Al momento del divorzio la moglie disse: «Prenditi tutto!» — ma dopo un anno il marito rimpiangeva a…

Al momento della separazione mia moglie mi guardò negli occhi e disse: «Prendi tutto tu!» Un anno dopo, mi pentii di averle dato retta.

Paola guardava i documenti con una calma sorprendente. Né rabbia, né lacrime: solo una determinazione ferma, nata dopo lennesima notte insonne passata a ripensare a una vita sprecata.

Quindi hai davvero deciso? chiesi, cercando di nascondere il disappunto nella voce. Come vogliamo dividere?

Lei alzò lo sguardo. Nessuna supplica, solo la rassegnazione consapevole di chi ha dato tutto senza ricevere nulla in cambio.

Tieni tutto rispose, a voce bassa ma ferma.

Tutto cosa? strizzai gli occhi, incredulo.

La casa, la macchina, il conto corrente, la villetta a Bergeggi. Tutto. Non mi interessa più nulla di tutto questo.

Ma stai scherzando? abbozzai un sorriso, dubbioso. O è uno dei tuoi soliti trucchetti?

No, Enrico, nessun trucco. Nessuna recita. Trentanni che rimando la mia felicità. Trentanni a lavare, cucinare, aspettarti. Trentanni a sentire che i viaggi sono inutili spese, che i miei hobby sono solo perditempo, che i miei sogni sono sciocchi. Sai quante volte ho desiderato vedere il mare? Diciannove. Sai quante effettivamente ci siamo andati? Tre. E ogni volta ti lamentavi per i costi inutili e linutilità stessa della partenza.

Sbuffai.

Sempre la solita storia. Avevamo comunque un tetto, la tavola apparecchiata

È vero, labbiamo avuto ammise lei. Ora avrai anche tutto il resto. Auguri per questa tua vittoria.

Il mio avvocato non riusciva a nascondere lo stupore: abituato a litigi e recriminazioni, vedeva invece una donna che lasciava andare tutto, ciò per cui altri avrebbero dato battaglia.

È sicura di quello che dice? chiese sottovoce.

Paola sorrise con una tale leggerezza che sembrava le fosse stato tolto un enorme peso.

Certo. E sono anche convinta che la metà di una vita vuota resti comunque una vita vuota. Solo più piccola.

Non mi era parso vero: non mi aspettavo un finale del genere. Pensavo a compromessi, a discussioni. Invece, quasi un colpo di fortuna.

Finalmente una decisione sensata! esclamai battendo il palmo sul tavolo. Era ora, Paola.

Non confondere il buon senso con la liberazione replicò a bassa voce, mentre firmava.

Tornammo insieme a casa, nella stessa macchina, ma io e lei sembravamo abitare pianeti diversi.

Canticchiavo sottovoce una vecchia canzone napoletana dinfanzia; la macchina saltellava sulle buche, e ogni sobbalzo copriva il motivo del mio canto.

Paola non ascoltava: persa a guardare oltre il finestrino sporco, seguiva con lo sguardo i pini che correvano via. Il cuore le batteva come a una ragazzina, al pensiero di ciò che laspettava.

Che stranezza. Era una sera come tante, una strada come tante. Ma adesso la occupava dentro unimmensa libertà. Si accarezzò la guancia e pensò: questa è finalmente libertà.

A volte basta un attimo, guardare gli alberi che fuggono via in macchina, per sentire che la vita può davvero tornare a colorarsi.

Tre settimane dopo Paola viveva in una piccola stanza vicino a Camogli.

Lappartamento in affitto era essenziale: letto, armadio, tavolino e una vecchia TV. Sul davanzale, due viole: il suo primo acquisto da sola.

Sei completamente impazzita, sbottò al telefono il nostro figlio Luca. Hai mollato tutto per andartene in quel buco?

Non ho mollato, rispose lei serena. Ho lasciato andare. È diverso.

Ma papà mi ha detto che gli hai regalato tutto. Vuole pure vendere la casa al mare, tanto ora non sa cosa farsene.

Paola sorrise davanti allo specchio, sfiorandosi i capelli corti, il nuovo taglio che non avrebbe mai osato fare con me. Troppo da ragazzina, non stai bene, la gente che penserà… Le solite frasi.

Che la venda pure, disse semplicemente. Ha sempre saputo far fruttare le cose.

E tu? Non ti è rimasto nulla!

Mi è rimasto tutto ciò che conta, Luca. La mia vita. Lo sai che a quasi sessantanni si può ricominciare da capo?

