. Erano lacrime di dolore e di rabbia per essersi dimostrata così goffa davanti a un adulto. Che sciocchezza, anche lei era un adulto. Ma non si sentiva tale. «Lasci che l’aiuti» propose Vladimir. «No, faccio da sola.» «Ho visto come fa da sola.» Portò la legna, sistemò il montante con un ciocco così la porta non si bloccava più. «Se ha bisogno, chieda pure» disse, e se ne andò. Chissà perché era venuto… pensava che per qualche fascio di legna le avrebbe dato i voti positivi a Tania? Non proprio… Il pensiero della bambina non le dava pace. Per giorni cercò di avvicinarla; sentiva sia l’incapacità pedagogica che la pietà per la piccola. Si rivolse anche alla vicepreside. «Ah, è una causa persa. Metti pure i brutti voti, la mandiamo d’estate alla scuola speciale.» «In che senso?» «Così, commissione, diagnosi… Cosa vuoi farci, se la bambina è così.» «Ma suo padre dice che una volta…» «Lascia stare! La madre si occupava di lei, lui non è in grado. Non dar retta, ti racconterà un sacco di cose…» «Lei non lo sopporta, vero?» intuì Rita. La vicepreside fece una smorfia e rispose: «Non è un pasticcino da piacere o meno. La bambina deve essere seguita con gli specialisti adatti.» Rita non era d’accordo. Non era sicura che Tania dovesse andare in una scuola speciale. Così chiamò la sua mentore, Lidia Nicoletta, si confrontò con lei e poi andò a casa della bambina. Era nervosa, davvero. Si fece una tisana di camomilla, anche se non le piaceva tanto. La mamma la beveva sempre, diceva che la calmava… anche la mamma di Rita non c’era più, e per questo si sentiva tanto coinvolta nella storia di Tania. Vladimir la accolse senza entusiasmo, mentre Rita pensava che avrebbe dovuto essere felice che lei volesse aiutare la bambina. «Noi non accettiamo visite» disse Vladimir. Rita strinse le labbra, come la vicepreside, e rispose che il coordinatore della classe deve controllare le condizioni dell’alunno. La stanza di Tania era deliziosa. Con le pareti rosa, i peluche e una marea di libri. Rita quasi ci invidiava: suo padre era essenziale e detestava tutte le cose colorate. La sua stanza era beige, pure le bambole beige. La prima volta non ottenne molto. Chiese quali fossero i libri preferiti di Tania, li sfogliò, domandò se avesse matite. La bambina le portò le matite senza parlare. Alla fine, alla domanda su come si chiamasse il coniglietto rosa, Tania rispose: «Plush.» La volta successiva Rita portò un maglioncino per Plush. La mamma le aveva insegnato a lavorare a maglia, e Rita lo faceva tutti gli anni in sua memoria. Non era molto abile, aveva pure preso il filato troppo grosso. Ma Tania fu felice, lo provò e disse: «È bello.» Rita le propose di disegnare Plush col nuovo maglione. E Tania lo fece. Rita scrisse il nome volutamente sbagliato. E Tania lo corresse. Non aveva alcun ritardo mentale. «Verrò da Tania tre volte a settimana» disse a Vladimir. «Non ho soldi da spendere» rispose lui, burbero. «Non voglio essere pagata» si risentì Rita. Così decisero. La vicepreside, saputo delle visite, non la prese bene. «Non si può favorire un solo alunno, non è educativo! E poi è inutile, ne ho già visti di bambini così.» «Anch’io ne ho visti» tagliò corto Rita. «E so che è presto per arrendersi.» La bambina in effetti era particolare: quasi sempre silenziosa, evitava lo sguardo, preferiva disegnare e non scrivere. Ma sapeva far di conto, e la grammatica la imparava subito. A fine trimestre, le sufficienze vennero da sé. «Per Capodanno andrà via?» domandò Vladimir, strano, evitava di guardarla. Proprio come Tania. «No… resto qui» rispose Rita, sentendo il viso accendersi. «Tania vorrebbe invitarla.» Strano. Tania non aveva mai chiesto nulla. Ma parlava poco. Non voleva rifiutare la bambina, né celebrare la festa con degli sconosciuti. «Grazie, ci penserò» disse Rita. Quella notte dormì male; non capiva perché fosse così agitata. Era logico che Tania fosse più affettuosa dopo tanta attenzione… non era forse ciò che lei stessa voleva? E a Vladimir… cosa importava? Su questi pensieri si addormentò. Al mattino chiamò Giosuè. «Quando vieni?» «Come?» «A Capodanno? Non lo farai qui in campagna.» «Macché, qui lo