Allora, il matrimonio è davvero più solido della semplice convivenza? – Gli uomini prendevano in giro Nadia

Allora, il certificato di matrimonio è davvero più solido che la convivenza?
ridevano spesso gli uomini di me.
Non ci vengo assolutamente alla rimpatriata dei trentanni dalla laurea!
Dopo mi prende la depressione.
Che ci vadano quelli che ci sono andati ogni anno, tanto ormai non gli fa più effetto vedersi invecchiati, urlai al telefono a Teresa, la mia unica vera amica.
Ma come ti vedi adesso, ti vergogni così tanto? si stupì Teresa.
Noi ci siamo viste appena cinque anni fa, eri sempre la solita, anzi a posto.
Sei ingrassata molto?
Ma che centra, semplicemente non ho voglia, non insistere, Teresa!
Ero pronta quasi a chiudere lì la telefonata, speravo che Teresa avrebbe capito e che avrebbe chiamato qualcun altro tra quelli della lista.
Ma stavolta mi aveva presa di mira e non mollava.
Anna, siamo già in pochi di noi: non fare la difficile.
Come pochi, qualcuno è morto? mi scappò senza volerlo.
Non che mi senta più una giovanotta, ma insomma, mi sembrava presto per iniziare a perdere i coetanei.
No, dai che dici!
Semplicemente alcuni hanno lasciato lItalia, sono allestero.
Lunico che non cè più è Stefano Neri, poveretto, che è mancato venticinque anni fa, te lavevo già detto.
Allora vieni, saremo alla fine una trentina di tutta la nostra facoltà.
E tu, hai finalmente sposato tuo figlio?
Dai, puoi distrarti ogni tanto!
Teresa continuava a parlare, ma io pensavo di nuovo a Stefano Neri.
Ricordo le sue occhiaie segnate, lo sguardo sempre un po spento, e tutti i ragazzi lo chiamavano il debole.
Poi ho scoperto che davvero aveva un cuore fragile.
Era un bravo studente, voleva costruire un bellissimo ponte a tiranti nella nostra cittadina, ma non ce lha fatta.
E io allora, che ho combinato nella mia vita?
Mi sono innamorata di Marco, che era il caposquadra di unimpresa edile, proprio dove sono andata a lavorare dopo la laurea.
Veniva da fuori, lavorava a turni.
Uscivamo insieme da tempo, lui mi chiamava la sua moglie davanti a tutti.
Diceva che la convivenza era la prova del vero amore.
Le persone stanno insieme davvero, non perché hanno il certificato, ma per amore…
Quando mi sono trovata incinta, capitò che Marco, proprio quel turno, non tornò più.
Ho saputo che aveva già tre figli e la moglie ammalata.
Aveva lasciato il lavoro e nessuno mi aveva detto nulla.
Io non potevo certo chiedere niente a un padre di tre figli e una donna malata.
Ho lasciato anche io ledilizia, prima che si sparlasse troppo.
I colleghi, mentre andavo via, ghignavano: Alla fine il matrimonio vale più della convivenza, eh?
Ma a me ormai non importava.
Ho trovato lavoro in un piccolo supermercato, vicino casa, dove mi ha raccomandata una vicina del palazzo.
Mi hanno permesso anche di lavorare due giorni a settimana, anche con il bimbo piccolo.
Mia madre si propose di badare al piccolo Enrico, visto che non combini niente di buono e ti sei fatta cacciare da un posto così importante!
Ma sei stata tu a crescerci così! le gridai un giorno, dopo lennesima discussione.
Io speravo almeno fossi una donna seria!
Ho fatto sacrifici per la tua laurea, Anna, e tu niente, proprio tu, che delusione!.
Beh, se il seme viene da lì, puoi aspettarti altro? ho risposto, e subito me ne sono pentita, per lei
Poi ci siamo abbracciate scoppiando in lacrime.
Ma ormai, cosa potevo fare?
Così, quando Teresa mi chiamava per la rimpatriata dei cinque anni, non sono andata.
Tutti avrebbero parlato di famiglia, lavoro, si sarebbero mostrati le foto…
e io lavavo i pavimenti in tre posti diversi: nel condominio, a scuola, allasilo.
Che dovevo raccontare?
O meglio: che cosa potevano raccontare loro a me?
Per Enrico però, ero disposta a tutto.
Era la mia unica consolazione.
Quando Enrico cominciò lasilo, anche mia madre sentì di aver fatto la sua parte: andò a stare dalla sorella in campagna, dicendo che laria di città le faceva male e aveva bisogno di verde.
Con il tempo ebbi un colpo di fortuna: mi presero come part-time per fare la disegnatrice in uno studio tecnico.
Enrico era già a scuola e così riuscivo a portarlo sempre a casa dopo pranzo.
Era uno dei pochi bambini che tornava presto con la mamma, e molti amici gli invidiavano questa cosa.
Col tempo, un collega provò anche a farmi la corte, ma io tagliai subito corto.
Mio figlio non aveva bisogno in casa di uno zio sconosciuto.
Un padre non glielavrebbe mai potuto sostituire, soltanto nuovi problemi.
In studio cominciai a distinguermi, e quando Enrico fu più grande, riuscivo a gestire il lavoro a tempo pieno e guadagnare dignitosamente come progettista.