Paola trovò lavoro come portineria in una piccola residenza per anziani. Era un ruolo faticoso, ma pieno di incontri e finalmente aveva il tempo per sé.

Io stavo a godermi la mia presunta vittoria.

Per un paio di settimane girai per casa da padrone assoluto. Nessuno che mi biasimasse se lasciavo i calzini in giro. Nessuno a ricordarmi di lavare i piatti.

Che culo, Enrico, mi diceva lamico Sandro mentre sorseggiava un bicchiere di Grappa alla mia cucina. Gli altri uomini si vedono portar via metà di tutto, tu sei in pole position! Casa, villa, macchina: hai fatto bingo.

Eh già, mi compiacevo io. Paola ha finalmente capito che senza di me sarebbe andata in rovina.

Ma la luna di miele con la mia libertà durò poco.

Camice pulite che sparivano. Il frigo vuoto. Preparare la cena era una fatica finora sconosciuta. Al lavoro, mi facevano notare che ero trasandato.

Sei un po spento, Enrico, tutto bene? chiese il capo una mattina.

Tutto sotto controllo, solo qualche cambiamento tagliai corto.

Una sera aprii il frigo: solo una bottiglia di passata, due sottilette e una birra avanzata. Lo stomaco brontolava: a pranzo avevo mangiato un toast al volo.

Accidenti, mormorai, richiudendo lo sportello con stizza. Non si può andare avanti così

Come se fosse un lampo di lucidità, ordinai la cena a domicilio. Il frigo sembrava piatto della Pianura Padana: qualche foglia di insalata dimenticata e nulla più. Nel frattempo, misi mano alla pila delle bollette. Fu allora che fui colpito dai numeri: gas, corrente, condominio

Fino a un mese fa erano solo un rumore di fondo; adesso erano tempeste nella vita quotidiana. Forse succede così: finché cè qualcuno accanto, sembra che tutto vada avanti da sé. Non ci si accorge dei costi, non ci si pensasi vive e basta.

Lo squillo del citofono mi riportò alla realtà. Il rider mi consegnò il sacchetto.

Sono venticinque euro, disse in tono neutro.

Quanto?! rimasi interdetto, quasi mollando le chiavi. Per uno spezzatino e dellacqua?!

Prezzi standard, rispose, abituato a quel tipo di reazioni.

Pagai in silenzio e rientrai. In casa, regnava un silenzio glaciale. Sembrava quasi che anche il frigorifero ronzasse per sentirsi meno solo. Il mio regno, ora, sembrava solo una sala dattesa. Fredda. Vuota. Immensa al punto da sembrare che il vento potesse entrare dal corridoio, proprio come dentro me.

Intanto Paola, sulla spiaggia della Riviera Ligure, lasciava che il sole e la brezza salmastra le accarezzassero il viso.

Intorno a lei rideva un gruppo di donne della sua età: il club dei pensionati attivi aveva organizzato una settimana alle Cinque Terre. Per la prima volta viaggiava senza sentirsi dire che era uno spreco, senza lamentele per i costi, senza occhiatacce su quanti euro poteva risparmiare restando a casa.

Paola, vieni che facciamo una foto! la chiamò la nuova amica, Teresa, una vedova arzilla con cui aveva legato al corso di acquarello.

Paola corse verso il gruppo, in un vestito colorato, capelli sciolti e una risata che non ricordava più da quanti anni non le scappava.

Ora un selfie per il gruppo! gridò Teresa, estraendo il bastone per il telefono. E lo postiamo subito!

La sera, in camera, Paola sfogliava le foto: vedeva riflessa unaltra donna, con occhi luminosi e un sorriso che non si ricordava addosso. Le sopracciglia distese, le spalle raddrizzate, i gesti alleggeriti.

Devo mettere queste foto sui social, pensò. Dopo un attimo di esitazione, postò qualche scatto nel profilo quasi dimenticato.

A Milano, intanto, io affrontavo lallagamento in cucina per via di un tubo scoppiato. Lacqua aveva invaso tutto, il mobile rovinato, lidraulico convocato mi liquidò secco: «Bisogna rifare tutto, qui non si trova più questo modello.»

Ma porca miseria! inveii, asciugando il pavimento con vecchi asciugamani. Dove si trova il dannato numero dellidraulico? Paola aveva sempre tutto sotto controllo.

Mi accorsi solo allora che lei aveva in memoria ogni riferimento utile: idraulico, parrucchiere, macellaio di fiducia, calzolaio bravo Quella struttura invisibile che reggeva la vita domestica sembrava crollata in un istante.