passerò!» «Rita… basta? Papà ha la pressione alta, non sa cosa fare senza di te.» Papà non le aveva mai chiamata. «Che vada dal medico» sbottò lei. «Ma quindi davvero non passi da noi?» «No.» «Uff. E io cosa faccio?» «Fai come vuoi!» Diceva così, senza immaginare che Giosuè avrebbe davvero raggiunto la casetta portando spumante, insalata e regali. «Se Maometto non va alla montagna…» Rita rimase di stucco. E non del tutto infastidita: non pensava che Giosuè ne fosse capace. Preferiva festeggiare in ristoranti chic, con musica dal vivo. Qui non c’era nemmeno la TV. «Va bene, l’importante sei tu.» Rita cercava il trabocchetto. Ma non lo trovava. «Forse ho sempre sbagliato su di lui?» pensò. Si sciolse ancora di più quando, tra i regali, trovò i suoi piatti preferiti e, incartati, libri di pedagogia, un proiettore e un diario da insegnante. «Grazie» disse commossa. «Pensavo che mi portassi gioielli o elettronica, come sempre.» Giosuè sorrise. «Rita, ho capito che sei il tesoro più prezioso per me. Se vuoi vivere qui, allora vivremo qui. I gioielli li ho comunque portati.» E tirò fuori la classica scatolina di velluto rosso. Era ovvio cosa ci fosse. «Posso non rispondere subito?» chiese Rita. Giosuè non si offese. «Temevo un rifiuto immediato. Posso aspettare quanto vuoi.» Rita non sapeva cosa dire, e mise la scatola in tasca. Vladimir aveva il suo numero, ma chiamò il fisso. «Ha deciso?» chiese. «Mi scusi. È venuto un amico.» «Capisco.» E riattaccò. Rita si sentì subito a disagio. Cosa c’entrava quel tono? Capisce… cosa? Non aveva promesso nulla, non c’era motivo di offendersi! E si offendeva? Forse… Per Tania. Una bambina ci resta male, che padre vuole? La testa le girava. E Giosuè niente, tentava solo di ricevere il segnale per vedere un film di Capodanno. Rita sentì un fischio: era il richiamo del cane. Ricordò che Vladimir richiamava così. Guardò fuori. Vladimir e Tania erano davanti al cancello. Il viso le si tinse di rosso. «Chi è?» chiese Giosuè contrariato. «Un’alunna» rispose Rita. «Arrivo subito.» Aveva preparato un regalo per Tania: un’amichetta per Plush, il coniglio rosa. Suo padre avrebbe detto che è di cattivo gusto. Aveva preparato un regalo anche per Vladimir: dei guanti di lana fatti da lei. Non sapeva se fosse il caso, ma li portò. Prese i regali ed uscì di corsa, senza cappello, con le gambe scoperte. La neve riempiva gli stivali, ma non fece una piega. «Ciao Tanina!» disse premurosa. «Buon anno! Guarda cosa ti ho comprato.» Allungò a Tania la busta, la bambina tirò fuori il coniglio e lo strinse forte, guardò il padre. Vladimir aveva due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Tania aprì quello grande: era un quaderno con un fumetto, subito riconobbe i suoi disegni. «Grazie, è stupendo!» Nel piccolo c’era una spilla a forma di uccellino: una minuscola colibrì dorata. Rita guardò Vladimir. Lui non ricambiò lo sguardo. E Tania le disse: «Era della mamma.» Rita si sentì stringere la gola. «Ora andiamo» disse Vladimir. «Certo. Buon anno…» «Buon anno anche a voi…» Rita avrebbe voluto abbracciare Tania, ma non ci riuscì: la piccola era lì, abbracciata al peluche, sempre silenziosa. Alla porta Rita si voltò. Il cuore le batteva forte vedendo quelle due figure e rientrò a casa trattenendo le lacrime. «E allora?» chiese Giosuè, stizzito. Rita guardò il quaderno e la spilla stretta nel pugno. Si ricordò dei guanti che aveva dimenticato di dare. E soprattutto di quello che aveva detto Tania: “era della mamma”… E di quanto il sorriso di Vladimir fosse contagioso, quando guardava la figlia. Dentro sentì sbocciare qualcosa. Le dispiaceva per Giosuè, ma non aveva senso mentire a lui e a sé. Rita tirò fuori la scatola di velluto dalla tasca, la restituì a Giosuè e disse: «Torna a casa. Mi dispiace, non posso sposarti. Scusa» ripeté. Il viso di Giosuè si allungò. Non era abituato ai rifiuti. Per un attimo Rita temette che lui la colpisse. Ma Giosuè mise la scatola in tasca, prese le chiavi e uscì in silenzio. Rita raccolse in fretta il cibo nei contenitori, prese i guanti per Vladimir e corse fuori a raggiungere due estranei che in quel momento erano diventati tutto per lei…

