Alessia: Un Viaggio Incantevole nel Cuore d’Italia

Eufemia, la vecchia del villaggio, asciugava lacrime che scivolavano lungo le guance avvizzite, solcate da rughe profonde come solchi di riva. Ogni tanto agitava le mani, mormorando parole incomprensibili, simile a un neonato che non ha ancora imparato a parlare. Gli uomini del luogo si grattavano la nuca osservandola, mentre le donne intorno a lei cercavano invano di coglierne il senso.

Fin dallalba, sconvolta dal dolore, Eufemia correva per le strade di Montepiano, bussava alle finestre e piangeva senza tregua. Era muta fin dalla nascita e, a quanto pare, non apparteneva al mondo dei vivi. I paesani la evitavano, ma non la maltrattavano. Ignari di cosa fosse accaduto, mandarono a chiamare Federico, ubriaco e chiacchierone, lunico che conosceva la casa della vecchia e che spesso la aiutava con le faccende in cambio di una cena e di una bottiglia di vino rosso.

Federico arrivò, acciaccato, ancora intontito dalla notte precedente, strisciando tra la folla che circondava Eufemia. La vecchia si lanciò verso di lui, gemendo e stritolando le lacrime, agitandosi con le braccia come se volesse scacciare un demone. Solo lui poteva comprendere quel lamento. Quando terminò, Federico, più scuro di una nube di temporale, si tolse il cappello e fissò gli abitanti in attesa.

Dai, raccontaci! si levò dalla massa.

Cinzia è sparita! annunciò, riferendosi alla nipote di sette anni di Eufemia.

Come è sparita? Quando? sussultarono le donne.

Dicono che sua madre lha portata via nella notte! balbettò un uomo, il volto pallido di terrore.

Un brontolio attraversò la folla. Le donne incrociarono le mani, gli uomini accenderono sigarette nervosamente.

Ma come può una defunta rubare un bambino? obiettò uno degli abitanti, incredulo.

Tutti sapevano che tre mesi prima la madre di Cinzia, Graziana, era scomparsa annegata nella palude di San Michele. Anchella, come Eufemia, era muta dalla nascita. Era partita con le altre donne a raccogliere more nella palude, quando qualcosa andò storto. Si perse, si arenò nel fango e non poté chiedere aiuto, poté solo gemere. Nessuno la udì. Così Cinzia rimase orfana, un peso insopportabile per la vecchia Eufemia. Nessun padre si fece avanti; si diceva che il padre fosse “Il Bardo”, un giovane scapolo che entrava spesso nella casa per una bottiglia e una risata. Ma egli negava tutto, giurando di non sapere nulla.

Eufemia, di nuovo, urlò amaramente e agitò le braccia.

Che sta dicendo? sussurrarono le curiosi donne. Federico?

Racconta di come, ogni notte, la defunta si avvicinasse alla casa. Eufemia accendeva candele, dipingeva croci sui battenti e alle finestre, cercando di respingere la forza oscura. Graziana non cessava di vagare, scrutando porte e finestre, chiamando a bassa voce la sua bambina. Quella notte, sotto la luce lunare, la figura pallida e senza vita della madre apparve al portone, le labbra che mormoravano per attirare Cinzia. Eufemia la scacciò, ma lombra si allontanò e, mentre la vecchia chiudeva la tenda, la defunta strappò la bimba via, ingannandola. Dobbiamo cercarla! aggiunse Federico, asciugandosi il sudore dalla fronte.

Gli uomini sbottarono, affilando i denti, e si dispersero per i vicoli, alcuni armati di fucili, altri con i cani da caccia. Anche Federico, ancora intontito, si diresse verso casa sua per radunare una squadra di ricerca.

Presto i gruppi si divisero: per primi perlustrarono le case, poi il cimitero, senza trovare nulla. Rimaneva solo la foresta di Valdiluna e, infine, la temuta palude di San Michele. Dopo una breve pausa per una sigaretta, partirono.