Ma mi sentivo sempre inadeguata, anche nel fisico.
Vestivo sobria, senza tinte ai capelli, quando sono arrivata ai quaranta, già un po di bianco mi spuntava.
Mi sembrava di non avere il diritto di essere felice, dopo aver vissuto con un uomo sposato e aver rischiato di portare via un padre a tre figli.
Non sia mai che vestissi colori vivaci, mi truccassi, mi lasciassi notare.
Altrimenti qualcuno ci avrebbe rimesso ancora.
E io, a credere ancora che esista un amore felice, ormai non ci speravo più.
In giro, di divorziate ce ne sono a frotte, e io non mi sentivo migliore di nessuna, anzi
Eppure, Enrico è cresciuto riconoscente, la mia dedizione non lha mai avvelenato.
Andava tutte le estati in campagna dalla nonna Irina e dalla zia, e aiutava nei lavori.
Zappava, piantava le patate, le barbabietole e le carote insieme alle nonne; raccoglieva lorto, aiutava persino a preparare le conserve.
Era bravo anche a spaccare la legna nel casotto.
Mia madre lo diceva sempre: che fortuna avere un nipote così, per lei e per la zia Lisa, sempre sola.
Così, che ci stavo a fare io ora in un bar con gli ex compagni di università, dopo trentanni?
Quei pensieri mi passavano in testa in pochi secondi.
Poi ho sentito Teresa insistere, Hai preso nota?
Caffè davanti al vecchio collegio, venerdì prossimo alle tre.
Vieni almeno tu, così chiacchieriamo un po, ormai anche io sono sola.
Vieni, Anna?
Sentii una nota di malinconia nella voce di Teresa e, senza capire bene perché, accettai:
Sì, ci vengo…
Appena messo giù, mi sono pentita della promessa appena data.
Mi sono guardata allo specchio, poi ho ripreso il telefono per chiamarla e dire che avevo sbagliato.
Ma il suo numero dava sempre occupato, e alla fine mi sono sentita stupida e imbarazzata…
La sera stessa, ho aperto larmadio e ho tirato fuori il vestito blu che mi aveva comprato Enrico per il suo matrimonio.
Lui e la moglie, Chiara, erano stati inossidabili: lei mi aveva trascinata nel centro commerciale, costringendomi a provarmi mille abiti, finché quello blu aveva messo tutti daccordo.
Avevano scelto persino le scarpe insieme, e poi mi aveva portata dal parrucchiere per la tinta e la piega.
Era passato un anno ormai: Enrico e Chiara ora vivono assieme, felici.
Ma i capelli bianchi sono tornati e non sentivo più nemmeno il bisogno di sistemarmi.
Non cera nessuno per cui abbellirmi.
Eppure, mi sono sistemata i capelli, ho messo il vestito blu.
Un tocco di rossetto, ma poi lho tolto: troppo vistoso.
Il bar era pieno di chiacchiere e musica quando sono arrivata.
Teresa mi ha subito vista, Anna, sei bellissima!
Sono contentissima di vederti!
Anche Teresa aveva messo su qualche chilo, ma le stava bene, quasi fosse ringiovanita.
Abbiamo chiacchierato sedute al tavolino, poi lei si è distratta parlando con gli altri.
Io stavo lì, bevevo un succo, osservavo la gente, ascoltavo la musica.
Qualcuno aveva cucito perfettamente la playlist: solo canzoni di quando eravamo ragazzi, quando sognavamo un futuro migliore.
Posso invitarti a ballare? ho sentito una voce sopra la musica.
Ho alzato lo sguardo e lho riconosciuto subito.
Era Luca Serra, dalla classe parallela.
Si era sposato già al terzo anno, e mi era sempre piaciuto.
Avevo anche un po patito allora.
Anna, sei splendida!
È la mia prima rimpatriata e non riconosco nessuno, solo te subito!
Luca mi ha dato la mano e io non ho detto di no.
Siamo andati a ballare, con Teresa che mi guardava sorpresa dal tavolo.
Abbiamo danzato insieme più di una volta, senza parlare.
Poi lui, allimprovviso:
Anna, posso accompagnarti a casa?
Ti dico subito che sono divorziato da tempo – ma se hai un marito che ti sta aspettando, ti accompagno solo per cortesia, è tardi
Luca mi ha riaccompagnato quella sera.
Ma ci siamo rivisti il giorno dopo, e non ci siamo lasciati più.
Chiara mi ha accompagnato a scegliere labito e le scarpe da sposa.
Era già un po rotondetta, a breve sarei diventata nonna.
A me sembrava strano, imbarazzante: ero la sposa io!
Ma questa volta, mi sono concessa di essere felice.
Chiara mi ha sussurrato: Signora Anna, siete bellissima!
Io ed Enrico siamo felici per voi.
Essere felici non ha età, non ci sono limiti!
E davvero, seduta al tavolo del ricevimento, guardando Luca al mio fianco, ho pensato: ora finalmente posso permettermi di esserlo anchio.
Ho perdonato me stessa e, per la prima volta, mi sono concessa la felicità.
Se cè una cosa che ho imparato, è che il diritto alla felicità non ha età, non si misura dagli errori passati, ma solo dal coraggio di riaprirsi alla vita.

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