Ai confini del mondo.

La neve si infilava negli stivali, pizzicando la pelle a ogni passo. Eppure, Margherita non pensava minimamente di comprare degli stivali di lana: meglio i cuissardes, quelli alti e slanciati che aveva visto a Milano. Ma lì, in quel paesino dimenticato tra le montagne piemontesi, sarebbero sembrati ridicoli. E poi, suo padre aveva bloccato la carta di credito.

Ma sei seria, vuoi davvero vivere in campagna? le aveva chiesto, torcendo la bocca con disprezzo.

Suo padre detestava la vita rurale: niente ville, niente weekend in agriturismo, niente delle comodità da cittadino cui era abituato. E anche Giorgio, il suo fidanzato storico, era identico. Per questo Margherita aveva preso la decisione di trasferirsi proprio lì. In realtà, pur amando le escursioni e il romanticismo delle notti in tenda, vivere stabilmente in un villaggio non era mai stato il suo sogno. Ma a suo padre aveva mentito.

Lo voglio. E lo farò.

Non parlare sciocchezze. Cosa pensi di fare lì, mungere le vacche? Io pensavo che con Giorgio vi sareste sposati questestate… Pensavo stessimo organizzando il matrimonio…

Un matrimonio. Suo padre glielo aveva servito su un piatto freddo e insipido, come polenta rafferma, e il pensiero le rimaneva nello stomaco, nauseante per ore.

Giorgio non era brutto, anzi: naso dritto, occhi vivaci sotto sopracciglia perfette, capelli castani ricci, fisico robusto. Era il braccio destro di suo padre ormai, e da qualche tempo era chiaro che volesse per la figlia un marito così “idoneo”.

Ma Margherita non lo sopportava. La irritavano la voce lamentosa, le dita tozze sempre in movimento, le storie vane sui prezzi dei suoi abiti firmati, degli orologi, della macchina nuova… Soldi, soldi, soldi! Sembravano non pensarci che a quelli. Margherita invece cercava altro: amore, emozioni forti, di quelle che mozzano il fiato come nei romanzi. Non laveva mai sentito davvero, ma sapeva che sarebbe arrivato. Si era invaghita spesso di ragazzi, ma erano tutti amori fugaci, senza mai una cicatrice. E lei desiderava una cicatrice, una vera storia, non la monotonia prevedibile di Giorgio.

Così, insegnare nella scuola del paesino sperduto sembrava unidea brillante. Giorgio mai si sarebbe trasferito in un posto senza Wi-Fi, acqua calda o fognature.

Margherita aveva scelto apposta un luogo senza niente di tutto questo. Il preside era riluttante a prenderla e non credeva che potesse farcela, ma la precedente maestra era mancata improvvisamente, e Margherita aveva insistito, mostrando diplomi e attestati con determinazione.

Ma cosa ci fa una giovane insegnante tanto qualificata in questa valle? aveva domandato la segretaria, capelli rossi come il fuoco.

Insegnerò ai bambini, aveva risposto Margherita, seria.

E così insegnava. Viveva in una casetta senza acqua calda né servizi, accendeva la stufa da sé. Come previsto, Giorgio rimase una notte e poi fuggì. Chiamava per convincerla a tornare, ma considerava quella scelta una stramberia destinata a finire presto.

Allinizio, Margherita lì stava bene. Poi arrivò linverno: la casa si raffreddava fino a sotto le coperte, portare la legna era una sfida. Ogni tanto avrebbe voluto mollare, ma non era tipo da arrendersi. E ora non aveva solo responsabilità verso sé stessa, ma anche verso i bambini.

La classe era piccola, dodici bambini. Da subito rimase scioccata: nel Centro Giovani di Torino dove aveva lavorato, i bambini erano svegli e promettenti. Qui… sembravano senza speranza. Terza elementare, ma leggevano a fatica. Niente compiti, caos in classe. Ma era solo allinizio. Poi Margherita se ne innamorò.

Samuele intagliava animali nel legno, non grezze figurine ma piccoli capolavori: volpi, procioni, lepri e orsi che potevano stare in vetrina. Anna scriveva poesie libere, Valerio restava sempre dopo la lezione per pulire la classe, Irene aveva un agnellino che la accompagnava fino a scuola come un cane.

E in verità, sapevano leggere: nessuno aveva mai provato a stimolarli davvero, né avevano avuto libri adatti. Margherita ignorò i programmi ministeriali e portò altri testi, andando fino al paese più grande a comprarli perché internet non funzionava affatto e ordinare online era impossibile.

Solo con una bambina, Margherita non riusciva a trovare la strada: proprio mentre si stava struggendo per il freddo e per la fatica di trasportare la legna, scorse il padre di Teresa, la bambina, mentre si avvicinava con passo deciso.

Buongiorno, Signorina Margherita, disse, fermandosi al cancello.

Margherita non poteva negare di aver paura di lui. Il suo aspetto era… ruvido. Da duro. Non sorrideva mai. E il suo cuore batteva forte: temeva che se ne accorgesse. O forse no?

Buongiorno.

La voce le tremò.

Perché Teresa prende solo insufficienze?

Perché non fa niente.

Allora la faccia lavorare. Chi è linsegnante qui?

Linsegnante era lei. Ma non voleva forzare la bambina: probabilmente aveva lautismo, ci voleva uno specialista.

È sempre stato così? chiese Margherita.

Vittorio esitò.

No, faceva i compiti con Olga.

Olga…?

Si accigliò, come se avesse sentito la neve nei calzini.

Sua madre.

E Margherita capì che non doveva chiedere oltre. Ma era necessario.

E ora dovè?

