Allora, il certificato di matrimonio è davvero più solido della convivenza? – Gli uomini prendevano in giro Nadia

Sai, a volte mi chiedono ancora: Alla fine è più forte il matrimonio o la convivenza? ridevano sempre di Caterina quei due o tre colleghi.
Io non ci vengo mica alla riunione dei trentanni dalla laurea, poi mi prende la depressione.
Che ci vadano quelli che non hanno mai smesso di vedersi, a loro nemmeno sembra desser cambiati urlava Caterina al telefono, rispondendo allunica amica che ancora la cercava.
Ma che problema hai, come pensi di essere cambiata tanto?
chiese stupita Giovanna.
Dai, ci siamo viste cinque anni fa, mi sembra che stessi bene, anzi, sei sempre in forma!
Che ti sei ingrassata?
Ma no, Giovà, non è questo.
Semplicemente non ho voglia, non insistere!
Caterina stava già per chiudere la chiamata, sperando che Giovanna capisse e che tornasse a scorrere la lista dei numeri da chiamare.
Ma quella volta, lamica non mollò la presa:
Caterina, ormai siamo rimaste in poche tra di noi.
Che, cè qualcuna che se nè andata allaltro mondo?
chiese Caterina, più infastidita che preoccupata.
Si sentiva, sì, non più ragazzina ma insomma, neanche da pensare che i suoi coetanei iniziassero a passare direttamente dalluniversità al cimitero!
Ma va là, niente morti adesso solo che molti sono emigrati.
Solo Antonio Rinaldi ci ha lasciati, ormai venticinque anni fa, poveraccio, te lavevo già detto.
Non fare la difficile, verranno tutti quelli della nostra sessione, quattro gruppi.
In fondo saremo una trentina, dai.
Tuo figlio sè finalmente sposato?
Allora puoi anche rilassarti un po tu, no?
Giovanna continuava a parlare, ma Caterina, chissà perché, era tornata a pensare proprio ad Antonio.
Antonio aveva sempre quelle occhiaie profonde, quello sguardo cupo, i ragazzi lo consideravano lo sfigato del corso.
E invece poverino aveva solo una salute fragile.
Studiava tanto, sognava di progettare un ponte sospeso nella sua città, a Parma, ma non ha fatto in tempo.
E lei, cosa aveva fatto Caterina?
Era stata perdutamente innamorata di Michele, capomastro di cantiere, anche lei ci lavorava dopo la laurea.
Lui faceva la spola tra Milano e la sua Napoli.
Sono stati insieme a lungo, Michele la chiamava moglie davanti a tutti.
Diceva che il vero legame è quello dellamore, non quello dei documenti: In fondo, convivere dimostra se cè qualcosa di vero No?
Quando però Caterina scoprì di aspettare un bambino, proprio in quel periodo Michele non tornò più al cantiere.
Scoprì che aveva già tre figli e la moglie malata a Napoli.
Si licenziò allimprovviso e sparì; a Caterina non lasciò nemmeno una spiegazione.
Lei capì subito che non poteva avanzare pretese: come poteva pesare su un uomo in quella situazione?
Lasciò anche il cantiere, prima che qualcuno mettesse insieme i pezzi.
Lultimo giorno, qualcuno fece della simpatica ironia:
Allora la fede nuziale vale ancora più della convivenza, eh?
Ma Caterina aveva altro per la testa.
Si mise a lavorare in un piccolo alimentari vicino casa, grazie a una signora del palazzo.
Si accordarono che, anche diventando mamma, avrebbe lavorato due giorni a settimana.
Sua madre si era offerta di stare con il piccolo, tanto lei diceva aveva già fatto peggio: Bella lavoro che hai trovato, eh, Catè?!
Ma sei stata tu a insegnarmi così!
una volta le urlò Caterina, stanca dei rimproveri.
Io speravo che almeno tu fossi una brava ragazza!
Ho fatto di tutto per farti studiare, portandoti sulle spalle come potevo, e tu, guarda come mi ripaghi!
gridava la madre.