Questo maledetto tubo! presi la spugna e, a denti stretti, mi resi conto che ora tutto dipendeva solo da me: cucinare, pulire, lavorare tutto.

Quella sera, stramazzato sul divano, ripresi in mano i social dopo settimane. Scrollando annoiato, scorsi la foto di Paola al mare. Vestito sgargiante, nuovo taglio e un sorriso radiosolei sembrava felice?

Ma che storia è questa? zoomai la foto. È partita praticamente senza soldi!

I commenti mi lasciarono di stucco:

Che giovane che sembri, Paola!

Stai benissimo, complimenti!

Il mare ti fa davvero bene!

Scorsi in basso: incontri in biblioteca, gente che dipinge sui Navigli, Paola seduta su una panchina con un mazzo di fiori selvatici.

Ma che diavolo appoggiai il telefono guardando il lavandino pieno di piatti. Doveva doveva

Non riuscii a finire la frase. Realizzai solo allora che, in fondo, io mi aspettavo che soffrisse senza di me, senza il mio mondo. E invece, nelle foto, mi appariva liberata, addirittura ringiovanita.

Qualche giorno dopo pure la casa al mare ebbe il suo problema: il tetto iniziò a perdere, e stava per arrivare un temporale.

Sandro, dammi una mano! lo implorai al telefono. Non ce la faccio da solo!

Mi spiace, Enri, rispose lui. Mia suocera è in ospedale, son sempre di corsa. Ma perché non chiami Paola? Lei sì che era una mano santa.

Paola esitai. Se nè andata.

Andata? Dove?

Via. Basta. E riattaccai.

Ma mi accorsi subito che non ce lavrei mai fatta da solo. Pioveva a dirotto, cercai di coprire la falla con il telo, ma una scarpa scivolò: ruzzolai giù dalla scala, sentendo una fitta alla caviglia.

Semplice distorsione, decretò il giovane medico dellambulatorio. Poteva andare peggio. Una settimana di riposo, piedi sollevati.

Ma chi mi aiuta ora con i lavori? Ho la casa che affonda!

Problemi suoi, alzò le spalle il medico. Si faccia aiutare da sua moglie.

Volevo reagire, ma tacqui.

Passai tre giorni in totale solitudine, muovendomi a fatica per casa con una stampella. Il cibo finì presto e, comunque, ordinare costava una follia. Tentai di cucinare ma, con la gamba dolorante, era quasi impossibile.

Alla fine chiamai mio figlio.

Ciao Luca, tutto bene? cercai di suonare allegro.

Sì papà Tutto ok. Cosè successo?

Niente una storta, mi aiuti un attimo che sono bloccato?

Silenzio.

Sono a Torino per lavoro, torno tra tre giorni.

Ah, va bene, deglutii la delusione. Niente, mi arrangio.

Magari potevi chiamare la mamma, suggerì timido lui. Lei

NO! lo interruppi subito. Non ce nè bisogno, me la cavo benissimo.

Riagganciai di slancio e scagliai il telefono sul divano. Lassurdo orgoglio non mi faceva ammettere quanto mi mancasse Paola: la sua presenza, le sue attenzioni, il lavoro sconosciuto che svolgeva per noi.

Dopo una decina di giorni, camminando a fatica, andai a vedere i danni alla villetta. Triste spettacolo: il soffitto macchiato, il divano marcito e lodore di muffa nellaria.

Ma guarda qui, sospirai affranto sedendomi in giardino.

Gli alberi di mela di Paola pieni di rami secchi, le erbacce avevano inghiottito addirittura i vialetti che lei costruiva con amore. Tutto intorno pareva abbandonato, in attesa del tocco dolce delle sue mani.

Al ritorno, mi fermai da unosteria. Ordinai una zuppa di verdure e una crostata. Alla prima cucchiaiata sentii il nodo in gola: non era il minestrone di Paola, era insipido.

Va tutto bene? si avvicinò la cameriera, premurosa.

Sì è solo che non riuscii a spiegare che tra quelle verdure cera il sapore di una vita che avevo buttato via.

A casa, rimasi per ore a guardare le foto sul mobile: io e Paola giovani al Colosseo, la comunione di Luca, il nostro ventennale. Tutto sembrava irrimediabilmente lontano.

Che stupido sono, sussurrai fissando il suo volto sorridente.

Presi coraggio, scrissi un messaggio. Ma la risposta fu diversa da quella che speravo.

Paola ora abitava in un paesino di mare. Nuovi amici, musica, colori la vita, quella vera, ora era finalmente tutta per sé.

A quasi sessantanni, Paola aveva finalmente iniziato a vivere.

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