Al cimitero.

Era tutto chiaro, come diceva sempre suo padre.

Portare la legna era faticoso e scomodo, ma dire qualcosa sarebbe sembrato imbarazzante. Quando il ciocco superiore le cadde sul piede, Margherita gemette. Le lacrime erano sia di dolore che di rabbia per essersi mostrata così impacciata. Ma anche lei era adulta… Anche se non si sentiva tale.

Lasci che laiuti, propose Vittorio.

No, riesco da sola.

Sì, si vede.

Le portò la legna, prese a sistemare la porta e ora non si incastrava più.

Se ha bisogno, mi chiami, disse, andandosene.

Perché era venuto? Pensava di guadagnare un voto migliore per Teresa con qualche fascio di legna? Improbabile…

Quel pensiero la tormentava. Per giorni cercò di avvicinarsi alla bambina, sentendosi una pessima insegnante e profondamente dispiaciuta per lei. Chiese consigli alla vicepreside.

Lascia fare: metti le insufficienze, in estate la mandiamo in una scuola speciale.

In che senso?

Una commissione la esaminerà e deciderà. È così se il bambino non ce la fa.

Ma suo padre dice che prima…

Basta con il passato! La madre la seguiva, lui non è capace. Non ascoltarlo…

Non le piace, vero? intuì Margherita.

La vicepreside si strinse nelle spalle.

Non è questione di piacere. I bambini vanno seguiti dove serve.

Non la convinse. Margherita non era sicura che Teresa dovesse entrare in una scuola speciale. Così chiamò la sua mentore, Lidia, per un parere. Poi si decise: sarebbe andata a casa di Teresa. Aveva una paura tremenda, tanto da bere un infuso di camomilla, anche se non le piaceva. Sua madre lo sorseggiava sempre per calmarsi. La mamma di Margherita era morta anche lei, motivo in più per sentire vicina la storia di Teresa.

Vittorio la accolse freddamente, sorpreso che venisse per aiutare la bambina.

Sa, non riceviamo ospiti, disse.

Margherita si strinse le labbra, decisa:

Il coordinatore di classe deve verificare le condizioni di crescita.

La stanza di Teresa era incantevole: carta da parati rosa, peluche e una montagna di libri. Margherita provò invidia, il papà era minimalista, la sua infanzia era beige e monotona.

La prima visita non diede risultati. Margherita le chiese delle sue letture, sfogliava i libri, domandò se avesse dei colori. Teresa glieli mise in mano senza dire nulla. Solo verso la fine, quando linsegnante chiese il nome del peluche rosa, disse:

Cippi.

Alla seconda visita, Margherita portò a Cippi un golfino fatto a maglia. Sua mamma glielo aveva insegnato. Non era il massimo, il filato troppo grosso, ma Teresa ne fu felice, lo indossò immediatamente e disse:

È bello.

Margherita le propose di disegnare Cippi col golfino nuovo. Teresa lo fece. Margherita scrisse il nome, sbagliando apposta. Teresa lo corresse.

Niente scuola speciale per lei.

Verrò da Teresa tre volte a settimana, annunciò a Vittorio.

Non ho soldi extra, rispose lui, burbero.

Non mi serve denaro, si offese Margherita.

Così fu deciso.

Quando la vicepreside seppe delle visite, si arrabbiò.

Non si fa preferenze a un solo bambino, non è educativo! È una perdita di tempo, li ho visti questi casi.

Anchio li ho visti, tagliò Margherita. Ma non è il momento dei verdetti.

La bambina era diversa, silenziosa, schiva nello sguardo, preferiva disegnare che scrivere. Però contava bene, intuiva la grammatica al volo. Alla fine del primo trimestre, le insufficienze non cerano più: erano tutti voti veri.

A Capodanno partirà? domanda Vittorio, evitando di guardarla, come faceva Teresa.

No, balbettò Margherita, sentendo le guance arrossire.

Teresa vorrebbe invitarla.

Strano. Teresa non lo aveva mai detto, ma parlava poco. Non voleva deluderla. Ma festeggiare Capodanno con estranei non le piaceva.

Grazie, ci penserò, rispose.

Dormì male quella notte, senza capire perché fosse così turbata. “Forse era solo il fatto che, dopo aver dedicato tempo alla bambina, ora stava ricevendo affetto. Era quello che desiderava?” E che importanza aveva lopinione di Vittorio…

Così pensava, e scivolò nel sonno.

La mattina dopo si fece sentire Giorgio.

Allora, quando arrivi?

Cosa intendi?

A Capodanno! Non penserai di restare qui, vero?

Certamente sì.

Margherita… basta! Tuo padre ha la pressione alle stelle, è disperato.

Suo padre non la chiamava mai.

Che vada dal medico, rispose brusca.

Quindi davvero non torni?

Davvero.

E io cosa faccio?

Quello che vuoi!

Non immaginava che Giorgio avrebbe preso alla lettera quelle parole: arrivò con lo spumante, insalata russa e regali.