Beh, ognuno raccoglie quel che semina, mama sussurrò Caterina, e subito se ne pentì.
Poi si abbracciarono tutte e due in lacrime, come non lo facevano da tempo.
Così, quando Giovanna la richiamò per lanniversario dei cinque anni dalla laurea, Caterina ovviamente non andò mai.
Tanto lì si sarebbero raccontati chi ha fatto carriera, chi è felice in famiglia, le foto dei figli Caterina invece puliva scale: nei condomini, a scuola e allasilo.
Che avrebbe potuto raccontare a loro?
O, meglio, loro cosa avrebbero mai potuto capire di lei
Per suo figlio era disposta a tutto, era la sua unica soddisfazione.
Anche perché, appena il piccolo Stefano era andato allasilo, sua madre aveva deciso che il suo dovere di nonna era stato compiuto e se nera tornata al paese dalla sorella.
Diceva che in città non respirava bene, meglio un po daria buona in campagna.
Caterina però, dopo qualche anno, ebbe un colpo di fortuna: lassunsero come impiegata part time, proprio nel suo campo.
Stefano era appena entrato alle elementari, lei faceva tutto da sola, ed era perfino la prima a prenderlo a scuola.
Le altre mamme quasi la invidiavano!
Dopo un po persino un collega prese a corteggiarla, ma Caterina mise subito le cose in chiaro: un uomo estraneo in casa, con un figlio piccolo, non ci doveva entrare.
Un papà non lo avrebbe mai sostituito e poi solo grane.
Col tempo la sua bravura sul lavoro emerse e, quando Stefano crebbe, le dettero finalmente il posto a tempo pieno come ingegnere.
Però Caterina si sentiva sempre come fuori posto, quasi invisibile.
Vestiti semplici, capelli naturali, e dopo i quarantanni pure qualche filo bianco.
Si convinse che non aveva diritto ad essere felice, dopo tutto: ha vissuto con un uomo sposato, quasi tolto un padre a tre figli.
Meglio non farsi notare, evitare rossetti e colori vivaci.
Altrimenti chissà che pensano, e magari qualcuno si fa strane idee.
Ormai nemmeno credeva più di potersi rifare una vita.
Ovunque guardava vedeva storie finite, a che titolo proprio lei poteva pretendere qualcosa in più?
Stefano, in tutto questo, non aveva mai smesso di amarla.
Il sacrificio di Caterina non laveva certo viziato.
Tutte le estati andava in campagna dalla nonna Irene e zia Luisa, e aiutava le due donnine a fare tutto: vangava, piantava patate, barbabietole e carote, raccoglieva e annaffiava.
In autunno era lui che aiutava con la raccolta e con le conserve di marmellate.
Era forte fin da piccolo, spaccava la legna, impilava i ciocchi senza una protesta.
Sua madre finalmente doveva ammetterlo: con un figlio così, era stata fortunata.
E persino la zia invidiava tanto avere quellunico, amatissimo nipote.
E quindi, uscire al bar con i compagni delluniversità, dopo tutto questo?
Che senso aveva?
Questi pensieri le hanno attraversato la testa in un baleno, ed ecco Giovanna che insiste:
Allora hai capito?
Bar di fronte allUniversità, venerdì prossimo alle tre.
Vieni, almeno sto con te che mica ho tanti altri con cui chiacchierare!
Ci sarai?
Senti, la voce di Giovanna per un attimo ha tremato e, chissà perché, Caterina si è sentita dire:
Sì, va bene vengo.
Posato il telefono, si pentì subito della promessa.
Si guardò allo specchio, stava pensando di richiamare Giovanna per dire che era stato un errore.
Ma la linea era sempre occupata, e Caterina si sentì ridicola.
Quella sera, aprì larmadio: tirò fuori il vestito blu che suo figlio le aveva regalato per il matrimonio.
Stefano e sua moglie Laura ci avevano messo un giorno a convincerla, Laura la trascinò per negozi a provarsi abiti, scarpe, perfino una passata dal parrucchiere a tagliarli e colorarli i capelli.
