Diario di Giacomo Bianchi, fine dicembre
Proprio alla vigilia di Capodanno, mia moglie mi ha fatto una sorpresa di quelle che ti mettono in ginocchio. Dopo ventanni di matrimonio, che pensavo fosse felice, una bellissima figlia già sposata e con un nipotino che ci faceva sentire pieni, credevo che non ci mancasse nulla. Bastava vivere e godersi la famiglia.
Invece, la realtà era molto diversa da quello che mi ero sempre raccontato. Ho lavorato come camionista per anni, passavo mesi lontano da casa, tutto per assicurare a mia moglie e mia figlia tutto quello che desideravano. Le mandavo soldi, compravo regali, chiamavo ogni giorno. Mai avrei pensato che Adele, la donna con cui avevo costruito una vita intera, intrecciasse da tempo una relazione alle mie spalle. Mi manchi, ti aspetto, le mie notti sono fatte di lacrime, mi diceva al telefono. Poi, come in una battuta dal barbiere, torno a casa in anticipo da una trasferta, e la verità viene a galla.
Non ho fatto scenate inutili. Ho preso le mie cose e i documenti, sono salito in macchina e sono partito senza una meta precisa. Mi sono fermato poco fuori Milano col cuore che batteva forte. Le mani mi tremavano, non riuscivo a capacitarmi di come fossi arrivato a questo punto.
Sempre casa e famiglia nella testa. Ho fatto tutto per loro: vacanze, una macchina nuova, ristrutturazione dellappartamento, un matrimonio per mia figlia degno di una favola. Era come se tutto quello che avessi fatto non avesse mai contato nulla. E lei, intanto, tradiva la mia fiducia. Difficile continuare a credere nelle persone.
Lo so che nessuno è perfetto, gli uomini e anche le donne fanno errori. E sulla strada ne ho visti tanti di colleghi che si rifanno una vita parallela. Ma io mi sono sempre fermato per amore e rispetto, credendo che anche Adele facesse lo stesso. Invece, tutto era una menzogna.
Ho acceso la macchina senza sapere dove andare. I pensieri si confondevano, la rabbia e la delusione ci facevano sopra il resto. Alla fine ho deciso di tornare al mio paese dorigine, sulle colline vicino Parma. Trecento chilometri, niente di meno, ma meglio così, il più lontano possibile dal mio, ormai ex, focolare.
Il telefono non smetteva di squillare. Più di venti chiamate, mia moglie, mia figlia. Ho spento tutto. Non volevo sentire nessuno. Sentivo addosso il gelo di quel tradimento come una doccia di acqua gelata.
Davanti agli occhi mi passavano i ricordi: luscita dal municipio, la nascita della figlia, il suo primo giorno di scuola, i fiori che le portavo al ritorno da ogni viaggio. Sono tutti momenti belli, luminosi. Ma dietro a questa facciata, qualcosa mi era sfuggito. Mia suocera, pace allanima sua, aveva tentato di avvisare Adele: La felicità non sta nei soldi. Attenta che perderai tuo marito restando sempre sola con tua figlia.” Quasi come avesse previsto tutto.
Anche le vecchiette del paese mi avevano fatto qualche accenno, ma io non volevo vedere. Ora invece, guidavo senza più meta, lungo strade di campagna.
Non era neppure certo che esistesse ancora la vecchia casa: saranno dieci anni che non ci tornavo, magari era tutto abbandonato. Ma proprio alla vigilia del nuovo anno, lì stavo tornando.
In un piccolo supermercato di paese ho comprato di tutto, come se stessi andando in un posto senza negozi. E ho avuto ragione: dalla strada principale, preso a tagliare per i campi. Ormai i paesi erano ridotti a poche case abitate. Un vero inverno: nevicava forte e il vento faceva tremare i vetri. Ma la strada la ricordavo bene. Amavo il mio paesino, mi ricordava mamma, che non aveva mai voluto venire a vivere in città. Soleva dirmi: Qui è casa mia, anche con poco si sta bene, non mi sradicare.” E così è rimasta, fino allultimo dei suoi giorni.
La bufera era intensa. Mancavano una decina di chilometri. Arrivato, pochi lumi per le strade, molte case sbarrate, tutto intorno silenzioso. Solo poche luci accese lungo la via principale. Raggiunsi la casa di famiglia. Il portone era un po storto, le assi vicino alle finestre ancora reggevano. Sprofondando nella neve arrivai al cancello semiaperto e trovai la chiave nascosta dove la lasciavamo sempre. Nessuno chiudeva a chiave, da quelle parti. Il vecchio catenaccio sembrava sproporzionato per quella porta sottile.
Entrai, illuminando la strada con la torcia. C’era odore di chiuso e freddo, tutto era immobile come l’avevo lasciato anni prima. Mi misi subito a prendere della legna dal deposito, accesi il camino che, come per magia, prese subito fuoco. La casa si riempì presto di tepore. Presi lacqua dal vecchio pozzo fuori, ancora funzionante, misi una pentola sul fuoco per il tè, e in un attimo iniziai a pulire la polvere. Da bambino, mia madre mi aveva insegnato che nessun lavoro è umiliante.
In meno di unora tutto era più accogliente. Scesero le undici. Sistemai la cena sul tavolo: salame, formaggio, pane e anche un po di pasta fredda e un pezzo di parmigiana che avevo comprato. Stavo per stappare una bottiglia di lambrusco quando sentii bussare forte alla finestra.