Se la montagna non va da Maometto…

Margherita non credeva ai suoi occhi. Lui amava festeggiare in ristorante, musica dal vivo. Là, niente TV.

Va bene così, limportante sei tu.

Lei cercava un difetto, ma non lo trovava. “Forse mi sono sbagliata su di lui”, pensò.

Ancor più si sciolse quando trovò tra i regali i suoi piatti preferiti, libri di pedagogia, un proiettore e unagenda da insegnante.

Grazie, si commosse, credevo che mi avresti portato bijoux o gadget come sempre.

Giorgio sorrise.

Ho capito che tu sei il bene più prezioso che ho. Se vuoi vivere qui, vivremo qui. I gioielli li ho portati comunque.

E tirò fuori una scatolina di velluto rosso. Subito, Margherita capì cosa cera dentro.

Posso non rispondere subito? chiese piano.

Giorgio non si offese.

Temevo che avresti detto di no subito. Posso aspettare quanto vuoi.

Margherita non sapeva cosa dire. Mise la scatola in tasca.

Vittorio aveva il suo numero, ma chiamò il fisso.

Ha pensato allinvito? chiese.

Mi perdoni, ho visite oggi.

Capisco.

E mise giù.

Margherita si sentiva subito infastidita. Quel tono Capisco Cosa capisce? Non ha motivo di offendersi, non aveva promesso nulla! Eppure forse sì: Teresa laspettava, e quale padre non si preoccupa per la delusione della figlia?

I pensieri la facevano girare in tondo. Giorgio non si accorgeva di nulla, si ostinava a cercare un segnale per vedere film di Capodanno.

Margherita sentì un fischio: il richiamo di un cane. Ricordò che Vittorio fischiava proprio così. Guardò fuori dalla finestra. Vittorio e Teresa erano al cancello.

Arrossì di colpo.

Chi sono quelli? chiese Giorgio, infastidito.

Una mia alunna, sussurrò Teresa. Arrivo subito.

Aveva preparato un regalo per Teresa: una compagna per Cippi, un coniglietta rosa. Suo padre lavrebbe giudicata kitsch.

A Vittorio aveva pensato di fare un regalo: un paio di guanti fatti a mano, non era certa fosse una buona idea ma ormai erano pronti.

Afferrò regali e corse fuori così comera, senza cappello né sciarpa. Si riempì di neve gli stivali, ma non si lamentò.

Cara Teresa, ciao! disse con dolcezza. Buon anno nuovo! Guarda cosa ti ho portato.

Porse il pacchetto. Teresa estrasse la coniglietta e la strinse forte, guardando suo padre. Vittorio tirò fuori due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Teresa aprì prima il grande. Era un quaderno illustrato con i suoi fumetti: Teresa li riconobbe subito.

Grazie, che bello!

Nel pacchetto piccolo cera una spilla a forma di uccellino. Un piccolo colibrì doro. Margherita guardò Vittorio. Lui evitava il suo sguardo. E Teresa disse:

Era della mamma.

Un nodo le strinse la gola.

Andiamo, borbottò Vittorio.

Certamente. Buon anno!

Anche a voi…

Margherita avrebbe voluto abbracciare Teresa, ma non si sentì di farlo: la bambina stringeva il peluche e taceva.

Alla porta, Margherita si voltò. Sentì una fitta nel petto a vedere quelle due figure, entrò in casa battendo forte gli occhi e il naso.

E allora? domandò Giorgio, ancora insoddisfatto.

Margherita guardò il quaderno illustrato e la spilla nella mano. Ricordò di aver dimenticato i guanti. E le parole di Teresa: “Della mamma” E i sorrisi che Vittorio aveva solo per la figlia. Qualcosa le si sciolse dentro. Giorgio le faceva pena, ma non poteva continuare a mentire a lui e a sé stessa.

Estrasse dal taschino la scatola di velluto e gliela restituì.

Torna a casa, Giorgio. Mi dispiace, non voglio sposarti. Scusami, ripeté.

Giorgio impallidì, preso alla sprovvista.

Per un attimo Margherita temette una reazione brusca. Ma Giorgio rimise la scatola in tasca, prese le chiavi e uscì senza dire parola.

Margherita raccolse in fretta il cibo nei contenitori, afferrò i guanti per Vittorio, e corse fuori a raggiungere quelle persone che, nella semplicità di un piccolo paese, le avevano insegnato che la felicità non si misura coi soldi, ma con le attenzioni sincere. Le cose che contano, come una carezza, un sorriso, o un gesto gentile, sono gratuite e rendono la vita degna dessere vissuta.