Ai margini del bosco trovarono impronte di piccoli piedi nudi. I cani guaìro intensamente e si avventarono nella fitta vegetazione. Correndo di qua e di là, sembravano condotti da una mano invisibile che li sviaeva dal sentiero.

Il crepuscolo avvolse le cime degli alberi quando i cani, affaticati, crollarono al suolo, seguiti dai loro padroni. I più giovani e più robusti continuarono a perlustrare il pantano. Ogni minuto spegneva un po di speranza.

Federico avanzava con cautela, temendo di sprofondare nel fango. Perso nella nebbia, non si accorse di essersi allontanato dal gruppo, ma conosceva bene la palude, così procedette.

Dove sei, Cinzia? gracciò, scrutando lacqua torbida.

A qualche centinaio di metri, un corvo nero, possente come un’ombra, si posò su un ramo di pino, scrutando larrivo delluomo con occhi di brace.

Crò! Crò! gracchiò il corvo, eco sinistra che fece vibrare il cuore di Federico.

Spinto da quel suono, Federico affrettò il passo e si diresse verso il pino. Ai piedi, su muschio soffice, accucciata, c’era la bambina.

Cinzia! sussurrò, temendo di spaventarla.

Gli occhi della piccola si aprirono, fissandolo intensamente.

È viva! esclamò, il sollievo sgorgando come un fiume.

Strappò la camicia e avvolse la bambina nel mantello.

Come sei finita qui? chiese, senza aspettarsi risposta.

Silenziosa, la bambina aprì bocca.

Con la mamma rispose improvvisamente. La mamma è diventata la sposa di un’anziano spirito della palude. Voleva portarmi al suo nuovo regno, ma io non l’ho voluta.

Chi ti ha impedito? incalzò Federico, confuso.

Il nonno. Un vecchio saggio, il Custode della foresta. Lo chiamiamo il Lupo. Lui ha rimproverato la madre, dicendo: «Non è giusto far sparire un figlio!» Mi ha salvata. Mi ha dato il potere di parlare, e il suo alito ha accarezzato le mie labbra, facendomi raccontare tutto.

E cosa sai? balbettò luomo, il fiato corto.

So che gli alberi sussurrano, che lerba racconta segreti. E tu, Federico, sei il mio papà, mio caro! sbottò la bimba, sorprendendo tutti.

Federico rimase impassibile, poi pose delicatamente la bambina a terra, si inginocchiò, osservando il viso costellato di lentiggini e parlò:

È stata davvero il Lupo a dirti tutto?

Sì! annuì Cinzia, avvolgendo con le sue piccole braccia il collo di Federico.

Lui la strinse con timida affetto.

È davvero la mia? pensò, il petto colmo di unemozione inaspettata.

Ricordò la volta in cui aveva incontrato Graziana, la donna che era sparita. Da allora la bambina evitava gli sguardi, come se nulla fosse accaduto. Ora, però, era tornata, non sola, ma con un bambino al seguito.

Non è solo una coincidenza, vero? concluse Federico, realizzando che il destino lo aveva messo lì.

Cinzia fece un passo indietro, allungò la mano e aprì il pugno. Sul palmo mostrò una bacca rossa.

Mangia! disse, con voce decisa. Il Lupo lha ordinato!

Federico la prese, la mordé e il suo volto si contorse.

È amara commentò.

Da oggi non berrai più! proclamò la bambina, guidandolo verso casa.

Federico, con un sorriso furbo, accettò la sfida. Non poteva credere che una voce così innocente potesse cambiare le sue abitudini, ma la parola di una bambina è sempre sacra.

E così fece. Abbandonò lalcool, si dedicò alla figlia, la crebbe e la curò. Cinzia divenne una guaritrice, una veggente che aiutava uomini, animali e piante. Raccolse erbe curative nei boschi e nelle paludi, sempre protetta da una presenza silenziosa, come se un guardiano invisibile vegliasse su di lei e sul suo villaggio.

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