Pensai: Allora qualcuno qui ci vive ancora! Aprii la porta e una donna, visibilmente agitata e con gli occhi gonfi di pianto, entrò scrollandosi la neve dalla sciarpa.
Non la conosco, sono arrivata qui solo da tre mesi. Mio figlio sta male, temevo unappendicite. Niente medico, poche case. Vedendo la luce ho sperato in un aiuto. Sta peggiorando. Disse in fretta.
Presi giacca e cappello. Che aspettiamo? Andiamo! Meglio prendere una pala, la strada sarà piena di neve. Io a malapena ci sono arrivato.
Caricai il bambino in macchina, e guidammo in direzione dellospedale più vicino, sgomberando la strada dalla neve con la pala quando serviva. Dopo un’ora e mezza, finalmente fui al pronto soccorso. Il chirurgo confermò il sospetto: intervento durgenza. Erano le due passate.
Buon anno, eh? dissi, cercando di alleggerire, ma la madre era disperata: Mi dispiace averle rovinato la serata.
Si figuri, limportante è che vada tutto bene.
Sedevamo nel corridoio. Lei si chiamava Patrizia, stava con lo sguardo fisso alla porta della sala operatoria. Dopo un po uscì il medico: Per fortuna siete arrivati in tempo. Ora dovete solo aspettare fino a domani. Passammo la notte lì. Allalba il bambino, Federico, si svegliò dallanestesia.
Lasciai Patrizia con il figlio e tornai alla mia vecchia casa, accesi il camino, cenai e mi addormentai. Dopo pranzo, decisi di andare a salutare i miei nuovi conoscenti. Federico era già di buonumore, anche se deluso di non aver visto il suo regalo di Capodanno.
“Arriva sempre, il regalo lo mette sotto lalbero. Ma stavolta non avrà potuto entrare,” diceva. “Sai, io non credo più alle favole, so che Babbo Natale apre la porta, non passa dal camino.”
Provai a rassicurarlo: Io una volta trovai il regalo di Babbo Natale fuori dalla porta. Magari anche il tuo è nascosto da qualche parte, chissà. Appena tornerai a casa, lo cercherai.
Patrizia non disse nulla, ma annuiva. A un certo punto mi spiegò il perché del loro arrivo: “Abbiamo lasciato Milano in fretta. Mio marito, sempre più perso nellalcol, era diventato violento anche con Federico. Siamo scappati di notte qui nella vecchia casa di mia zia. Non ho potuto neanche permettermi un regalo questanno…”
Mi venne spontaneo fermarmi al paese a comprare unauto giocattolo, dolci e biscotti per il piccolo.
Non possiamo accettare, è troppo disse Patrizia. Ma lo faccio per me, per vedere un sorriso in più a Capodanno, la rassicurai.
La settimana in paese passò in fretta. Mi occupai delle piccole cose: spalare la neve, tagliare la legna per Patrizia, sistemare qualche riparazione. Federico fece amicizia con me, appena lo dimisero fu felicissimo di trovare nel magazzino la macchinina rossa nascosta dagli gnomi. Allora Babbo Natale esiste davvero! gridò contento.
Per ringraziare, Patrizia mi invitò a cena. “Grazie, Patrizia. Di questi tempi un po di calore familiare mi manca,” le confessai.
E la sua famiglia? chiese, con un velo di compassione.
Era, non è più. Ma di questo magari ne parliamo unaltra volta.
La serata volò. Federico si addormentò presto. A dire il vero, non vorrei andare via, ma domani riparto, dissi.
Potremo aspettarla? Federico le chiederà sicuramente di lei.
Fagli un saluto. Non so dirti se tornerò. Ma voi mi siete entrati nel cuore, risposi prima di congedarmi.
Per settimane fui in viaggio, pensavo spesso alla nuova famiglia che avevo incontrato. Al ritorno andai a trovare mia figlia a Bologna, portai regali per il nipotino, ma ad Adele comunicai solo di aver avviato le pratiche per il divorzio.
Rimasi qualche giorno ospite di mia figlia, poi sentii il bisogno di tornare al paese. Era più forte di me. Appena arrivato, Federico mi aspettò davanti a casa.
“È un bel po che non la si vede. Mamma la aspetta. Non lo dice, ma lo so. Va, entrate, dovete parlare. Io vado a giocare ancora un po, sono grande e capisco tutto.”
Entrai, salutai Patrizia che, girata ai fornelli, non mi aspettava. Pensavo non saresti più tornato. Cosa ci fai qui, in questo posto sperduto?
Non era facile, dovevo capire cosa volevo. Ventanni di matrimonio non si dimenticano in un attimo. Ma vi ho pensato spesso. Posso restare?
Patrizia mi guardò negli occhi e mi abbracciò.
Da allora abbiamo cominciato una vita insieme. In estate ho sistemato la vecchia casa di mia madre: acqua corrente, la stufa a legna rimessa a nuovo, abbiamo preso galline, una capretta, lavorato lorto. La casetta di Patrizia labbiamo affittata ai milanesi che vogliono scappare dalla città nei weekend. La vita ha ripreso colore. Federico girava sempre con me, e presto ha iniziato a chiamarmi papà.
La vita è davvero una cosa imprevedibile. Ti spiazza, ti ribalta, e spesso in un attimo ti costringe a cambiare tutto. Lo dicevano sempre i vecchi: vivere non è come attraversare un campo. E ora so che è vero. Bisogna lasciarsi alle spalle ciò che ci fa soffrire, e trovare il coraggio di ricominciare. E magari, se non altro, donare un po di felicità a chi la merita.