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Ai confini del mondo. La neve gelava la pelle e si infilava negli stivali, ma Rita non voleva comprare degli stivali di feltro; avrebbe preferito gli stivali alti, anche se qui sembrerebbe fuori luogo. E poi suo padre le aveva bloccato la carta. «Ma davvero vuoi vivere in campagna?» – domandò lui, arricciando le labbra con disprezzo. Papà non sopportava la vita rurale, le gite nella natura, qualsiasi posto privo dei confort da cittadino. E anche Giosuè era come lui: per questo Rita stava andando in un paesino. In verità, non desiderava vivere davvero lì, anche se, diversamente da suo padre, amava le passeggiate, le tende e la magia dell’avventura. Ma vivere in campagna, no. Anche se al padre aveva detto il contrario. «Lo voglio. E lo farò.» «Non dire sciocchezze. Che farai laggiù, darai la caccia alle mucche? Io pensavo che tu e Giosuè vi sposaste quest’estate, che cominciassimo a preparare il matrimonio…» Il matrimonio. Papà le “serviva” Giosuè come una minestra fredda e con i grumi, talmente disgustosa che la nausea le saliva e la tormentava per ore. A dire il vero, Giosuè non era brutto, anzi, si poteva dire fosse carino: naso diritto, occhi vivaci sotto sopracciglia eleganti, capelli leggermente mossi, ben curati, corpo robusto. Era il braccio destro del padre, e da tempo papà sperava che la figlia sposasse un uomo “adatto” come lui. Rita però non lo sopportava. La irritava la sua voce monotona, le dita tozze sempre in movimento, le storie arroganti di quanto fossero costosi i suoi abiti, i suoi orologi, la sua auto… Soldi, soldi, soldi! Non pensavano ad altro. Ma Rita voleva l’amore. Quello che ti toglie il fiato, come nei romanzi. Non l’aveva mai provato, ma sapeva che sarebbe arrivato. Si era innamorata spesso, di qualcuno o di qualcun altro, ma erano solo passioni fugaci, che non lasciavano cicatrici. Lei invece desiderava i graffi dell’anima, la drammaticità, non la tranquillità prevedibile di Giosuè. Così l’idea di trasferirsi in campagna e insegnare nella scuola locale le sembrò magnifica. Giosuè non l’avrebbe mai seguita; avrebbe temuto la mancanza di internet, l’assenza di acqua calda, della rete fognaria. Rita aveva scelto apposta un borgo che fosse privo di tutto ciò. Il preside non voleva assumerla, dubitava che ce la facesse, ma la precedente insegnante era scomparsa all’improvviso, e Rita era stata determinata: aveva portato certificati e diplomi direttamente al Ufficio Scolastico. «E cosa farà un’insegnante così qualificata e giovane in una realtà di provincia?» aveva chiesto una donna severa dai capelli rosso acceso. «Insegnerò ai bambini» aveva risposto con fermezza Rita. Ed ora insegnava. Viveva in una casetta senza acqua calda e senza bagno, accendeva da sola la stufa. Proprio come temeva, Giosuè era venuto, aveva passato lì una notte, poi era scappato. Si era ripresentato al telefono, tentando di convincerla a tornare; come il padre, pensava che fosse solo un capriccio. All’inizio a Rita piaceva stare lì. Ma poi arrivò l’inverno: la casetta si raffreddava tanto che anche sotto le coperte si tremava e portare la legna in casa era una vera impresa. In realtà voleva andarsene, però non era tipo da arrendersi. E ora era responsabile non solo di sé, ma anche dei bambini. La classe era piccola: solo dodici alunni. All’inizio rimase scioccata; nell’Istituto d’Arte dove lavorava prima, i ragazzi erano svegli e brillanti. Qui… le parevano irrecuperabili. Terza elementare e leggevano ancora a fatica. Non facevano i compiti. Durante la lezione c’era confusione. Ma solo all’inizio. Poi Rita si innamorò di loro. Simeone intagliava gli animali nel legno, e non erano lavori grossolani ma vere volpi e procioni, lepri e orsi che potevano essere esposti in una boutique della città. Anna scriveva versi liberi, Vito restava dopo lezione a riordinare, Ilaria aveva un agnellino che la seguiva a scuola come un cagnolino. In sostanza, impararono anche a leggere: prima non ci avevano nemmeno provato – e ai bambini davano i libri sbagliati. Rita ignorò il programma scolastico e portò altri testi, che comprava nei paesini vicini poiché l’internet non funzionava quasi mai e ordinare online era impossibile. Rita non riusciva a trovare il modo di raggiungere una sola bambina. Ed è proprio suo padre che vide, quando il viso si contrasse per il freddo pungente e le mani erano piene di legna. «Buongiorno, signorina Margherita» disse lui, fermandosi a qualche passo dal cancello. Rita, a dirla tutta, aveva un po’ di timore. Aveva l’aspetto duro… da malvivente. Non sorrideva mai. E il cuore le batteva forte; temeva