Alla fine, il vestito blu piacque a tutti, anche a Caterina.
Era passato solo un anno, Stef e Laura vivevano già da soli, contenti.
I capelli bianchi, però, erano tornati.
Caterina non sentiva il bisogno di mettersi in mostra.
Ma quella sera li sistemò e infilò il vestito blu.
Un filo di rossetto che poi cancellò subito: troppo vistosa.
Quando arrivò al bar lo trovò pieno e rumoroso.
Giovanna la individuò tra tutti e le corse incontro: Catè, ma sei bellissima!
Finalmente!
Giovanna si era un po messa su, ma le donava: le dava quasi unaria più giovane.
Chiacchierarono fuori dal tempo, finché qualcuno non distrasse Giovanna.
Così Caterina sorseggiava un succo, ascoltava la musica e giuro, sembrava la colonna sonora dei loro ventanni, i tempi in cui tutto il mondo doveva ancora succedere.
A un certo punto una voce: Posso invitarti a ballare?
Caterina alzò la testa e subito riconobbe chi era.
Era Marco Pavese, quello della sezione vicina.
Al terzo anno si era sposato, e a Caterina era sempre piaciuto anche se poi chi si è visto si è visto.
Ma guarda Caterina!
Sei splendida.
Io è la prima volta che vengo a un raduno, non conosco più nessuno, ma te ti ho vista subito!
Marco le porse la mano, lei ci lasciò andare.
Ballarono in silenzio due o tre pezzi, poi lui le chiese allimprovviso:
Caterina, posso accompagnarti a casa?
Ti dico subito che sono divorziato da tempo, ma se a casa hai qualcuno, ti accompagno e basta, è tardi
Marco la riaccompagnò davvero a casa.
E il giorno dopo si rividero, e non si lasciarono più.
Il vestito e le scarpe per le nozze glieli aiutò a scegliere proprio Laura, che intanto aspettava un bambino: Caterina stava per diventare nonna, e le faceva effetto essere di nuovo sposa, a quelletà.
Caterina alla fine si permise dessere felice.
E Laura le sussurrò:
Signora Caterina, lei non lo sa quanto è bella!
Io e Stefano siamo felici per voi due.
Sa, si può essere felici a ogni età, non cè limite!
Hai proprio ragione pensò Caterina, seduta al tavolo del matrimonio, guardando Marco negli occhi Forse adesso posso anchio.
E finalmente Caterina riuscì a perdonarsi tutto, a darsi il permesso, a essere felice davvero.
E tu?
Cosa ne pensi?
Raccontami la tua, metti un like, fammi sapereSul finire della festa, Caterina uscì qualche minuto in giardino.
Il tramonto aranciava i vetri, il brusio allegro della sala sembrava lontano.
Appoggiò le mani sulla ringhiera e chiuse gli occhi: inspirò piano, come chi vuole imprimere nella memoria un nuovo inizio.
Alle sue spalle sentì Marco sfiorarle le spalle con delicatezza.
«Che fai tutta sola?»
«Ringrazio la vita,» sorrise lei, e Marco rise, stringendole la mano.
Nella borsetta, il telefono vibrava: una foto arrivata da Laura, il nipotino appena nato, rosso di vita e già imprevedibile.
Unaltra famiglia, nuovi inizi, nuove strade aperte.
E per la prima volta Caterina si sentì al posto giusto, nella sua storia e nel mondo.
Restarono così, fianco a fianco, con il profumo della notte che saliva dai tigli e tutte le promesse ancora davanti.
«Sai», mormorò Caterina, «ci ho messo tanti anni a capire che non serve avere la vita perfetta.
Basta avere il coraggio di aprirsi ancora a qualcosa di bello.»
Marco le rispose solo stringendola, e insieme aspettarono che le luci della festa si spegnessero una a una, certi che lalba, da lì in poi, sarebbe stata più leggera.
E da quel giorno, ogni volta che la vita le presentava una nuova svolta, Caterina si diceva sottovoce: «Anche adesso posso essere felice» e non aveva più paura di crederci davvero.

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