Alle 7:15 del mattino sentii il rumore del bauletto che si chiudeva. Ancora assonnata, uscii dalla camera pensando che Marco si stesse preparando per un viaggio di lavoro. Invece lo trovai nel vestibolo, con la giacca e una valigia in mano, il viso tirato come se avesse provato per settimane davanti allo specchio le parole che stava per dire.
Me ne vado sbottò, senza nemmeno voltarsi verso di me. Per Cinzia.
Rimasi paralizzata. Per qualche secondo non capii a chi si riferisse.
Poi limmagine si fece nitida come una fotografia dalbume: Cinzia, la collega del suo ufficio, con cui avevo condiviso tavoli a più di un barbecue, a cui avevo prestato libri quando attraversava un divorzio, la donna di cui mi fidavo.
Il tutto era iniziato qualche mese prima, ma non avevo colto i segnali. Marco tornava tardi, giustificandosi con un sacco di nuovi progetti. Nei weekend improvvisamente apparivano riunioni con i clienti.
Talvolta lo sentivo infilare il cellulare in tasca appena entravo nella stanza. Mi convincevo che esagerassi: eravamo insieme da quasi tre decenni, lo conoscevo come le mie tasche.
Il peggio arrivò quando realizzai che Cinzia era stata vicina a noi per tutto quel tempo. Era presente ai nostri anniversari, aveva visto il nuovo tavolo che comprammo per la sala da pranzo, ci aveva sentiti ridere con nostro figlio durante la pranzo della domenica. Conosceva il mio ruolo nella sua vita, eppure
I primi giorni dopo la sua partenza furono un incubo sveglio. Le telefonate non cessavano, tutti chiedevano se era vero. Sentivo una vergogna che mi faceva credere fosse tutta colpa mia. Le notti erano le più dure: mi svegliavo con la sensazione che Marco entrasse nella camera, si sdraiasse accanto a me come se nulla fosse. Ma cera solo silenzio.
Un pomeriggio, entrai in un negozio e li vidi lì, insieme. Non cercavano di nascondersi. Cinzia indossava quel cappotto che una volta lavevo lodato, e Marco la teneva per mano nella stessa maniera con cui mi stringeva un tempo. Compresi in quel istante che il mio umiliazione era giunta al culmine: avevo visto tutto ciò che avrei dovuto vedere.
Iniziai a ricostruirmi, passo dopo passo. Prima un nuovo taglio di capelli, poi un viaggio da sola sul litorale tirrenico. Guardando le onde, capii che, pur avendo perso mio marito, avevo ritrovato qualcosa che non provavo da anni: la libertà di decidere solo per me stessa.
Lincontro con Cinzia arrivò inaspettato. Erano passati quasi tre mesi. Entrai in una caffetteria di Trastevere e la vidi seduta in un angolo. I nostri sguardi si incrociarono e per un attimo regnò il silenzio. Non sapevo cosa aspettarmiche sarei corsa verso di lei, che avrei fatto una sceneggiata? Invece mi avvicinai, fissandola negli occhi.
Sai qual è la cosa peggiore? dissi, calma. Non è che me lhai portato via. È che per anni sei stata dentro casa mia, guardandomi in faccia, architettando tutto nella tua testa.
Non rispose. Voltò lo sguardo altrove. Io uscii, sentendo che era io, per una volta, a lasciare. Non dal marito, che era già andato via da tempo, ma da tutto ciò che mi teneva prigioniera: dalla vergogna, dal senso di sconfitta, dalle illusioni.
Oggi so che i miei 27 anni non sono stati sprecati; mi hanno dato una forza che prima non riconoscevo. Mi hanno insegnato che il tradimento non chiude la vita, ma solo un suo capitolo. Ora so che la vendetta più grande non è lodio, ma la felicitàe sto appena iniziando a scriverla di nuovo, pagina dopo pagina, con la mia mano.