che lui se ne accorgesse e capisse quanto fosse spaventata. O forse no? «Buongiorno». La voce le uscì più alta di quanto volesse. «Perché Tania prende solo brutti voti?» «Perché non fa nulla». «E allora convincila. Chi è l’insegnante, io o lei?» L’insegnante era Rita. Ma non voleva costringere nessuno. La bambina aveva probabilmente l’autismo, c’era bisogno di uno specialista. «È sempre stato così?» domandò Rita per scrupolo. Vladimir esitò. «No, prima faceva tutto con Olga.» «Chi è Olga?» Lui si rabbuiò, come se anche lui avesse il freddo dentro gli stivali. «Sua madre.» A quel punto era chiaro che la domanda successiva era meglio evitarla. Ma doveva farla. «E ora dov’è?» «Al cimitero.» Ecco. Il mistero non era poi così complicato. Stare lì con il carico di legna era scomodo e pesante, ma era imbarazzante dirlo. Quando il ciocco in cima scivolò e le cadde sul piede, Rita si lasciò sfuggire un gemito, mollò la legna e trattenne a fatica le lacrime. Erano lacrime di dolore e di rabbia per essersi dimostrata così goffa davanti a un adulto. Che sciocchezza, anche lei era un adulto. Ma non si sentiva tale. «Lasci che l’aiuti» propose Vladimir. «No, faccio da sola.» «Ho visto come fa da sola.» Portò la legna, sistemò il montante con un ciocco così la porta non si bloccava più. «Se ha bisogno, chieda pure» disse, e se ne andò. Chissà perché era venuto… pensava che per qualche fascio di legna le avrebbe dato i voti positivi a Tania? Non proprio… Il pensiero della bambina non le dava pace. Per giorni cercò di avvicinarla; sentiva sia l’incapacità pedagogica che la pietà per la piccola. Si rivolse anche alla vicepreside. «Ah, è una causa persa. Metti pure i brutti voti, la mandiamo d’estate alla scuola speciale.» «In che senso?» «Così, commissione, diagnosi… Cosa vuoi farci, se la bambina è così.» «Ma suo padre dice che una volta…» «Lascia stare! La madre si occupava di lei, lui non è in grado. Non dar retta, ti racconterà un sacco di cose…» «Lei non lo sopporta, vero?» intuì Rita. La vicepreside fece una smorfia e rispose: «Non è un pasticcino da piacere o meno. La bambina deve essere seguita con gli specialisti adatti.» Rita non era d’accordo. Non era sicura che Tania dovesse andare in una scuola speciale. Così chiamò la sua mentore, Lidia Nicoletta, si confrontò con lei e poi andò a casa della bambina. Era nervosa, davvero. Si fece una tisana di camomilla, anche se non le piaceva tanto. La mamma la beveva sempre, diceva che la calmava… anche la mamma di Rita non c’era più, e per questo si sentiva tanto coinvolta nella storia di Tania. Vladimir la accolse senza entusiasmo, mentre Rita pensava che avrebbe dovuto essere felice che lei volesse aiutare la bambina. «Noi non accettiamo visite» disse Vladimir. Rita strinse le labbra, come la vicepreside, e rispose che il coordinatore della classe deve controllare le condizioni dell’alunno. La stanza di Tania era deliziosa. Con le pareti rosa, i peluche e una marea di libri. Rita quasi ci invidiava: suo padre era essenziale e detestava tutte le cose colorate. La sua stanza era beige, pure le bambole beige. La prima volta non ottenne molto. Chiese quali fossero i libri preferiti di Tania, li sfogliò, domandò se avesse matite. La bambina le portò le matite senza parlare. Alla fine, alla domanda su come si chiamasse il coniglietto rosa, Tania rispose: «Plush.» La volta successiva Rita portò un maglioncino per Plush. La mamma le aveva insegnato a lavorare a maglia, e Rita lo faceva tutti gli anni in sua memoria. Non era molto abile, aveva pure preso il filato troppo grosso. Ma Tania fu felice, lo provò e disse: «È bello.» Rita le propose di disegnare Plush col nuovo maglione. E Tania lo fece. Rita scrisse il nome volutamente sbagliato. E Tania lo corresse. Non aveva alcun ritardo mentale. «Verrò da Tania tre volte a settimana» disse a Vladimir. «Non ho soldi da spendere» rispose lui, burbero. «Non voglio essere pagata» si risentì Rita. Così decisero. La vicepreside, saputo delle visite, non la prese bene. «Non si può favorire un solo alunno, non è educativo! E poi è inutile, ne ho già visti di bambini così.» «Anch’io ne ho visti» tagliò corto Rita. «E so che è presto per arrendersi.» La bambina in effetti era particolare: quasi sempre silenziosa, evitava lo sguardo, preferiva disegnare e non scrivere. Ma sapeva far di conto, e la grammatica la imparava subito. A fine trimestre, le sufficienze vennero da sé. «Per Capodanno andrà via?» domandò Vladimir, strano, evitava di guardarla. Proprio come Tania. «No… resto qui» rispose Rita, sentendo il viso accendersi. «Tania vorrebbe invitarla.» Strano. Tania non aveva mai chiesto nulla. Ma parlava poco. Non voleva rifiutare la bambina, né celebrare la festa con degli sconosciuti. «Grazie, ci penserò» disse Rita. Quella notte dormì male; non capiva perché fosse così agitata. Era logico che Tania fosse più affettuosa dopo tanta attenzione… non era forse ciò che lei stessa voleva? E a Vladimir… cosa importava? Su questi pensieri si addormentò. Al mattino chiamò Giosuè. «Quando vieni?» «Come?» «A Capodanno? Non lo farai qui in campagna.» «Macché, qui lo passerò!» «Rita… basta? Papà ha la pressione alta, non sa cosa fare senza di te.» Papà non le aveva mai chiamata. «Che vada dal medico» sbottò lei. «Ma quindi davvero non passi da noi?» «No.» «Uff. E io cosa faccio?» «Fai come vuoi!» Diceva così, senza immaginare che Giosuè avrebbe davvero raggiunto la casetta portando spumante, insalata e regali. «Se Maometto non va alla montagna…» Rita rimase di stucco. E non del tutto infastidita: non pensava che Giosuè ne fosse capace. Preferiva festeggiare in ristoranti chic, con musica dal vivo. Qui non c’era nemmeno la TV. «Va bene, l’importante sei tu.» Rita cercava il trabocchetto. Ma non lo trovava. «Forse ho sempre sbagliato su di lui?» pensò. Si sciolse ancora di più quando, tra i regali, trovò i suoi piatti preferiti e, incartati, libri di pedagogia, un proiettore e un diario da insegnante. «Grazie» disse commossa. «Pensavo che mi portassi gioielli o elettronica, come sempre.» Giosuè sorrise. «Rita, ho capito che sei il tesoro più prezioso per me. Se vuoi vivere qui, allora vivremo qui. I gioielli li ho comunque portati.» E tirò fuori la classica scatolina di velluto rosso. Era ovvio cosa ci fosse. «Posso non rispondere subito?» chiese Rita. Giosuè non si offese. «Temevo un rifiuto immediato. Posso aspettare quanto vuoi.» Rita non sapeva cosa dire, e mise la scatola in tasca. Vladimir aveva il suo numero, ma chiamò il fisso. «Ha deciso?» chiese. «Mi scusi. È venuto un amico.» «Capisco.» E riattaccò. Rita si sentì subito a disagio. Cosa c’entrava quel tono? Capisce… cosa? Non aveva promesso nulla, non c’era motivo di offendersi! E si offendeva? Forse… Per Tania. Una bambina ci resta male, che padre vuole? La testa le girava. E Giosuè niente, tentava solo di ricevere il segnale per vedere un film di Capodanno. Rita sentì un fischio: era il richiamo del cane. Ricordò che Vladimir richiamava così. Guardò fuori. Vladimir e Tania erano davanti al cancello. Il viso le si tinse di rosso. «Chi è?» chiese Giosuè contrariato. «Un’alunna» rispose Rita. «Arrivo subito.» Aveva preparato un regalo per Tania: un’amichetta per Plush, il coniglio rosa. Suo padre avrebbe detto che è di cattivo gusto. Aveva preparato un regalo anche per Vladimir: dei guanti di lana fatti da lei. Non sapeva se fosse il caso, ma li portò. Prese i regali ed uscì di corsa, senza cappello, con le gambe scoperte. La neve riempiva gli stivali, ma non fece una piega. «Ciao Tanina!» disse premurosa. «Buon anno! Guarda cosa ti ho comprato.» Allungò a Tania la busta, la bambina tirò fuori il coniglio e lo strinse forte, guardò il padre. Vladimir aveva due pacchetti, uno grande e uno piccolo. Tania aprì quello grande: era un quaderno con un fumetto, subito riconobbe i suoi disegni. «Grazie, è stupendo!» Nel piccolo c’era una spilla a forma di uccellino: una minuscola colibrì dorata. Rita guardò Vladimir. Lui non ricambiò lo sguardo. E Tania le disse: «Era della mamma.» Rita si sentì stringere la gola. «Ora andiamo» disse Vladimir. «Certo. Buon anno…» «Buon anno anche a voi…» Rita avrebbe voluto abbracciare Tania, ma non ci riuscì: la piccola era lì, abbracciata al peluche, sempre silenziosa. Alla porta Rita si voltò. Il cuore le batteva forte vedendo quelle due figure e rientrò a casa trattenendo le lacrime. «E allora?» chiese Giosuè, stizzito. Rita guardò il quaderno e la spilla stretta nel pugno. Si ricordò dei guanti che aveva dimenticato di dare. E soprattutto di quello che aveva detto Tania: “era della mamma”… E di quanto il sorriso di Vladimir fosse contagioso, quando guardava la figlia. Dentro sentì sbocciare qualcosa. Le dispiaceva per Giosuè, ma non aveva senso mentire a lui e a sé. Rita tirò fuori la scatola di velluto dalla tasca, la restituì a Giosuè e disse: «Torna a casa. Mi dispiace, non posso sposarti. Scusa» ripeté. Il viso di Giosuè si allungò. Non era abituato ai rifiuti. Per un attimo Rita temette che lui la colpisse. Ma Giosuè mise la scatola in tasca, prese le chiavi e uscì in silenzio. Rita raccolse in fretta il cibo nei contenitori, prese i guanti per Vladimir e corse fuori a raggiungere due estranei che in quel momento erano diventati tutto per lei…